L’Italia che applaude, si commuove… ma non riconosce.
C’è un’Italia che non appare nei discorsi trionfalistici dei governi, né nelle conferenze stampa patinate sulle “grandi riforme”. È l’Italia che vive accanto alla fragilità, che si alza ogni giorno senza stipendio, senza tutele, senza ferie e senza malattia. L’Italia dei caregiver familiari. Un esercito invisibile che, con il proprio lavoro di assistenza sanitaria familiare, tiene in piedi lo Stato mentre lo Stato finge di non vederlo.
Quando è uscita la proposta della finanziaria con 1,5 milioni destinati al Fondo Caregiver, il Paese reale ha sentito l’odore della beffa. Non un riconoscimento, non un supporto, non una svolta. Solo l’ennesimo pugno allo stomaco.
E, paradosso nel paradosso: quei soldi non andranno nemmeno ai caregiver, ma all’INPS per costruire una piattaforma che dal 2027 dovrebbe gestire una legge… che ancora non esiste.
In questo vuoto politico, umano e culturale, nasce CFU – Caregiver Familiari Uniti, fondato da quattro donne che non si conoscevano, ma che si sono riconosciute subito dal primo messaggio e sono: Cristina Mariani, Vincenza Zagra, Alessandra Corradi e Rosi Maltese. Un incontro “casuale”, se si crede al caso. Ma forse, più realisticamente, un inevitabile incrocio di urgenze.

C’era una necessità che ribolliva da tempo, un bisogno quasi fisico: dire la verità, finalmente, senza più farsi inghiottire da quel silenzio che per anni ha avvolto i caregiver come una coperta pesante. L’urgenza di non lasciare che altri raccontassero la loro vita, con parole accomodanti e numeri che non dicono nulla di ciò che significa davvero assistere un familiare, ogni giorno, ogni notte, senza sosta.
E proprio quando sembrava aprirsi uno spiraglio, ecco arrivare il DDL Locatelli, presentato con toni trionfali come un “passo avanti”. Ma basta leggerlo per accorgersi che chiamarlo miope è un esercizio di gentilezza.
ISEE sotto i 15.000 euro, reddito da lavoro inferiore ai 3.000, almeno 91 ore mensili di assistenza certificate, e per coronare la farsa, un contributo massimo di 400 euro al mese, erogato trimestralmente.
È l’immagine di uno Stato che pretende di misurare la cura con il cronometro, come se accudire un genitore, un figlio, un coniuge potesse essere ridotto a un conteggio di ore. Uno Stato che confonde la cura con l’elemosina e la sopravvivenza con una “misura di sostegno”.
Questo non è un riconoscimento e non è nemmeno dignità. È, semplicemente, una presa in giro.
Abbiamo incontrato Cristina Mariani, una delle quattro fondatrici di CFU, alla quale abbiamo rivolto alcune domande.
Cristina, cosa vi ha fatto capire che era il momento di creare CFU?
È bastata la cifra della finanziaria per capirlo: 1,5 milioni per i caregiver. In quel numero minuscolo c’era tutto il disinteresse politico verso di noi. Ci siamo guardate, pur senza conoscerci, e abbiamo capito che o parlavamo noi… o nessuno l’avrebbe fatto.
Il DDL Locatelli viene raccontato come un “grande passo avanti”: perché secondo voi è l’opposto?
Perché non riconosce nulla. Non tutela nulla. È una misura sul reddito, non sul lavoro. Noi non chiediamo un bonus elettorale, chiediamo una legge che riconosca ciò che facciamo ogni giorno. Con quei requisiti si taglia fuori quasi chiunque. È una riforma che mortifica, non che sostiene.
Perché secondo voi molte associazioni che hanno partecipato ai tavoli tecnici oggi non contrastano il DDL?
Per stanchezza, per compromessa vicinanza alle istituzioni o perché credono che sia “meglio questo che niente”. Ma noi non possiamo accettarlo. La verità è che questo “qualcosa” non è niente. È meno di niente.
Cosa chiedete, concretamente, allo Stato?
Tre diritti semplici, che in qualunque Paese civile sarebbero scontati:
tutela previdenziale, tutela economica, tutela sanitaria. E poi il riconoscimento giuridico del ruolo. Né più né meno di ciò che viene garantito a ogni lavoratore.
Che Italia immaginate? Che Italia chiedete?
Un’Italia che non si limiti a commuoversi. Che non applauda e poi giri la faccia. Vogliamo un Paese che non lasci i caregiver nel limbo, invisibili, sfruttati, colpevolizzati. Un Paese che riconosca che senza di noi il sistema assistenziale sanitario assistenziale crolla. È tempo di diventare un Paese civile, davvero.
Che appello fate ai cittadini, oggi?
Di esserci. Di non pensare che “non mi riguarda”. Perché la fragilità non sceglie. E perché i diritti non si conquistano da soli. Abbiamo bisogno di voci, mani, persone. Di una comunità. CFU è nato da quattro caregiver. Ora ha bisogno di tutti.
Nel dialogare con Cristina Mariani si avverte tutta la stanchezza di chi si sente abbandonato in un mondo che sembra solo suo, ma i caregiver non chiedono eroi, medaglie, applausi o pietismo. Chiedono diritti.
Quei Diritti veri, stabili, riconosciuti ad ogni cittadino di questo Paese, che permetta loro di vivere, non di sopravvivere.
Lo Stato sa bene che senza di loro il sistema sanitario crollerebbe in due settimane. Eppure, continua a trattarli come i lavoratori in nero della cura familiare.
Non si può più tacere. Non si può più aspettare. Non si può più accettare l’elemosina politica in cambio del silenzio.
Come scriveva Martin Luther King: “La nostra vita inizia a finire il giorno in cui diventiamo silenziosi sulle cose che contano”.
E questa, oggi, è una delle cose che contano di più in assoluto.
Link utili:

https://www.ioscelgo.org/petizioni/il-caregiver-familiare-h24-va-riconosciuto-come-lavoratore

