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L’Epifania tra tradizione e superstizione

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Epifania dal greco epipháneia, “manifestazione”, “apparizione” indica nella religione Cristiana il momento in cui arrivano i tre Magi alla Sacra stalla portando oro, incenso e mirra.

Lo sappiamo tutti come sia andata la questione, credenti e non, ma in pochi sanno attribuire il valore fondante di tale apparizione ai nostri occhi perché’ più preoccupati a gestire il risposo o l’eventuale ponte lavorativo che ragionare sul simbolo di tale anomala apparizione del ricco che si inchina al povero.

Di fatto la genuflessione dell’apparire avanti all’essere.

Oggi accade che si mettano le preziose statuine nel presepe, due cioccolate e due mandarini nella calza e la faccenda finisce lì segnando la fine delle festività natalizie con conseguente pacificazione del nostro fegato dopo lo stress mangereccio, di certo non spirituale come invece dovrebbe essere.

In realtà i tre re Magi incarnano i simboli del divenire sociale di Gesù e contestualmente sancisce il contrasto con lo stesso perché Lui nato povero in una mangiatoia e loro ben vestiti e con doni preziosi da offrire, che hanno anche un valore simbolico diventando – i doni- totem della società attuale.

L’oro incarna la ricchezza ed è strettamente collegato con l’incenso come devozione alla persona (nel volgo quando si vuole parlare bene di una persona si afferma che è “incensata”).

Due doni legati tra loro indissolubilmente e che fanno capire oggi – con incipit millenni fa – che il denaro comporta anche rispettabilità e segno inequivocabile che questo apparire si perde nella notte dei tempi.

Ma la questione si fa molto più interessante con la mirra, usata- al tempo- per imbalsamare i defunti e quindi malevola avvertenza alla Madonna di quale sarebbe stato il destino del prezioso pargolo.

Tale dono diventa quindi premonizione, disegno divino e monito allo stesso tempo perché la mirra racchiude il destino di morte del Santo Bambino con una annunciazione indelicata, vista la tempistica.

Si potrà obiettare che fatto uomo è normale che il destino di Gesù sia – nel corpo- stato destinato alla morte avendo Dio previsto tutto e architettato tutto e riconoscendo quindi implicitamente ai tre re magi la capacità di previsione del destino.

Ma non si può sottacere  anche una certa perfidia programmatica calcolatrice e quindi non basata sul sentimento come invece sarebbe dovuto essere perché  non ha immaginato il tuffo al cuore della Madonna – che aveva appena partorito – vedersi regalare la mirra  ben sapendo Lei che era una predestinata ad essere una madre incompiuta perché sapeva – sin dalla immacolata concezione- che non avrebbe potuto garantire  la adeguata  protezione di madre al  proprio figlio, declassandola a madre piegata  alla volontà  di Dio e allo Spirito Santo anziché difenderlo da Lui.

E Dio non ha neanche saputo evitare l’indelicatezza verso una nuova e rivoluzionaria maternità di non annunciare il destino del nascituro alla mamma affermando un principio di volontà e di potere per la Nostra salvezza “discesa dal cielo” senza tenere a mente il dolore provocato nella Madonna come madre sì divina, ma sempre madre con le Sue pulsioni ed emotività.

In tutto ciò la figura di San Giuseppe non è stata neanche presa in considerazione e rimasta sempre ai margini della storia  ma apparendo  in qualche quadro rinascimentale  ma con il volto quasi inespressivo  a meno che si osservino i quadri di Georges de La Tour (Vic-sur-Seille10 marzo1593 – Lunéville30 gennaio 1652 ) o di qualche altro pittore eroe.

E questa marginalità di Giuseppe in tutta la questione che ha cambiato il mondo delle nostre coscienze, se da una parte è stata data per scontata rispetto ai disegni divini e diventando un padre quasi insignificante, dall’altra ha segnato la nascita del padre moderno che guarda, osserva e non interviene perché non fornisce indicazioni al figlio che sta crescendo.

E il fatto che non sia suo è un alibi che poco sposta perché nelle nostre campagne si sostiene che il figlio è di chi lo cresce e non di chi lo genera.

Ma l’avrei trovato un po’ azzardato andare contro il destino e contro quanto aveva deciso Dio e obbedendo anche Lui a quanto imposto per la nostra salvezza.

In realtà, analizzando la Sacra Famiglia, si possono avere indicazioni molto più profonde che sfociano nel privilegio di essere stati loro scelti per la missione eroica di cambiare l’uomo a mezzo di un bimbo e comportando una compressione di due concetti paritetici che è la paternità e la maternità in funzione dell’Altissimo ma rimane indubbio che la centralità della vicenda è la Madonna e non la decisione di Dio.

E qui sta la buona novella -ma anomala- di una Fede nata per il martirio intimo della Madonna con la rinuncia ad essere madre compiuta   pur avendo partorito Dio stesso fatto uomo.

Quindi un sacrificio di madre in funzione di un programma che dopo l’entusiasmo inziale sta svanendo perché hanno vinto i due Re magi che hanno donato l’oro e l’incenso.

La mirra rimane in disparte perché simboleggia il destino di ogni uomo   decretando la caducità degli altri due doni sino a che non si rinnovi la via iniziatica al mistero e alla verità.

I doni come simboli del materialismo (oro e incenso) e dello spirito (la mirra) che si riverbera anche oggi nella società occidentale che ha perso quello slancio di intimità interiore perché conta avere solo l’oro e il riconoscimento del proprio valore in base a quanto se ne possiede e venire quindi incensati.

Ne consegue un viaggio a vuoto dei tre re magi e da parte delle Madonna un sacrificio emotivo inutile perché nessuno di noi sa che cosa simboleggi la mirra che rimane monito sulla inutilità dei beni da possedere per la caducità della nostra esistenza terrena.

“Polvere siamo e polvere ritorneremo” (Genesi-3,19) racchiude una rassegnazione nichilista e non certo la speranza.

Filippo Teglia – Avvocato cassazionista penalista, pubblicista, giurista e docente universitario a contratto

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it  

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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