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La fine del diritto 

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Intervista all’avvocata Stefania Celenza

In questo primo scorcio di millennio i principi fondanti le società occidentali, a partire dagli ordinamenti giuridici che le disciplinano, sembrano aver perso la loro inalterabilità: basti pensare ai casi sempre più numerosi in cui le eccezioni prevalgono sulle stesse regole, fino a talvolta sostituirle. Che indicazione trarre da quella che sembra una progressiva disarticolazione del diritto così come lo conosciamo? L’abbiamo chiesto all’avvocato e mediatore Stefania Celenza del Foro di Firenze, impegnata da anni nel campo del diritto minorile e di famiglia ed attiva in associazioni a tutela della famiglia, del diritto alla vita e del minore.

Avv. Stefania Calenza

Negli ultimi anni pare che il Diritto così come lo conosciamo in Occidente, basato sull’impianto giuridico di derivazione greco-romana, abbia perso di efficacia. Avvocato Celenza, riscontra questo fenomeno nella sua esperienza professionale?

Purtroppo, sì. Per me, che sono un operatore del diritto, affermare questo è veramente disarmante, oltre che profondamente triste. Com’è noto, nei sistemi occidentali moderni le regole giuridiche si sostanziano nella legge; la risoluzione dei conflitti, invece, è affidata alla giurisprudenza. Ovvero, le prime competono al legislatore (Parlamento) e la seconda al giudice (magistratura), entrambi poteri di rango costituzionale dello Stato. Il potere legislativo, che è strettamente collegato a quello esecutivo-politico, è rappresentato dal governo di volta in volta in carica. Ebbene, a livello legislativo in Italia abbiamo assistito recentemente ad una preoccupante svolta autoritaria e anticostituzionale che mostra i segni della irreversibilità e che esemplifica bene come il diritto ha perso, oltre che efficacia, soprattutto credibilità. Mi riferisco alla pericolosissima normativa emergenziale adottata in anni recenti dal governo Draghi (non eletto, non uscito dalle urne) sull’onda dello stato di emergenza Covid, la cui stessa proclamazione non era affatto prevista nella nostra Costituzione. Da precedenti come questo deriva, in tema di diritto, una proliferazione indiscriminata di legiferazione, anche di natura eccezionale, senza alcun coordinamento con la normativa della successione abrogativa, cioè il meccanismo attraverso il quale una nuova legge sostituisce o modifica una legge precedente. A causa di ciò la produzione legislativa diviene onerosa, inefficiente, abnorme e spesso vessatoria. Questo attuale stato complessivo di cose è il chiaro segnale della morte ufficiale della politica, che porta con sé la morte del diritto e quindi la morte della giustizia. Nel caos indistinto di normative, infatti, il magistrato che deve applicare la legge dovrà ricorrere non al diritto, ma alla discrezionalità pura dato che la legge, come visto, si presta ad interpretazioni plurime.

Aggiungo che in Italia siamo sommersi da procedimento giudiziari: le pubblicate sul sito del Ministero della giustizia, relative al numero dei procedimenti civili pendenti in Italia, sono esplicite. Il dato riportato è mastodontico: si parla di un arretrato di 5-6 milioni di cause all’anno e di una durata media dei processi civili di 7 anni. Il processo è diventato ormai un prodotto patologico: senza il diritto e senza giustizia stiamo precipitando in uno scenario preistorico, cioè nella fase dell’evoluzione umana precedente alla nascita della civiltà.

Come si esemplifica questo fenomeno nel diritto di famiglia?  Il precedente della morte nel 2017 del piccolo Charlie Gard nella patria dell’habeas corpus, il principio che tutela l’inviolabilità personale nel diritto anglosassone, dà da pensare.

