La giustizia tributaria in Italia non è un fenomeno marginale: secondo il rapporto della Banca d’Italia appena pubblicato, nel periodo 2006-2022 circa il 2% delle società di capitali — una media di circa 23.000 imprese all’anno — è stato coinvolto in contenziosi tributari.
Un dato che, a prima vista, può sembrare limitato: 2 aziende su 100, una goccia nel mare delle imprese italiane. Ma la realtà è molto più complessa — e, in molti casi, preoccupante. Perché quando un’impresa entra nel meccanismo del contenzioso, non è solo una questione di imposte: è una questione che può incidere sull’intera vita aziendale, sulla stabilità finanziaria, sulla capacità di investire e di sopravvivere.
Lo studio si concentra sulle società di capitali (escluse quelle del settore finanziario), offrendo una fotografia del contenzioso tributario dal 2006 al 2022. Di queste controversie, circa il 62% vede come controparte principale l’Agenzia delle Entrate. Il resto riguarda, in ordine decrescente, enti territoriali (16 %), riscossione (AdE-Riscossione, 10 %), e l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (4 %).
Gli oggetti del contendere? Le imposte più gravose per le imprese: IRES, IRAP e IVA. In pratica, le tre colonne della pressione fiscale su società.
Ma non è importante solo chi ricorre e contro chi: quel che conta — e spesso si sottovaluta — sono le conseguenze economiche e operative. Secondo lo studio della Banca d’Italia, anche le imprese che vincono (in media circa il 32% dei contenziosi) ne soffrono: i tempi medi di durata delle cause — 588 giorni in primo grado, 732 giorni anche in secondo grado — generano costi indiretti, rallentamenti nei piani aziendali, difficoltà nell’accesso al credito.
Non sorprende dunque che molte imprese coinvolte, pur uscendo vincitrici, abbiano subito una contrazione delle attività o — nel caso peggiore — siano uscite dal mercato.
Le statistiche del contenzioso tributario non confermano un fenomeno in riduzione: secondo il rapporto triennale del 2022 e le rilevazioni successive, il numero di ricorsi resta molto alto. Nel 2024, secondo i dati pubblicati dal Dipartimento della Giustizia Tributaria, i nuovi ricorsi depositati sono stati 224.725.
Anche la durata dei procedimenti resta una zavorra: nel 2022, la media per un giudizio di primo grado è stata di circa un anno e sette mesi.
Una lentezza che mette in crisi la certezza del diritto, armeggiando con scenari in cui l’incertezza fiscale dura anni — spesso troppo per un’azienda che deve prendere decisioni in termini di investimenti, assunzioni, assetti finanziari.
Lo studio della Banca d’Italia evidenzia con chiarezza ciò che molti operatori ed esperti già sperimentano sulla propria pelle: il contenzioso tributario rappresenta un freno reale all’economia. Aziende piccole e medie, in particolare, risultano più esposte: la combinazione tra oneri fiscali elevati, contenzioso, tempi lunghi e incertezza può tradursi in riduzione di investimenti, assunzioni o liquidità.
D’altronde, il contenzioso fiscale non riguarda quasi mai cifre “heroiche”: spesso le cause sono legate a regolamentazioni complesse, interpretazioni soggettive, aspetti contabili. Eppure, per un’impresa il costo non è solo economico: è anche reputazionale, gestionale, strategico.
Doverosamente bisognerebbe considerare che se la durata media dei processi potesse essere sensibilmente accorciata, molte imprese eviterebbero di restare “con l’attesa addosso”, penalizzate da incertezze e costi, invero, per le aziende investire in consulenza, controllo preventivo e trasparenza potrebbe ridurre la probabilità stessa del contenzioso, mentre strumenti come la mediazione tributaria, la negoziazione preventiva, l’utilizzo consapevole delle risorse legali e amministrative possono ridurre il ricorso alla giustizia.
Il contenzioso non è un tema da addetti ai lavori — ha effetti sull’intero sistema economico, sulla fiducia degli investitori, sulla capacità di competere.
In conclusione: il rapporto 2006-2022 della Banca d’Italia suona come un campanello d’allarme per il tessuto imprenditoriale italiano. Non è solo una questione di numeri, di ricorsi, di cause: è una questione di sistema, di stabilità, di sostenibilità. Se non si interviene con riforme, efficienze e certezze, il peso del contenzioso non rimarrà un tema isolato ma rischia di gravare su intere generazioni di imprese.
In un Paese come l’Italia, dove le PMI rappresentano l’ossatura dell’economia, la vittoria in giustizia non basta: serve prevenzione, chiarezza, rapidità. Questo rapporto lo conferma: e dovrebbe impegnarci tutti — istituzioni, professionisti, imprese — a ripensare il nostro modo di fare impresa e di fare Stato.
Mario Vacca
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

