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Quando la tecnica sorpassa l’uomo: perché i classici restano l’ultima difesa della misura

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“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”(cit. Italo Calvino, “Perchè leggere i classici”). 

In ogni epoca di accelerazione si affaccia una tentazione ricorrente, quella di credere che il nuovo renda superfluo l’antico. Accade anche oggi, nel tempo in cui la scienza moltiplica possibilità un tempo impensabili e la tecnica promette di correggere i limiti della condizione umana fino a farli apparire difetti da eliminare. In questo orizzonte la parola “classico” rischia di essere equivocata. La si riduce a reliquia, a ornamento culturale, a esercizio di elegante nostalgia. Eppure è proprio quando il presente si fa febbrile che i classici tornano ad avere una forza singolare. Non perché offrano rifugi sentimentali, bensì perché custodiscono la domanda che il nostro tempo tende a smarrire, quella sul significato dell’umano. La loro attualità non consiste nel fornire risposte tecniche a problemi tecnici. Nessuno legge Sofocle, Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Dante o Leopardi per apprendere il funzionamento di un algoritmo o la struttura di una rete neurale. Li si legge per una ragione più decisiva, ovvero perché essi riportano il pensiero al punto da cui tutto dipende, cioè al rapporto fra potenza e fine, fra possibilità e bene, fra capacità di fare e dovere di giudicare. La civiltà tecnico-scientifica possiede una straordinaria competenza nel rispondere alla domanda “come”. I classici impediscono che si atrofizzi la domanda “perché” e soprattutto la domanda “per chi”. Quando queste domande scompaiono, il progresso continua a crescere in estensione e nello stesso tempo si impoverisce in altezza. L’epoca post-umana prende forma precisamente in questa sproporzione. Essa, infatti, designa soltanto un insieme di innovazioni, bensì una mutazione dello sguardo. L’uomo non è più pensato come soggetto che abita il limite e lo interpreta, viene sempre più percepito come materiale disponibile, come cantiere aperto, come struttura da ottimizzare. In questa prospettiva, la vulnerabilità diventa un guasto, la dipendenza una vergogna, la finitezza uno scandalo da correggere. In un simile clima, allora, i classici tornano attuali perché ricordano che il limite non è soltanto una barriera esterna, è anche la forma grazie a cui una cosa è ciò che è. Se si spezza ogni misura in nome della prestazione, non si ottiene un uomo più compiuto. Si prepara piuttosto un essere più funzionale e meno umano. Qui appare con evidenza la sapienza antica della misura. La tradizione classica, da quella greca fino ai grandi autori della modernità europea, non esalta la rinuncia sterile né la paura del nuovo. Essa insegna che la grandezza umana nasce dall’ordine interiore, dalla capacità di distinguere ciò che accresce la vita da ciò che la invade. L’idea aristotelica del fine conserva, in questo contesto, una sorprendente energia critica. Non basta sapere che qualcosa è possibile, occorre domandarsi quale forma di bene realizzi. Non basta aumentare l’efficienza, occorre capire se quell’aumento perfezioni la persona oppure la riduca a ingranaggio di un sistema più rapido. La tecnica, quando perde di vista il fine umano, tende a capovolgersi nel suo contrario. Da strumento diventa ambiente, da mezzo diventa criterio, da aiuto si trasforma lentamente in potere normativo. Un esempio concreto illumina bene il punto. Si pensi alle interfacce cervello-macchina, nate e sviluppate anzitutto per finalità terapeutiche di alto valore, come restituire comunicazione o movimento a persone gravemente colpite da malattie neurologiche. In questa concezione la tecnica appare nella sua nobiltà, poiché si mette al servizio della fragilità. Il rischio si profila quando la medesima logica slitta dal curare al potenziare, dal riparare al superare l’umano, dal soccorrere il limite al dichiararlo indegno. Se il corpo e la mente diventano piattaforme da aggiornare in permanenza, l’uomo comincia a essere valutato secondo parametri di prestazione e di connessione continua. La persona non è più fine, è supporto di implementazioni successive. In quel momento il linguaggio della dignità cede il posto a quello dell’upgrade. Il malato, il fragile, l’anziano, il non performante rischiano di apparire non come volti da custodire, bensì come versioni insufficienti della specie. I classici oppongono a questa deriva una verità semplice e vertiginosa. L’uomo vale non per la quantità di potenza che accumula, bensì per la qualità del senso che sa riconoscere. Antigone, ad esempio, insegna che esiste un ordine non fabbricato dal potere. Platone ricorda che una città senza giustizia, anche se efficiente, è interiormente disordinata. Agostino mostra che l’inquietudine del cuore non si lascia placare da un incremento di mezzi. Leopardi, con la sua lucidità impietosa, avverte che il dominio sulla natura non coincide affatto con la redenzione del vivere. In tutti loro si trova un ammonimento prezioso per il presente, ossia che non ogni ampliamento di facoltà coincide con un avanzamento della civiltà e che non ogni vittoria sull’impedimento equivale a una vittoria sul nulla. Per questa ragione l’attualità dei classici non è accademica, è civile e persino antropologica. Essi educano a una forma alta di resistenza, che non è rifiuto della scienza, né ostilità verso la tecnica. È resistenza alla riduzione dell’uomo a funzione. È difesa dell’interiorità contro la colonizzazione dell’efficienza. È custodia della parola, del giudizio, della coscienza, della responsabilità personale in un tempo che ama delegare alle procedure anche ciò che esige discernimento. Un classico non serve a rallentare il futuro. Serve a impedire che il futuro diventi disumano. Quando una civiltà smette di interrogare i suoi classici, di solito non diventa più libera. Diventa più esposta alle mode del momento, più permeabile ai linguaggi del potere, più incline a scambiare l’inedito per il vero. Il classico, invece, introduce una distanza salutare. Ricorda che l’uomo non coincide con ciò che produce, che il sapere non coincide con il calcolo, che la libertà non coincide con l’assenza di limiti. In un’epoca che sogna di andare oltre l’uomo, il compito più urgente non è correre più avanti. È comprendere più a fondo chi sia l’uomo. Per questo i classici restano attuali. Non parlano da un mondo finito. Parlano dal centro permanente della nostra lotta per non perdere il volto.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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