Nel sistema anglosassone di Common Law l’habeas corpus è il solenne riconoscimento che la libertà personale è inviolabile. Ma anche nel nostro diritto la libertà personale del cittadino è garantita costituzionalmente. Ancora una volta, il problema non sono i principi fondanti i nostri sistemi costituzionali, ma le eccezioni, le deroghe a questi principi che, via via, vengono riconosciute ed inserite nell’assetto giuridico di ogni Stato. Il caso di Charlie Gard nel 2017 fu la prima di queste eccezioni. Personalmente ricordo un caso del 2023, quello della piccola Indi Gregory, che a causa di una rarissima malattia aveva bisogno di supporti vitali. Il governo britannico, avallato dall’autorità giudiziaria, decise nell’asserito interesse della minore il distacco dei macchinari che la tenevano in vita, in aperto e dichiarato contrasto con la volontà dei genitori. In realtà il vero interesse tutelato non fu quello di Indi, ma quello delle casse britanniche: prevalse la necessità di risparmiare i costi del mantenimento in vita, dei trattamenti di cura e di riabilitazione della bambina per un periodo indefinito. Vani furono i tentativi di ricorrere urgentemente all’Alta Corte del Regno Unito, ai sensi della Convenzione dell’Aja, contro la decisione del giudice britannico. Altrettanto vano fu il tentativo del governo italiano di permettere alla bambina di essere trasferita all’Ospedale Bambino Gesù di Roma, per proseguire il mantenimento vitale e ricevere ulteriori possibili cure. Indi è rimasta nell’ospedale inglese, scortata dalle forze dell’ordine; le macchine sono state staccate e la piccola è morta per soffocamento a soli otto mesi di vita. E’ necessario interrogarsi sulle implicazioni etiche, educative e giuridiche di storie come quella di Indi, i cui genitori si sono tenacemente opposti alle decisioni del governo britannico. Il giudice inglese respinse le opposizioni dei genitori della bambina affermando che “è nell’interesse della piccola non prolungare la sua sofferenza”. A quanto se ne deve dedurre, i genitori di Indi  non furono in grado di riconoscere questo “interesse”. Qui gli interrogativi si moltiplicano: se si sostiene che i legittimi titolari del diritto di decidere sulla vita del proprio figlio non sono in grado di esercitarlo (perché non sono in grado di riconoscere i propri stessi interessi), chi può, allora, farlo al posto loro? Chi può assumere questa decisione? Chi può dirsi in grado di riconoscere gli altrui interessi? Chi può arrogarsi il potere di sostituirsi al titolare del diritto? La risposta è puramente politica ed ideologica: il “chi” muterà a seconda dell’opportunistica distribuzione del potere, in un dato luogo geografico ed in un dato momento storico.

Anche il diritto internazionale sembra aver perso il suo valore, stante le violazioni cui assistiamo ogni giorno senza che le istituzioni deputate a dirimere le controversie tra gli Stati eccepiscano in alcun modo. Cosa sta accadendo a livello prettamente giuridico nelle relazioni internazionali?

Se, come abbiamo visto, lo Stato stesso ed il diritto nazionale hanno perduto il loro valore, come è pensabile che il diritto internazionale possa avere un carisma maggiore? Su questo argomento oggi più delle parole valgono i fatti. Ed è proprio la mera contestualizzazione dei fatti, degli ultimi fatti, che ci fa tragicamente prendere atto che siamo ad un passo dall’apocalisse nucleare. È stata ormai infranta la persuasione collettiva che finora ci confortava, secondo cui la pace mondiale è garantita dalla certezza che nessuna potenza politica scatenerebbe mai una guerra nucleare. Questa oggi non è più una certezza. Anche, e direi soprattutto, a livello internazionale, si è perduta qualsiasi certezza, ivi compresa quella del diritto. Le istituzioni deputate a dirimere le controversie internazionali sono le prime sospettate di essere i mandanti occulti di potenti lobbies ideologiche, politiche e finanziarie. Le nostre sono ormai “democrazie limitate”, secondo l’evidente concezione oligarchica della democrazia che caratterizza le autorità sovranazionali. L’Italia è l’esempio perfetto di questo, assoggettata com’è alle direttive europee dal punto di vista politico, ideologico, finanziario ed etico. L’Unione Europea ci impone l’80% delle leggi nazionali; con l’avvallo del nostro Parlamento decide la nostra politica monetaria, finanziaria, economica, sociale e culturale, come se l’Italia non fosse uno Stato nazionale indipendente e sovrano. Ricordiamo che la UE è un’anomalia nel diritto internazionale: non è uno Stato sovrano, non è una federazione né una confederazione di Stati. Eppure, possiede una piena egemonia legislativa, anche se sostanzialmente atipica: le leggi europee nascono all’interno non già del Parlamento, ma della Commissione Europea, a sua volta formata da circa 40.000 burocrati che non sono stati eletti da nessuno e che non rispondono del proprio operato a nessuno. L’Unione Europea si fonda anche e soprattutto sul monopolio dell’emissione della moneta unica, avendo spogliato gli Stati membri della sovranità monetaria. L’euro è la sola moneta al mondo emessa da un’istituzione formalmente di diritto pubblico, ma che è di fatto una società per azioni: la Banca Centrale Europea, il cui fine non è l’interesse dei popoli europei ma quello dei propri azionisti. A mio parere la sudditanza a tutte le istituzioni sovranazionali (UE, ONU, OMS…) ha come diretta conseguenza la sottomissione alla finanza speculativa globalizzata, che sta distruggendo il nostro sistema di valori. È sotto gli occhi di tutti come nelle nostre società si stiano diffondendo il relativismo, il materialismo, l’individualismo giuridico, l’indebitamento e la povertà. L’aveva intuito benissimo Papa Benedetto XVI, secondo cui l’Eurocrazia e tutti gli attuali retaggi internazionali, in realtà, perseguono l’assoggettamento e la «cosificazione» dell’intera umanità. Benedetto aveva capito come questi meccanismi stessero riducendo la persona a «cosa», mero strumento di consumo di materialità. In segno di speranza vorrei concludere con alcune parole tratte dalla sua enciclica Deus caritas est: “È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza. Fare quanto ci è possibile con la forza di cui disponiamo: questo è il compito che mantiene il buon servo di Gesù Cristo sempre in movimento”.

Elisa Gestri

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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