Le formule utilizzate dal Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, in occasione dell’intervista rilasciata nel corso del Telegiornale di LA7 e secondo cui “la pace si costruisce con la deterrenza” e “noi siamo tutti filo-italiani” confermano, in forma quasi paradigmatica, la dissoluzione del concetto classico di pace.
In esse la pace non è più (e non può esserlo in base alla impostazione teoretica dello Stato moderno) la quiete ordinata dell’ordine giusto (la “tranquillitas ordinis”), risultato di una proporzione tra i soggetti politici fondata su misura, proporzione e riconoscimento del diritto delle genti, ma diventa semplice epifenomeno di un equilibrio di forze.
La deterrenza viene assunta come principio costitutivo dell’assetto internazionale: ciò che dovrebbe essere strumento eccezionale per contenere la violenza viene elevato a fondamento dell’ordine stesso.
La “pace” che ne risulta non è la realizzazione del bene comune delle comunità politiche, bensì la stabilizzazione del timore, una tregua armata in cui la minaccia permanente dell’annientamento diviene forma ordinaria della convivenza tra gli Stati.
Da questa impostazione discende una gerarchia sostanzialmente imperiale: la pace appartiene ai soggetti che controllano le infrastrutture della forza e del denaro, mentre le altre entità politiche vengono ridotte a periferie strategiche, terreni di scontro per procura.
L’appello al “filo-italianismo” si colloca esattamente su questo piano. L’interesse dell’Italia viene identificato con quello del blocco atlantico, sicché la comunità politica nazionale perde la sua capacità di giudizio circa il giusto ordine delle relazioni tra le genti e si limita a interiorizzare decisioni che maturano altrove. L’istanza di sovranità (concetto moderno già di per sé molto problematico) si svuota e il linguaggio patriottico viene impiegato per legittimare la riduzione del Paese a semplice segmento di una catena militare, economica e ideologica che attraversa il continente senza riconoscere limiti.
L’Unione Europea, presentata per decenni come spazio post-bellico di integrazione pacifica, appare in questo quadro come dispositivo di omologazione a un universalismo politico-morale che si autoproclama misura del legittimo e dell’illegittimo.
Nel conflitto ucraino essa non si configura come terzo capace di mediazione, ma come parte funzionalmente subordinata a una strategia di contenimento sistematico della Federazione Russa.
La retorica dei “valori europei”, del tutto anfibologici, serve a coprire la realtà di un’economia di guerra: sanzioni a largo spettro, riarmo accelerato, compressione della libertà di dissenso interno, demonizzazione totale del nemico. L’Europa rinuncia così a porsi come ordine delle genti fondato sulla pluralità dei centri di civiltà e assume la fisionomia di una piattaforma avanzata di un’unica forma politico-culturale che pretende di imporsi come universale.
All’interno di questa dinamica la posizione di Mosca appare, sotto il profilo teoretico, come la rivendicazione di un principio di pluripolarità dell’ordine internazionale. Non si tratta soltanto di interessi strategici e di “profondità di sicurezza” geografica, bensì della difesa della propria esistenza come soggetto politico-civilizzazionale irriducibile ai parametri di un globalismo liberal-atlantico che vorrebbe trasformare l’intero spazio eurasiatico in zona di mercato, di penetrazione militare e di rieducazione ideologica.
La pretesa di integrare l’Ucraina in un dispositivo militare e valoriale apertamente orientato al contenimento della Russia assume, da questa angolatura, il significato di una violazione del principio di equilibrio tra le genti: si tenta di spezzare la continuità storica di uno spazio che, per secoli, ha visto popoli e culture intrecciati e reciprocamente coappartenenti, e di utilizzarlo come cuneo per disarticolare un’intera area civilizzazionale.
La Federazione Russa, in quanto grande potenza insediata in un proprio orizzonte storico, religioso, linguistico e geopolitico, rivendica il diritto a non essere ridotta a oggetto di ingegneria politica esterna.
