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Europa senza visione: l’irrilevanza alla corte di Trump

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Il viaggio dei leaders europei alla Casa Bianca, subito dopo il vertice di Anchorage tra Donald Trump e Vladimir Putin, mostra nella forma più chiara la crisi dell’Unione Europea: un continente che un tempo fu centro di civiltà e di diritto, ridotto oggi a recitare il ruolo di comparsa deferente, senza strategia, senza forza, senza respiro politico. 

L’Europa, con la Gran Bretagna, arriva a Washington non per proporre soluzioni, bensì per confermare la propria subordinazione, portando in dote l’ennesima litania di sanzioni e condanne, formule ripetute con ostinazione meccanica, prive di effetto reale e lontane da qualsiasi prospettiva di pace. 

Il Trattato di Lisbona del 2007, con l’art. 29 TUE e l’art. 215 TFUE, autorizza formalmente il ricorso a misure restrittive contro Stati e soggetti esterni. Questa possibilità, che nelle intenzioni avrebbe dovuto garantire uno strumento di pressione politica, si è rivelata del tutto inutile. Dopo più di tre anni di embargo, la Russia non è stata indebolita in modo decisivo, ha diversificato i mercati, ha consolidato i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese e India, mentre l’Europa ha pagato il prezzo più alto: inflazione energetica, perdita di competitività industriale, dipendenza crescente dagli Stati Uniti. 

Uno strumento nato come leva politica si è trasformato in un boomerang che colpisce i popoli europei, confermando che il diritto, quando si separa dalla realtà, diventa simulacro inefficace e persino nocivo. 

Anche sul piano del diritto internazionale pubblico, la contraddizione è evidente. La Carta ONU del 1945 fonda la pace sulla cooperazione e sull’uguaglianza sovrana tra gli Stati, non sull’imposizione unilaterale di misure coercitive che frammentano l’ordine delle genti. L’Unione, tuttavia, insiste su questa strada, continuando a evocare valori universali mentre tradisce il loro fondamento reale. La pace, secondo la tradizione giusnaturalistica, è ordine giusto, armonia stabile tra i popoli, equilibrio tra potere e diritto radicato nel bene comune. Ridotta a un formalismo normativo, essa perde il suo significato e diventa slogan burocratico, incapace di incidere sugli eventi. 

Il risultato è che l’Europa vive come un’enclave separata dalla realtà geopolitica. Le grandi decisioni si prendono tra Washington, Mosca e Pechino; Bruxelles rimane spettatrice, priva di peso. 

Politicamente, sta sacrificando gli interessi dei cittadini su altari ideologici che non hanno più presa sulla concretezza. Filosoficamente, ha abbandonato l’orizzonte classico dell’ordine e della giustizia, sostituendolo con la sterile retorica di “valori” (mai che si parli di principi) che nessuno riconosce perché imbevuti di falsità e ideologia. 

La visita a Washington non è, dunque, un atto di alta diplomazia, quanto la certificazione della marginalità europea. È il gesto di chi non ha più visione e si presenta al cospetto del potere per ricevere istruzioni. 

L’Unione, infatti, non legge la realtà, la subisce. Non costruisce la pace, ne prolunga l’assenza. Non governa, ma amministra un vuoto politico che condanna i popoli europei a pagare prezzi crescenti senza trarne alcun beneficio. Continuando a insistere su sanzioni inutili e retoriche consunte, l’Europa conferma la sua irrilevanza e la sua incapacità di orientare l’ordine delle genti. Oggi, più che mai, appare come un continente senza visione, che parla di pace senza conoscerne il senso e che ripete formule astratte mentre il mondo si ridisegna senza di lei.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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