Un titolo di un articolo un po’ anomalo dato che sarebbe molto più pregnante la dicitura l’oblio dell’essere tanto criticato da Martin Heidegger ma avventurarmi in un campo così difficile lo troverei come un inutile martirio letterario a motivo del quale il noto filosofo lo accantono per andare sul sicuro sulla base delle quattro nozioni che conosco e rielaborate al meglio, o almeno credo.
Lo spunto nasce dal periodo Natalizio che ci accingiamo ad affrontare tra simboli e tradizione rispettata in maniera svogliata e consumistica dato che – fatto notorio – tale periodo assurge a totem capitalistico che svilisce quel poco di Sacro che invece dovrebbe accompagnare la nostra esistenza, ma stiamo fallendo tutti.
Perché non in tanti ragionano sul Natale e sulla nascita di Cristo pensando più a fare il bel presepe o albero per postarlo su Fb che ammirare in tutto il Suo splendore la lieta novella.
E perdendo tutti quel minimo sindacale di misticismo in funzione del consumo e andando perfino a svilire quello che sentenziavano i grandi mistici Sufi dell’Islam e cioè che per vivere bene si deve eliminare il superfluo.
Difficile da attuare in una società materialista come quella occidentale basata solo sulla logica del profitto economico e non dello spirito.
Ne consegue, agli occhi di molti, che la tradizione cristiana sia ammantata da rituali che spesso hanno origini romane antiche come afferma sia Mario Polia antropologo e archeologo che Franco Cardini nel suo libro “I giorni del sacro”.
Una serie di rituali magici trasformati – per il fedele nuovo che è il Cristiano- e attualizzati in modo tale che il fil rouge della tradizione non venga interrotto dal nuovo modo di vedere l’uomo in base alle scritture evangeliche e che suscita tanto timore per tenere ancorati a sé, prima con le divinazioni ora con la Comunione a messa, il popolo.
Timore per il peccato originale che è la disubbidienza alla volontà di Dio portandone interiormente le conseguenze per una scelta di fede che ci fa vivere perennemente con un senso di inadeguatezza rispetto alla parola di Dio.
Ora, se il Sacro è la realtà spirituale inespressa perché risulta oltre modo difficile spiegare cosa sia agli occhi di noi stolti, dall’altra è indubbio che la sacralità è stata definitivamente persa per seguire il culto del bene da comprare e svilendo il volano della questione umana che è la Nascita del Redentore.
Sul punto il magnifico maestro compositore Lorenzo Perosi ebbe a scrivere una bellissima opera dal titolo “Natale del Redentore” ma non sapendo che la Sua musica sacra sarebbe stata soppiantata da quattro esaltati neocatecumenali con chitarre e tamburelli con Messe di quattro ore che sfiancano anche il fedele più accanito.
Ma se ci si rifugia in quel santuario intimo e inviolabile che è dentro ognuno di noi, come diceva Hermann Hesse, ci si accorge che abbiamo le risposte a quella voglia di Sacro che spesso accantoniamo perché andiamo di fretta.
Fermandoci invece a riflettere trasformando il pensiero in una preghiera laica ne conseguirebbe una diversa percezione del Natale che non sarebbe più un perfetto mix di presepi e cappelletti in brodo e bollito con il cren, ma un affacciarsi a quella voglia di conoscere sé stessi per migliorarsi e compiacere a Dio e diventando figli degni di Lui.
Impresa titanica e anacronistica dato che la voglia di Sacro svanisce appena iniziano i saldi nei negozi.
Ne consegue un aspetto deleterio della questione “natalizia” laddove il totem esistenziale non è più chi è dentro la sacra stalla tra fieno e animali e genitori, ma la borsetta in saldo di Gucci che costa comunque quanto un’automobile.
I grandi pensatori studiosi di esoterismo, quelli che poi non sono sfociati nella deleteria massoneria per tornaconto personale ed economico, hanno sempre indicato o cercato di indicare la via iniziatica alla verità come affermava anche Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo e costoro rimangono forti caposaldi del pensiero occidentale in contrapposizione al materialismo studiato da Marx e decretando, sul punto, che la via iniziatica alla verità citata è terminata con il Concilio di Nicea nel 325 d.C. e la conseguente adozione dei quattro vangeli governativi attuali.
In quel consesso che ha fatto danni quanto il Concilio Vaticano secondo e lo sdoganamento della teologia della liberazione, la chiave di lettura è stato lo schiaffo materiale dato da San Nicola al Vescovo in odore di eresia Ario e diventando quindi, lo schiaffo, il simbolo di eliminazione di ogni voce dissonante alla vicenda evangelica e decretando che la perdita del sacro ha origini antiche.
Perché il sacro è l’inginocchiarsi avanti al proprio cuore e vedere cosa dice e cosa fa per poi collegarlo con la ragione e agire di conseguenza.
Invece la Chiesa di oggi non sa più – morto Ratzinger – trasmettere gli strumenti di riflessione teologica e l’invito alla preghiera dato che i Preti sono più assistenti sociali che pastori di anime a motivo del quale Chiese sempre più vuote e negozi sempre più pieni e decretando il fallimento della nascita di Cristo per vivere al meglio.
Se Marx affermava che la religione è l’oppio dei popoli, osservando la società edonistica attuale penso che sia ben più pregnante quanto detto dal grande Ennio Flaiano e cioè che l’oppio è la religione dei popoli.
Perche’ siamo tutti anestetizzati e non cerchiamo più il Sacro ma un buon cappone per fare il brodo.
Filippo Teglia – Avvocato cassazionista penalista, pubblicista, giurista e docente universitario a contratto
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