Il rifiuto di accettare l’avanzata illimitata di strutture militari ostili verso i propri confini non esprime solo un calcolo realistico di sicurezza, ma sottintende la difesa di un principio più generale: nessuna comunità politica può essere privata, senza grave ingiustizia, della facoltà di difendere il proprio spazio vitale, la propria tradizione, il proprio modo di articolare la vita collettiva. In questo senso la resistenza russa alla logica espansiva del blocco occidentale post 1989 assume un significato paradigmatico: indica che l’ordine mondiale non può essere trasformato in semplice amministrazione tecnica da parte di un unico centro decisorio, e che persino nel contesto di una globalizzazione avanzata permane l’irriducibilità delle grandi forme storiche di civiltà.
Il conflitto in Ucraina è il punto di massima visibilità di questa tensione. L’Ucraina viene presentata dal discorso dominante come puro soggetto di autodeterminazione democratica, eppure nella realtà concreta appare come spazio intermedio su cui si sovrappongono oligarchie interne, nazionalismo radicalizzato e interessi esterni convergenti: da un lato, la strumentalizzazione da parte del blocco euro-atlantico, che vede in Kiev un avamposto per la proiezione militare e ideologica verso oriente; dall’altro, la legittima esigenza della Russia di evitare che il proprio immediato vicino divenga piattaforma di armamenti e di modelli politico-culturali sistematicamente ostili.
La guerra esplosa nel 2014 e radicalizzata negli anni successivi non può essere compresa se si rimuove la lunga catena di interventi, rivoluzioni pilotate, mutamenti di regime e penetrazioni militari che hanno preceduto l’operazione militare russa.
Una autentica prospettiva di pace esige il riconoscimento di questa realtà teoretica: non esiste ordine delle genti senza un equilibrio tra più poli di civiltà; non esiste giustizia senza il riconoscimento del ruolo legittimo della Federazione Russa come grande potenza eurasiatica; non esiste sicurezza europea se l’intero continente viene trasformato in piattaforma di accerchiamento permanente di Mosca.
La cessazione della spirale bellica non potrà mai avvenire finché l’UE e gli Stati membri continueranno a pensarsi come retrovia di una crociata ideologica contro un “nemico assoluto” e finché l’Ucraina resterà definita in termini esclusivamente funzionali al progetto atlantico. E di questo sono responsabili i leader europei, Meloni inclusa, ad eccezione di Slovacchia ed Ungheria.
La pace implica, al contrario, la rinuncia alla pretesa di espansione illimitata delle alleanze militari, il riconoscimento di sfere di influenza legittime, la neutralizzazione stabile degli spazi di frattura, la garanzia effettiva dei diritti delle popolazioni russofone e la tutela delle comunità concrete contro ogni forma di ingegneria identitaria.
In questa luce la retorica della “deterrenza” come via alla pace appare per ciò che è: una giustificazione concettuale della guerra permanente, un linguaggio che occulta la subordinazione delle nazioni europee a un disegno di potenza che non coincide con il loro bene comune. L’affermazione secondo cui “siamo tutti filo-italiani” presuppone la dissoluzione dell’Italia reale dentro l’orbita di un impero informale che decide chi è amico e chi nemico, chi può parlare e chi deve essere silenziato.
La prospettiva che assume sul serio la soggettività storica della Russia, invece, richiama l’attenzione su un principio opposto: l’ordine internazionale come concerto di grandi spazi, ciascuno radicato in una propria tradizione. Solo il rispetto di questa pluralità rende possibile una pace che non sia mera tregua armata, bensì equilibrio dinamico tra potenze consapevoli del limite e della responsabilità che incombe su chi esercita la forza. Se si dimentica tale principio, la “pace con la deterrenza” si rivela nient’altro che guerra differita; se lo si assume, la vicenda ucraina cessa di essere letta come lotta escatologica tra “democrazia” (piena di corrotti) e “autocrazia” e torna a essere questione, severa e concreta, di giustizia tra le genti, in cui il riconoscimento della legittima posizione della Federazione Russa non è un favore politico, quanto condizione strutturale di qualunque ordine stabile in Europa e nel mondo.
In Giorgia Meloni, dunque, e questo deve essere chiaro, non c’è alcun autentico leaderismo: c’è piuttosto la figura, tecnicamente abilissima e mediaticamente aggressiva che emerge dalla impalpabilità della sua classe dirigente (salvo poche eccezioni), della “funzionaria di blocco”, che non guida un popolo in una direzione propria, ma amministra, nel linguaggio del comando, decisioni già prese altrove, travestendo da volontà sovrana una vergognosa obbedienza sistemica.
Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’IA

