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Voci invisibili: il coraggio di Giovanna Tonelli tra dolore, resilienza e la battaglia silenziosa dei danneggiati da vaccino

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La vicenda di Giovanna Tonelli non è solo la storia di una persona: è il ritratto vivido di un dramma collettivo troppo spesso taciuto. Quella che era stata propinata come una scelta per proteggere la propria salute si è trasformata in un percorso di sofferenza fisica, isolamento sociale e incomprensione. Dolori insopportabili, diagnosi inaspettate, cure che hanno aggravato condizioni già delicate: ogni capitolo della sua esperienza racconta la fragilità di chi si trova ad affrontare il lato oscuro di una campagna vaccinale liberticida, che ha lasciato ferite indelebili in chi non rientra nelle statistiche.

Ma la storia di Giovanna è anche un racconto di resilienza e coraggio. È la storia di chi, di fronte all’assenza di sostegno medico e al giudizio sociale, ha trovato forza nella famiglia, negli amici e in associazioni come quella di: “Persone in Cammino”, scoprendo la capacità di reinventare la propria vita e di coltivare un equilibrio tra salute, natura e consapevolezza personale.

Questa intervista ci invita a riflettere sul lato umano delle decisioni sanitarie di massa: su chi soffre in silenzio, su chi viene marginalizzato per aver subito danni da vaccino, e sulla necessità di creare percorsi di ascolto, cura e supporto reale.

È un appello alla solidarietà, alla comprensione e al riconoscimento di chi si è trovato a combattere una battaglia invisibile, spesso in solitudine. Leggere queste parole significa entrare nella vita di chi ha dovuto imparare a convivere con il dolore, a fare della propria esperienza un insegnamento e a cercare, nonostante tutto, un nuovo equilibrio.

Giovanna partiamo da qui, secondo lei in che modo la narrazione pubblica sui “vaccini” Covid-19 influenza o peggio ancora, oscura tutt’ora la percezione dei danneggiati da vaccinazione e la possibilità di riconoscimento del loro vissuto?

Su di me la narrazione collettiva ha avuto un duplice effetto devastante. 

Il primo, nella fase della pandemia, è stato quello di generare un terrore assoluto della malattia che è stata poi l’unica ragione per cui, con tante reticenze e dubbi, ho deciso di vaccinarmi. Questo terrore, dopo la reazione avversa, mi ha portato a vivere all’isolamento fino a gennaio 2025, cioè 5 anni se consideriamo la pandemia. Separata anche da mia figlia quattordicenne e da mio marito. Ognuno, quindi, tragga le sue conclusioni.

Il secondo effetto, tragico quanto il primo, è stato non essere stata né riconosciuta come danneggiata, né supportata dalle istituzioni e di aver trovato un paese polarizzato su due posizioni dogmatiche, drammaticamente scisso e incapace di comprendere la situazione di noi danneggiati. Colpevolizzati da una parte di “essersela cercata” e ignorati dall’altra e visti come extraterrestri o come “danni collaterali giustificati”. 

Ad oggi ci sono decine di studi e di approfondimenti importanti, che, al di là delle prese di posizione, potrebbero aiutare tutti a fare chiarezza. Ma è impossibile sia in televisione che sui social, trovare confronti costruttivi, anche se da parte di alcuni gruppi, come la Commissione medica indipendente, questi confronti sono stati ripetutamente richiesti ed ignorati. Basti guardare la vicenda del Nitag.

Quali meccanismi di supporto medico e sociale potrebbero essere implementati per evitare che persone con eventi avversi da “vaccino” Covid-19 si sentano isolate e abbandonate? E per lei quali sono stati adottati?

Questa domanda apre un mare di questioni a cui tengo molto.

Nel breve termine ci vorrebbe una maggiore multidisciplinarità e cooperazione da parte della classe medica, dato che le reazioni avverse sono molto simili al long covid e sono problematiche multiorgano su base autoimmune. Credo che sia il long covid che le reazioni avverse abbiano drammaticamente puntato la lente sul fatto che il corpo umano è unico e non può essere scisso in parti e solo un team di specialisti, naturopati, medici di medicina integrata e medicine alternative, nutrizionisti, counselor, può affrontarlo in maniera completa.

Purtroppo, nella classe medica c’è troppa autoreferenzialità, troppo ego che rende difficile la collaborazione tra specialisti appartenenti a categorie diverse. 

Nel lungo termine tutta la medicina allopatica occidentale dovrebbe essere integrata da medicine diverse, come la medicina tradizionale cinese, l’ayurveda, l’omeopatia e non andrebbe mai tralasciato l’aspetto emozionale, i traumi subiti, la personalità del malato e il contesto in cui vive che spesso perpetua la malattia. Quindi una visione a 360 gradi che includa anche tutto ciò che afferisce al biohaking, all’attività fisica ed uno stile di vita più sano.

Che ruolo possono avere associazioni come: “Persone in cammino” per integrare l’esperienza diretta dei danneggiati da vaccinazione Covid-19 nelle politiche di farmacovigilanza e nelle decisioni sanitarie future?

L’associazione Persone in Cammino di cui faccio parte, mi ha sempre sostenuto, mi ha fatto entrare in una grande famiglia dove ho potuto confrontarmi con persone che avevano il mio stesso vissuto, e questo mi ha dato tanta forza. 

L’uomo è un essere sociale che solo quando viene visto da altri, sente di esistere.

