Gabriella, 65 anni confessa il suo calvario: le malattie gravi insorte dopo i vaccini, e diagnosticate con molta fatica, l’hanno resa dipendente da uno scooter elettrico. Oggi sorride ma le manca la sua autonomia.
Una vita interrotta: ora si sposta solo sullo scooter elettrico
Gabriella ha 65 anni, nell’Associazione Persone in Cammino, di cui fa parte, ha conosciuto numerose persone con cui condividere il suo dramma e cerca di vivere la quotidianità con una nota positiva. Fino a pochi anni fa conduceva una vita piena, attiva, indipendente. Gestiva insieme al marito un’agenzia immobiliare, curava pubblicità per radio, tv e giornali, aiutava i genitori anziani e ha cresciuto due figlie praticamente da sola. Ogni giorno era una corsa, un’energia costante sempre in movimento che dava un senso, autonomia, sicurezza alla sua quotidianità. Oggi, ogni passo è diventato una prova, e ogni gesto o movimento, rappresenta un rischio.

Dopo i vaccini, il pericolo anche tra le pareti domestiche
«Dopo la prima dose avevo avvertito qualche sintomo anomalo ma nulla di preoccupante o che mi impedisse di procedere con le vaccinazioni. Oggi quando scendo dalla macchina e percorro pochi metri, cammino come se fossi ubriaca», racconta Gabriella. «Una sera, salendo le scale di casa lentamente, un piede alla volta, poggiandomi ovunque, sono caduta a terra. Mio marito mi chiamava: “Gabri, dove sei?” E io ero lì, a terra, senza nemmeno rendermene conto».
La caduta è solo la punta dell’iceberg di una serie di sintomi comparsi dopo il ciclo vaccinale anti-Covid. «Dopo la seconda dose ho sentito dolori improvvisi alle gambe, le vene sono riaffiorate, sono comparsi capillari e macchie di sangue su braccia e busto. La terza dose ha peggiorato tutto: non riuscivo più a tenere la testa e le spalle dritte e la mia qualità di vita è stata irrimediabilmente compromessa».
Diagnosi: un calvario lungo tre anni
Ci sono voluti tre anni di pellegrinaggi medici per arrivare a una diagnosi completa, senza supporto, cercando risposte da sola.
Gabriella convive oggi con fibromialgia grave, artrite psoriasica erosiva, polimiosite e vescica neurologica ma arrivare alle diagnosi non è stata una passeggiata. «Il mio corpo non mi regge più. Le ossa vengono erose, i muscoli consumati, la vescica non controllabile. Ogni uscita è un’ansia, per il rischio di farmi male. Le gambe cedono, le cadute sono dietro l’angolo».
Nonostante tutto, Gabriella non si è mai ricoverata. Non per comodità, ma perché preferisce gestire le cure a casa, seguendo personalmente ogni dettaglio. Dietro questa scelta c’è anche un sentimento di sfiducia verso alcuni operatori sanitari. «Purtroppo spesso ho avuto la sensazione che i medici non comprendessero davvero la gravità della mia condizione», racconta.
Un episodio emblematico racconta quanto la realtà possa essere dura e frustrante: «Dovevo fare una risonanza magnetica, ma per via della mia postura avrei avuto bisogno di un cuscino speciale. Il tecnico mi ha detto che con il cuscino non sarei entrata nella macchina. Quando ho spiegato che i problemi erano comparsi dopo i vaccini anti-Covid Pfizer e che ero costretta a usare le stampelle, ha iniziato a sorridere e a fare battute in mia presenza».
Questa esperienza mostra quanto, oltre alla fatica fisica, Gabriella debba affrontare anche un peso psicologico aggiuntivo: sentirsi derisa o non compresa peggiora la difficoltà di ogni giornata e rende ancora più pesante la gestione della malattia.
Il riconoscimento dell’invalidità e la protesta contro l’INPS
Gabriella ha ottenuto il riconoscimento dell’invalidità in diverse tappe.
Denuncia anche le difficoltà incontrate con l’INPS. «Mi hanno dato prima il 50% di invalidità, poi il 75%, e infine l’85%», racconta. «La Presidente della Commissione, quando ha letto le mie condizioni, sembrava incredula, quasi con aria beffarda. Per me, però, non è incredulità: è la realtà quotidiana che vivo ogni giorno, tra cadute, dolore e perdita di autonomia».
