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Morte e speranza: il travaglio del cuore agostiniano

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Per Agostino (354 d.C. – 430 d.C.), di cui oggi ricorre la Festa di III classe (bianco) nel Messale Romano del 1962, la morte è il confine che lacera, il mistero che interroga, la ferita che apre lo sguardo oltre la contingenza. 

Non è mai un puro fatto biologico, ma un dramma dell’anima: dramma perché ricorda all’uomo che egli è polvere e peccato e, nello stesso tempo, che non può bastargli la polvere, ché porta in sé una sete di eternità che la morte stessa rende più bruciante. 

La morte non è riducibile a evento naturale, come nel pensiero stoico, né è semplice dissoluzione dell’io, come in taluni filosofi antichi: è segno della condizione decaduta e insieme preludio alla redenzione. 

Per questo Agostino la contempla con timore e con speranza, con lacrime e con fede. Nelle “Confessiones” egli narra lo smarrimento per la morte dell’amico giovanile: «Facta est tenebrae in corde meo, et quidquid aspiciebam mors erat» (Conf. IV, 4, 9). («Si fece tenebra nel mio cuore e qualunque cosa guardassi era morte.») È un grido di dolore che non conosce ancora la luce della fede matura. Qui la morte appare come frattura insopportabile, come assurdo che invade l’anima. Tuttavia, proprio da questa lacerazione nasce il cammino verso Dio: se tutto ciò che passa conduce alla morte, allora occorre cercare ciò che non muore. 

Diverso è il volto che la morte assume quando Agostino accompagna Monica, sua madre, all’estrema soglia. Non più soltanto disperazione, bensì speranza che fiorisce tra le lacrime. Monica non teme la terra, né la decomposizione del corpo, ma affida tutto a Dio. Le sue parole sono tra le più commoventi di tutta la patristica: «Sepelite hoc corpus ubicumque; nihil vos eius cura conturbet. Tantum illud vos rogo, ut ad altare Domini memineritis mei» (Conf. IX, 11, 27). («Seppellite questo corpo dove volete; nessuna preoccupazione vi turbi per esso. Vi chiedo soltanto di ricordarvi di me davanti all’altare del Signore.») In questa semplicità si svela la certezza teologale: la vita è custodita in Dio e ciò che muore non è perduto, ma attende nella comunione dei santi. 

Agostino sa bene che la morte è frutto del peccato originale e la interpreta come necessaria conseguenza della caduta: «Stipendium peccati mors» (Rom 6,23, spesso citato da Agostino). Tuttavia, proprio perché la morte è conseguenza del peccato, essa diventa anche il luogo della grazia. In Cristo essa non è più condanna, ma passaggio. Per questo nelle “Enarrationes in Psalmos” egli proclama: «Spes nostra tota Christus est: ipse est omnis salus nostra» (En. in Ps. 36, sermo 2, 14). («La nostra speranza è tutta Cristo: Egli è tutta la nostra salvezza.»). Non una vaga illusione, non un conforto psicologico, bensì un’ancora che regge il cuore nella tempesta. Così nel “De civitate Dei” egli riassume con lapidaria intensità: «Spes iustorum immortalitas est» (XIX, 4). («La speranza dei giusti è l’immortalità.»). Non è il nulla che attende, quanto la vita stessa di Dio. La speranza non è solo proiezione soggettiva, ma realtà ontologica: essa poggia sulla resurrezione di Cristo, che ha vinto la morte dall’interno. Da qui sgorga una visione profondamente commovente: la morte non annienta l’amore, ma lo consegna a Dio. Per questo Agostino può scrivere: «Spes est fides inchoata; et fides est spes iam facta» (“Sermo” 158). («La speranza è la fede agli inizi; e la fede è la speranza già realizzata.»). 

L’uomo, dinanzi alla morte, si scopre mendicante, fragile, incapace di salvarsi. Eppure, in questa debolezza, s’accende la fiamma della speranza, fragile e insieme invincibile, perché alimentata dall’amore eterno. La meditazione agostiniana sulla morte non è mai mera speculazione, quanto confessione. Essa è intessuta di lacrime, di memorie, di affetti e, proprio per questo, è universale e commovente. L’uomo che piange la perdita di un amico, il figlio che veglia la madre morente, il Vescovo che consola i fedeli in una Ippona assediata dai Vandali di Genserico (389 d.C. – 477 d.C.): in tutte queste figure Agostino riconosce il medesimo dramma e la medesima promessa. La morte rimane ferita, sebbene non sia più abisso senza fondo: è la soglia di una speranza più grande di ogni cuore, perché radicata in Colui che è «resurrectio et vita». Così, per Agostino, la morte è l’ultima maestra: insegna che non siamo padroni, ma pellegrini; non autosufficienti, ma bisognosi. E la speranza che ne segue non è sogno romantico, ma certezza luminosa: che nulla di ciò che amiamo nel Signore andrà mai perduto.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazettadellemilia.it

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