Ci sono giovani che costruiscono il futuro con una determinazione che sembra quasi una promessa: ore di allenamenti, sacrifici, studio, curiosità, talento. Gaia Zazzaretti era tutto questo. Un’atleta di Karate con prospettive limpide, una fotografa creativa che lavorava per una casa di moda, una ragazza umbra che aveva scelto di vivere la vita appieno, senza risparmiarsi. Poi, all’improvviso, la traiettoria cambia. Non per scelta. Non per fatalità. Ma per un evento che, secondo quanto riportato nei suoi referti medici, ha lasciato un segno profondo sul suo corpo: una neuropatia delle piccole fibre, insieme a una serie di disturbi che oggi scandiscono le sue giornate; il tutto dovuto a causa dell’inoculazione del vaccino anti-Covid.
Così, non è solo il futuro di una giovane donna a essersi incrinato. È l’idea stessa di un Paese che fatica a guardare negli occhi chi porta una ferita certificata, ma scomoda. Perché quando un/a giovane perde le sue possibilità, non si spegne soltanto un destino individuale: si incrina qualcosa che riguarda tutti. Un popolo senza ascolto, senza empatia, senza il coraggio di affrontare le proprie contraddizioni, diventa più fragile di chi chiede aiuto.
Nel suo appello pubblico, Gaia si mette davanti alla telecamera con una sincerità che brucia. Parla a Burioni e a chi, come lui, presidia lo spazio mediatico negando, ciò che per lei è clinicamente accertato, l’esistenza di effetti avversi gravi. Gaia non attacca: chiama. Chiama altri giovani, altre persone con diagnosi simili, a farsi avanti, a rompere il silenzio, a superare quella vergogna che spesso pesa più del dolore stesso. Propone un fronte comune della verità vissuta: non gridata, non strumentalizzata, ma semplicemente mostrata.
Perché la sua non è una guerra ideologica. È una richiesta di dignità. Un promemoria affilato: quando ignoriamo chi è caduto, stiamo rinunciando al futuro, non solo al loro, ma anche al nostro
Gaia, come ricordi il momento in cui sono arrivati i primi referti che hanno messo un nome, una diagnosi chiara, a ciò che stavi vivendo?
Qualcuno aveva messo in dubbio che fosse un problema psicologico/psicosomatico il mio, ma già dai primi sintomi di dolore avevo capito che la mia testa non c’entrava nulla. Mi sono sentita dire durante una visita neurologica che ero narcisista ipocondriaca, in pronto soccorso durante gli 8 accessi che dovevo trovarmi un ragazzo e che tutto sarebbe passato. Venendo soprattutto da una disciplina come il karate, per me era impossibile fosse un problema psicosomatico. Ho sempre controllato il mio corpo con mentalità e determinazione, quando ho avuto la diagnosi l’ho solo riportata a casa senza dire una parola. La mia anima si era rasserenata, ma allo stesso tempo ero purtroppo consapevole di avere una malattia.
Che cosa ti manca di più, come atleta e come professionista creativa, nel passaggio forzato da una vita piena a una scandita dalla malattia?
Mi manca sentirmi veramente soddisfatta e utile nella società. sinceramente non so nemmeno io come ho fatto ad uscirne ferma e salda mentalmente dopo tutto il dolore e la sofferenza che ho passato insieme a chi mi è stato vicino e mi è vicino in questo cammino. L’amore, l’affetto intorno e il lavoro che ho comunque potuto esercitare in smart working, anche se poco, è stato fondamentale per non USCIRE fuori di testa. Perché ora passo le giornate spesso a casa, a volte totalmente nel letto senza forze, questa malattia è subdola perché ti toglie anche le minime energie fisiche che hai. Ci sono giorni silenti, altri nei quali la malattia ti porta a passare le ore senza dignità. Ti toglie tutto. Credetemi. Esser forti mentalmente è la cosa che può salvarti. Passare da 10 ore di lavoro al giorno attiva, con altre tre di allenamento quasi tutti i giorni, è straziante. Ti vedi e senti cambiata nel profondo della tua anima e nel corpo. Serve resilienza, pazienza e tanta volontà e le persone giuste intorno che non diano energie negative e non ti facciano sentire un peso.
Nel tuo video parli del tuo dolore fisico vero e di non essere ascoltata, come purtroppo moltissimi, tanti, troppi come te: qual è l’ostacolo più grande che incontri quando provi a raccontare la tua storia?
A volte posso sembrare ripetitiva, pesante, assordante nel mio silenzio, perché sono molto riflessiva, ho perso parecchi amici per questo, a volte le persone quando ti vedono cambiata o che vivi un pezzo di vita estremamente diverso da quello che vivevi prima o che vivono loro, ti allontanano. Tanti non tollerano il tuo dolore, o non ci credono, semplicemente perché non lo vivono come te e/o non ce l’hanno. Io non riesco a stare in piedi più di un tot di tempo, quando dico che sono stanca vengo presa per depressa e non volenterosa, mi è capitato in passato anche in famiglia, e non mi stupisco se lo dico alle mie amiche durante un aperitivo e non mi credono. La mia storia per quanto assurda, è molto simile a chi vive la mia stessa situazione, la parola MALATTIA, è scomoda. Soprattutto per chi ha promosso questo vaccino e forse avrebbe dovuto fare un passo indietro prima.
Che cosa ti aspetti, o semplicemente speri, dal mondo medico e comunicativo che oggi, secondo te, non riconosce storie come la tua?
Spero tanto che i Dottori uniscano le forze nello studio e ricerca scientifica, non che si diano contro! Vorrei che loro credano e prendano atto di quello che sta succedendo. La verità è già uscita, tante persone e medici hanno aperto gli occhi, ma hanno paura ad esporsi perché possono essere radiati tutt’ora. Bisogna essere sempre positivi, questo aiuta a vedere la situazione nella parte più oggettiva possibile.
D. Qual è il messaggio più importante che vorresti dare ai giovani che vivono diagnosi simili e non trovano il coraggio di esporsi?
Non credo dobbiamo vergognarci di nulla, d’altronde se stiamo così non è colpa nostra. Bisogna parlare comunicare nel modo giusto e farsi capire. È vero, prima eravamo super felici, magari ora ci troviamo nella parte opposta dove mai avremmo voluto essere, ma forse come mi ha detto qualcuno, siamo qui per portare un messaggio e una missione per poter fare anche del bene agli altri, siamo quasi dei messaggeri disposti a dare tutto per poter portare positività anche nella negatività. Ci sono giorni dove vedo tutto buio e la mia vita non ha senso, ma continuo nella mia missione e fin quando posso, parlerò! L’unico nostro appiglio durante i giorni brutti ed insopportabili come li chiamo io, è il nostro carattere. Possiamo contare su noi stessi e basta, non dipendere da nessun altro. Perché, non ci sono cure al momento, e dobbiamo aspettare che passi la giornata a letto. Questa è la nostra forza, se qualcuno ce l’ha deve tirarla fuori, tirar fuori la parte di migliore di noi confidando nella sopportazione, nella pazienza che dobbiamo per forza avere, nei giorni di dolore più forte e di sintomi devastanti.
Andrea Caldart