Nonostante il riconoscimento parziale, Gabriella ritiene la valutazione ingiusta. «Avrei bisogno di aiuto per muovermi, anche per le scale di casa, ma non mi è stato concesso. Per me, l’invalidità al 100% e l’accompagnamento sarebbero necessari, perché senza aiuto non riesco a svolgere nemmeno le attività più semplici, come andare al supermercato o salire le scale di casa».
«Ho pensato di fare ricorso e mi sono rivolta a un avvocato specializzato, ma non ce l’ho fatta psicologicamente: sarebbe stato un ulteriore stress, troppo forte da affrontare. Ho anche fatto la richiesta di aggravamento a giugno, pagando ulteriori 400 euro per il certificato e per l’accompagnamento del medico davanti alla commissione INPS, ma rimane comunque insufficiente rispetto alle reali necessità».
La perdita dell’autonomia difficile da accettare
La perdita di autonomia è stata sostituita dallo scooter elettrico. Oggi Gabriella si sposta fuori casa solo con lo scooter elettrico o le stampelle. «A casa cammino appoggiandomi con i gomiti o su una sedia con le rotelle tipo quelle da ufficio. Fuori, senza scooter o stampelle, non posso fare nulla. «Mi muovo solo così. Ora è una fatica costante. Ogni piccolo spostamento richiede attenzione, forza e coraggio».
La piscina, un tempo rifugio rigenerante, è diventata impossibile. «Prima uscivo rinvigorita, ora arrivo piegata, stanca. Non riuscivo a tenere il borsone in mano, non vedevo l’ora di sedermi. Mio marito mi veniva a prendere. Anche guidare è diventato pericoloso: non ricordo comandi, pedali, luci. La macchina, un tempo estensione della mia autonomia, è ora un ricordo».
La vita quotidiana trasformata in prova
Ogni gesto semplice diventa difficile: alzare le braccia, piegarsi, camminare pochi passi. «Se devo appendere un abito o spostare un bicchiere, ci metto minuti, a volte devo sedermi o cado. È un malessere continuo, un affaticamento che non si spiega».
Il lavoro, una volta fulcro della sua vita, è ridotto a ricordi. «Facevo tutto: dall’ideazione alla consegna della pubblicità, coordinavo spot, contattavo clienti. Ora non riesco più a organizzare niente. La mia mente vorrebbe muoversi come prima, ma il corpo non risponde».
Il dolore invisibile
Gabriella sottolinea il peso psicologico: «Non ho più forza mentale per affrontare mille problemi contemporaneamente. La mia vita è ridotta a casa, allo scooter, al dolore cronico, alle difficoltà in casa e fuori casa. Non posso uscire senza rischio. Non posso guidare, non posso camminare se non per 25/33 passi al massimo. Ogni giorno è una prova, e cerco di trovare ogni giorno il motivo per andare avanti, sorridere, combattere».
Ha dovuto affrontare anche l’imbarazzo di mostrarsi agli altri in queste condizioni. «All’inizio avevo vergogna. Ero alta, dinamica, sempre sorridente. Accettare le stampelle e lo scooter elettrico è stato devastante. Mi nascondevo per paura di incontrare conoscenti. Poi ho cominciato a raccontarmi sui social. Molti non immaginavano la gravità della mia situazione».
Una vita piena stravolta
Gabriella racconta come la pandemia e i vaccini abbiano cambiato la sua esistenza in pochi mesi. «Ho vissuto una vita piena, anche tra sofferenze morali: un matrimonio finito, figli cresciuti da sola, impegno costante verso lavoro e famiglia. Nella testa mi sento giovane, attiva, ma il corpo non mi segue più. Ogni passo, ogni movimento è un rischio. Dal letto al tavolo della cucina, dal divano al bagno, tutto richiede uno sforzo che prima non immaginavo».
Oggi Gabriella è il ritratto della perdita di autonomia: una donna dinamica e instancabile, ridotta a muoversi con uno scooter elettrico e stampelle, tra dolore, cadute e isolamento. La sua storia racconta la drammaticità di una vita stravolta, costringendo a reinventare la quotidianità con coraggio, dignità e una lucidità che non si arrende.
Ingrid Busonera