Chi sta male dopo la reazione avversa ha un estremo bisogno di sentirsi riconosciuto e supportato, di non sentirsi un pazzo, malato di mente ed emarginato ed ignorato. 

La nostra associazione nasce dalla convinzione che vi sia stata una grave carenza nella gestione sanitaria legata alla campagna vaccinale anti-Covid, in particolare per l’assenza di un’adeguata vigilanza attiva sugli effetti avversi. Di fronte a quella che percepiamo come una mancanza di ascolto e di presa in carico, ci siamo uniti per sostenerci reciprocamente, confrontarci e cercare soluzioni alle problematiche di salute che molti di noi attribuiscono alla vaccinazione.

Da oltre tre anni chiediamo un dialogo concreto con le istituzioni sanitarie e politiche, affinché vengano avviati studi multidisciplinari seri e indipendenti che possano approfondire le nostre condizioni e individuare terapie efficaci. Molti associati riferiscono di essere passati da una condizione di piena salute a una situazione di cronicità, con sintomi persistenti che le terapie finora proposte riescono solo temporaneamente ad attenuare.

Rivendichiamo il diritto a verità, cura e responsabilità istituzionale. Siamo disponibili a collaborare in modo trasparente e costruttivo, ma chiediamo un impegno immediato e concreto da parte dello Stato. Continueremo a farci sentire finché le nostre istanze non saranno riconosciute e adeguatamente 

In un contesto in cui molti medici riferiscono timore di affrontare apertamente la questione degli effetti avversi da vaccino COVID, quali sono, secondo lei, le responsabilità etiche, professionali e legali dei professionisti sanitari e delle autorità sanitarie nel riconoscere, documentare e segnalare tempestivamente eventi avversi gravi?

Queste responsabilità a mio avviso sono immense. Ho parlato con moltissimi danneggiati in questi anni (quasi 500) e ne emersa una classe medica che si attiene rigorosamente a protocolli e che, quando non ha soluzioni, tende a ricondurre il problema alla psiche e a trattarlo con ansiolitici o antidepressivi.

Questa divisione tra corpo e mente è arcaica, ma tutto parte dalla formazione universitaria che è così strutturata. E questa formazione incide sul modo di ragionare, sulle parole e sui concetti che si usano e distorce l’interpretazione delle situazioni.

Un secondo problema grave è il peso che i vari ordini hanno sulla definizione dei protocolli e quindi, in sostanza, sulla libertà di un medico di agire veramente in scienza e coscienza. Anche qui si apre il capitolo importante nelle scelte del singolo medico di seguire la sua coscienza, rischiando a volte provvedimenti disciplinari o di rimanere nella zona di confort dei protocolli e delle linee guida, fingendo spesso di non vedere o dicendo a voce cose che poi non ha il coraggio di scrivere.

Io stessa, quando ho ottenuto l’esenzione per la seconda dose, ho dovuto firmare all’hub vaccinale la dichiarazione che “rifiutavo” la seconda dose. Ovviamente ho motivato il mio rifiuto dal fatto che i medici non la ritenevano opportuna data la mia reazione autoimmune. Però questo fa riflettere molto sulla libertà operativa di un medico, che spesso fa ricadere le responsabilità sul paziente per evitare conseguenze. A mio avviso questo è in totale contraddizione con l’esercizio di una professione che dovrebbe essere votata al servizio del prossimo.

Infine, quale messaggio si sente di fare parlando di autoconsapevolezza e di resilienza personale che possono diventare strumenti complementari alla medicina tradizionale per chi affronta condizioni croniche legate agli eventi avversi? 

Come ho già detto mente e corpo sono tutt’uno e quindi il processo di guarigione o di miglioramento delle proprie condizioni di salute passano solo attraverso una trasformazione personale, attraverso il riconoscimento delle nostre zone di debolezza, delle nostre fragilità, attraverso l’accettazione del nostro bambino interiore. 

Nel trasformare i punti deboli in punti di forza e questo richiede una grande messa in discussione personale, spesso scomoda e difficile. Ma ogni step di maggiore consapevolezza raggiunta, ci consente di accedere anche a maggiori livelli di comprensione di noi stessi, del perché’ la reazione avversa ha colpito proprio quell’organo, e di cosa possiamo fare noi, nel nostro stile di vita, nella nostra alimentazione, nei nostri pensieri, per lenire quello stato. 

Purtroppo, questo lavoro avviene spesso in grande solitudine dato che la medicina allopatica è troppo focalizzata sulla soppressione del sintomo piuttosto che sulla ricerca della causa.

In sostanza, quello che auspico è soprattutto una maggiore apertura mentale tra professionisti sanitari di formazioni diverse, medici, naturopati, psicologi, counselor, kinesiologi, professionisti del benessere e antiaging e di medicine di diversa origine e trattamenti energetici, senza dogmi, senza preconcetti con curiosità e apertura mentale. Così come noi pazienti abbiamo dovuto rimettere in discussione tutta la nostra vita e i nostri stili di vita, così chi si occupa di salute deve riconoscere le limitazioni della propria professione ed aprirsi a nuovi approcci.

Non ho deliberatamente voluto entrare nel discorso politico a livello globale perché’ di divisioni tra pro e contro ce ne sono fin troppe e ciò di cui c’è bisogno oggi è una riflessione serena ed aperta, priva di dogmatismi e posizioni aprioristiche.

Andrea Caldart

Fuori dal Silenzio

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