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Verso il nulla armato: sulla follia del riarmo e il tradimento della legge naturale

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In un tempo segnato dalla perdita del senso, l’Occidente post-storico, sordo alle voci della ragione e cieco ai segni dei tempi, ha intrapreso una corsa dissennata verso il riarmo, giustificata da un nemico che, nella realtà dei fatti, non esiste nei termini in cui viene rappresentato. 

La Federazione Russa è divenuta il simulacro perfetto di un male necessario, la figura mitica e deformata cui imputare ogni insicurezza sistemica dell’Occidente liberale in crisi. L’alterità russa, in questa rappresentazione ideologizzata e mistificante, non è più oggetto di valutazione politica razionale, ma viene demonizzata quale principio di caos, nemico assoluto e metastorico, la cui esistenza giustifica qualunque eccezione, qualunque sospensione del diritto, qualunque infrazione alla legge morale. Non è più la prudenza, “recta ratio agibilium”, a guidare l’agire politico, ma l’angoscia dell’Occidente privo di identità, incapace di ritrovare la propria figura nella storia e perciò costretto a inventare un nemico da cui differenziarsi in modo violento e parossistico. 

La Russia diventa allora il necessario “altro” per un “sé” svuotato di contenuti, per un’Europa che ha dimenticato le sue radici classiche e cristiane e che, nel suo nichilismo operativo, sostituisce la “lex naturalis” con la tecnocrazia della deterrenza e della guerra preventiva. 

La politica, da arte del bene comune e della concordia, si è convertita in pura gestione dell’ostilità, in strategia di contenimento e intimidazione, in dominio tecnologico dell’aggressione, con buona pace della verità, della giustizia e della pace, che non sono più orizzonti normativi dell’agire, ma meri orpelli retorici, funzionali alla propaganda bellica. La follia del riarmo contemporaneo non risiede soltanto nella sua sproporzione rispetto alla realtà geopolitica, che mostra una Russia interessata, con ogni evidenza, a salvaguardare i propri interessi strategici regionali e non a lanciarsi in una guerra globale contro l’Occidente, ma soprattutto nell’inversione radicale del fine della politica rispetto alla sua essenza naturale. 

La legge naturale, che comanda il rispetto dell’altro, la proporzione nell’azione, la pace come ordine della giustizia, viene infranta da una logica hobbesiana che ha assunto, sotto mentite spoglie democratiche, il primato dell’arbitrio sovrano. Il riarmo non è, dunque, risposta a una minaccia, bensì attuazione di una volontà ideologica di dominio e di omologazione. 

È una proiezione patologica dell’Occidente che, avendo perduto la sua anima, cerca di affermarsi attraverso la forza, il sospetto, la costruzione di un nemico fittizio utile a ricompattare, almeno temporaneamente, la sua struttura disgregata. Le istituzioni europee, in ciò, mostrano l’irrimediabile fallimento del progetto comunitario: lungi dall’essere spazio di dialogo tra le Nazioni e di composizione dei conflitti, l’Unione si è piegata a interessi atlantici e transnazionali, accettando la logica dell’escalation militare come ineluttabile. 

Le Costituzioni degli Stati membri, spesso nate da un’istanza profonda di pace dopo i disastri bellici del Novecento, sono oggi aggirate o reinterpretate in modo tale da consentire il riarmo, l’invio di armi a teatri di guerra, l’allineamento automatico a strategie militari non elaborate democraticamente. 

L’art. 11 della Costituzione italiana, ad esempio, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, è diventato un guscio vuoto, interpretato non secondo il significato letterale e teleologico del testo, quanto secondo le esigenze contingenti della realpolitik e della sottomissione agli interessi di potenze egemoni. In questo scenario distorto, ogni voce dissonante viene criminalizzata, ogni richiamo alla ragione etica tacciato di ingenuità o di complicità col nemico. Tuttavia, è proprio in tale reazione spropositata che si rivela la debolezza dell’impianto argomentativo occidentale: chi ha bisogno di costruire un nemico assoluto ha già rinunciato alla verità. 

E chi si arma contro un’ombra, dimostra di temere non l’altro, ma il proprio vuoto interiore, la propria mancanza di fondamento. La corsa al riarmo è dunque simbolo eloquente della follia dell’Occidente secolarizzato: non si arma per difendere la giustizia, ma per occultare il proprio nichilismo, per coprire con l’acciaio e il titanio dei carri armati la mancanza di una “raison d’être”, di un telos condiviso, di un’anima comune. 

Questa dinamica costituisce, nella sua essenza, un tradimento radicale della legge naturale, che non è una costruzione ideologica ma una esigenza inscritta nella natura stessa dell’uomo: vivere in pace, ordinarsi al bene comune, rispettare la verità delle cose. La guerra non è mai un fine, ma sempre un’estrema “ratio”, subordinata alla salvaguardia della giustizia e della vita innocente. Il riarmo senza causa proporzionata, senza pericolo attuale, senza necessità oggettiva, viola l’ordine morale prima ancora che quello giuridico. 

È una iniustitia manifesta, perché si fonda sulla menzogna, sul timore artificiosamente costruito, sul pregiudizio ideologico, e si nutre del sacrificio di risorse, energie e vite umane in nome di un’illusione egemonica. Il disarmo dell’intelligenza precede sempre il riarmo delle nazioni. E quando la ragione abdica, quando la legge naturale viene calpestata dalla ragion di Stato, quando il potere sostituisce la verità, allora ogni struttura sociale, per quanto sofisticata e apparentemente democratica, diventa strumento di oppressione. 

Non c’è vera pace senza giustizia, non c’è giustizia senza verità e non c’è verità senza sottomissione dell’azione politica a un ordine superiore.

La follia dell’Occidente non è nella sua paura della Russia, quanto nel suo rifiuto della realtà. E come tutte le follie, anche questa conduce alla distruzione: non del nemico, ma di sé stessi.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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