Questa settimana torniamo ad occuparci di truffe on line ed in particolare della c.d. caller ID spoofing.
Tale truffa è molto subdola, in quanto il malcapitato riceve la telefonata sul cellulare che sul display appare quello della propria banca.
Inoltre, rispondendo alla telefonata ci si trova a dialogare con un premuroso sedicente operatore dell’Istituto di credito che conosce tutti i dati dell’utente che si finge interessato a risolvere un problema “di sicurezza” sul conto corrente e chiede, per la protezione dello stesso, di confermare alcuni codici.
A quel punto, la truffa è fatta, il sedicente operatore ha libertà di movimento sul conto corrente ed in pochi minuti il denaro della vittima non c’è più.
Oltre alle numerose pronunzie dell’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) registratesi al riguardo, evidenziamo che la questione è sbarcata anche nelle aule di Tribunale risolvendosi favorevolmente per il consumatore con la condanna della banca al rimborso dell’intera somma sottratta dal conto corrente.
Analizziamo i passaggi essenziali della pronunzia:
1)la vicenda: il correntista riceve una telefonata da un numero identico a quello della propria banca, segue le indicazioni del sedicente operatore (in realtà un truffatore), tra le quali scaricare un link inviato via messaggio, per poi scoprire che, in pochi minuti, erano stati effettuati dal proprio conto corrente venti bonifici per un importo complessivo di euro 19.900,00.
Tali bonifici venivano immediatamente disconosciuti dall’utente presso il proprio Istituto di credito ma non riuscendo ad avere il rimborso, attraverso tentativi stragiudiziali, lo stesso era costretto a promuovere un giudizio dinnanzi al Tribunale competente;
2)la banca si costituiva in giudizio difendendosi con la tesi che era stato il consumatore a permettere l’operazione fraudolenta avendo cliccato sul link inviatogli e seguendo le indicazioni del truffatore;
3)il Tribunale ha dato ragione al consumatore condannando la banca al risarcimento integrale del danno patito pari, come si è detto, ad euro 19.900,00.
Ma per quale motivo il Tribunale ha condannato la banca al risarcimento integrale del danno patito dal consumatore?
L’Autorità giudiziaria ha limpidamente statuito che “la sottrazione dei codici del correntista, attraverso tecniche fraudolente, rientra nell’area del rischio di impresa, destinato ad essere fronteggiato attraverso l’adozione di misure che consentano di verificare, prima di dare corso all’operazione, se essa sia effettivamente attribuibile al cliente”.
Volendo semplificare il principio espresso dal Tribunale: l’Istituto di credito custodisce i soldi del correntista?
La banca guadagna dalla custodia del denaro del consumatore?
La risposta è, ovviamente, si.
Di conseguenza, grava sulla banca, operatore professionale, l’obbligo di un serrato controllo del sistema, dalla clonazione del numero di telefono, all’accesso da parte di terzi dei dati dei propri utenti, alla presenza di utilizzo anomalo del conto, tra i quali ricadono i bonifici a raffica, in pochi minuti, avvenuti nel caso in esame.
In sede processuale, quindi, secondo la pronunzia della quale ci stiamo occupando, la banca per evitare la condanna dovrebbe dimostrare che:
-il sistema dei controlli ha funzionato;
-il correntista ha agito con dolo o colpa grave.
Avv. Emilio Graziuso – Avvocato Cassazionista e Dottore di Ricerca
Presidente dell’Associazione Nazionale”Dalla Parte del Consumatore”
In collaborazione con: www,gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

