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Robert Duvall: quando l’attore diventa icona

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Oltre cento film, un solo stile: la misura. Momenti di un artista che non ha mai inseguito la luce dei riflettori, ma che dall’ombra ha costruito alcune delle figure più iconiche del cinema.

Per chi avesse visto To Kill a Mockingbird – e se non l’avete ancora fatto, affrettatevi – è impossibile non ricordare l’entrata in scena di Boo Radley, personaggio mitico interpretato da Robert Duvall nel film di Robert Mulligan, al fianco di uno straordinario Gregory Peck. Non è un caso che il debutto del giovane californiano sul grande schermo sia proprio un’apparizione spettrale. Figura invisibile per gran parte del film, quando emerge dall’oscurità lo fa in silenzio, con una presenza fragile e disarmante. Un esordio emblematico, quasi da predestinato: Duvall entra nel cinema americano non ammaliando alla luce dei riflettori, ma abitandone i margini. L’ombra diventa così la sua firma espressiva.

Quella postura si fa più strutturata con il personaggio dell’avvocato Tom Hagen in The Godfather di Francis Ford Coppola. In mezzo alle colonne carismatiche di Marlon Brando e Al Pacino, Duvall costruisce un personaggio che regge la tensione del film. Orfano adottato, si ritrova ad amministrare i crimini della famiglia Corleone, sospeso in una dualità fatta di estrema razionalità professionale e umana paura. Le figure femminili accanto a Tom restano quasi sfuggenti; nonostante abbia moglie e figli, la sua identità non ha bisogno di orpelli. La sua integrità si costituisce nella legge che osserva e che fa osservare. Senza mai alzare il tono, senza mai dominare la scena. È l’uomo che ascolta, che riferisce, che comprende le regole controverse del potere. Ancora una volta, è l’ombra che rende possibile la luce.

Ed è forse proprio Coppola a cogliere fino in fondo le sfumature silenziose di Duvall, tanto da affidargli uno dei personaggi più cruenti e iconici del cinema americano: il tenente colonnello Kilgore in Apocalypse Now. Con la Cavalcata delle Valchirie in sottofondo e “l’odore del napalm al mattino”, Duvall diventa immagine della violenza militare statunitense in Vietnam, incarnando disciplina e follia, ordine e caos, violenza e passione.

Per arrivare al 1983 con il film Tender Mercies, dove interpreta Mac Sledge, cantante country in declino e in cerca di redenzione. Anche in questo capolavoro di Bruce Beresford, Duvall si innalza con un ruolo misurato e intimista, lontano dai suoi personaggi più iconici, ma nonostante ciò coerente con la sua straordinaria capacità espressiva. Non giudicando mai il suo personaggio, ma abitandolo fino a renderlo specchio di un’intera generazione. Film che gli valse nel 1984 l’Oscar come miglior attore.

La sua carriera attraversa Broadway, la New Hollywood, il cinema d’autore, il western televisivo, i film bellici e i film comici, diventando uno degli attori più prolifici mai esistiti, prendendo parte a oltre 100 produzioni. Questo senza mai reclamare attenzione, senza mai essere l’eroe che cerca il centro dell’inquadratura. Ma divenendo sempre la presenza che dà umanità alla scena, che ne sostiene il peso morale. Un totem silenzioso. Un mediano invisibile attorno a cui ruotano generazioni di storie. 

La bellezza del cinema è che nessuno muore davvero. Rimane lì, a nostra disposizione, pronto a recitare ancora e a farci evocare quelle emozioni che solo quegli occhi, quell’accento, quella storia sono capaci di restituire. Non è vero che il cinema è un’arte morente; al contrario, è il simbolo della vita più vera, quella fatta di piccoli gesti che si ripetono all’infinito.

Robert vive dentro ogni suo capolavoro. E da quell’ombra, continua a sorriderci.

Samuel Campanella

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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