Quando, la scorsa settimana abbiamo deciso di dedicare “L’Agorà del Diritto” al tema “Risarcimento del danno per dipendenza dalle piattaforme Instagram e Youtube”
Sapevamo che stavamo affrontando un argomento quanto mai delicato ed una pronunzia “storica” e di portata pari alle sentenze che nei primi anni ’90 del ‘900, sempre negli Stati Uniti d’America, avevano condannato per le prime volte le multinazionali del tabacco, sino a quel momento ritenute, quasi, intoccabili.
Non immaginavamo, però, che l’articolo avrebbe destato così tanto l’interesse dei nostri lettori, spingendoli ad interagire con noi, così come mai avvenuto in passato.
La nostra rubrica, infatti, ha ricevuto tantissime e-mail e messaggi di lettori la maggior parte dei quali denunziava possibili casi di effetti negativi, a livello psicologico, (naturalmente a dire di chi ha inviato detti messaggi. Nulla, quindi, di accertato o accertabile da una rubrica e da una testata giornalistica, le quali possono limitarsi a raccogliere le segnalazioni) dell’utilizzo prolungato dei social oppure chiedeva chiarimenti sulla condanna inflitta dalla giuria della Corte Superiore della California (Los Angeles), oggetto dell’articolo della scorsa settimana.
Oggi, quindi, vogliamo riportare alcuni di questi messaggi che ci sono pervenuti, precisando che si tratta esclusivamente di segnalazioni dei lettori non aventi alcuna rilevanza giuridica e che, ovviamente la nostra redazione non ha accertato (e non poteva accertare) essendo necessarie specifiche indagini ed approfondimenti giuridici e medico legale.
Si tratta di semplici messaggi, spesso anonimi, pervenuti alla nostra “Agorà” ed alla Associazione Nazionale “Dalla Parte del Consumatore” – la quale ripropone “L’Agorà del Diritto” sul proprio sito internet: www.dallapartedelconsumatore.com (nel quale è stata dedicata una apposita sezione, denominata appunto “L’Agorà del Diritto”), nonché sulle pagine social, sia Facebook che Instagram, e nel proprio canale whatsapp (https://whatsapp.com/channel/0029Vb7QBxp0VycGdJwP1I3V) – ma il quadro che deriva dagli stessi fa molto riflettere.
“Mio figlio, sedicenne, anche quando parliamo in casa è uno scroll continuo dello schermo del telefono. Sembra che non ascolti neanche quello che ci diciamo tanto è preso dalle immagini che girano sullo schermo. Se siamo fortunati ci risponde a monosillabi”
“Quando ha il telefono in mano, cioè quasi sempre, sembra che mio figlio perda letteralmente il controllo scorrendo, in maniera veloce e convulsa, lo schermo del cellulare. Secondo me e mio marito non fa neanche in tempo a vedere i singoli video o foto, talmente è veloce lo scorrimento”
“Mia madre mi ha fatto leggere l’articolo. Ma, secondo voi, il fatto che senta il bisogno di pranzare o cenare in fretta per alzarmi da tavola, prendere il telefono e chiudermi in stanza per vedere *** vuol dire che sono dipendente?”
“Ad un certo punto, poco dopo che mia figlia aveva aperto il proprio profilo su alcuni social, la stessa si è cominciata a preoccupare in modo eccessivo, quasi maniacale del proprio aspetto fisico, cominciando ad essere ossessionata da quelli che lei chiama difetti ma che nessuno riesce a vedere, tipo il naso o la forma delle orecchie”
“Mia figlia è magra ma è letteralmente ossessionata dall’idea di voler dimagrire sempre di più. Mi fa sempre vedere video presi da social di ragazze eccessivamente magre che prende come obiettivi da raggiungere”
“Una vera e propria ossessione sta portando mia figlia ad utilizzare di continuo filtri per modificare nelle foto e nei video alcune caratteristiche, come la forma del viso e la grandezza degli occhi”
“Sono preoccupata per mio fratello più piccolo. Cerca di pubblicare foto e video in continuazione e vive nell’attesa spasmodica dei like. Ogni volta che ne riceve un certo numero esulta come se avesse fatto un gol in una partita della nazionale di calcio. Se non riceve, nel giro di un’ora massimo due, una quantità di like come da sua previsione, scatta in lui la smania di pubblicarne subito altri”
“Mio figlio parla solo di like sulle foto ed i video che pubblica sui social. Sembra che questa sia la sua priorità anche rispetto al rendimento scolastico”.
Questi sono solo alcuni dei tanti messaggi ricevuti.
Molti di quelli che non abbiamo pubblicato sono dello stesso tenore, cambia la formulazione della frase ma il contenuto è analogo.
Ad alcune domande, quali, ad esempio, “il comportamento descritto è preoccupante?” oppure “secondo voi mio figlio è dipendente dai social?” non abbiamo risposto, o meglio, abbiamo detto che esse dovevano essere rivolte ad uno specialista che gli avrebbe potuto fornire un riscontro professionale ed appropriato.
Non possiamo, però, nascondere una forte preoccupazione dal quadro che emerge dai messaggi ricevuti.
Troppo spesso sono stati utilizzati i termini “ossessione”, “fissazione”, “angoscia”, “maniacale”, “convulso” per descrivere i rapporti con il telefono cellulare, in generale, e con i social, in particolare.
Così come non possono non essere considerati campanelli di allarme le descrizioni di forme di isolamento, all’interno del nucleo familiare, preferendo l’utilizzo del telefono cellulare al dialogo e ad alla condivisione di momenti di vita “reale” con i propri cari.
Avv. Emilio Graziuso – Avvocato Cassazionista e Dottore di Ricerca
Presidente dell’Associazione Nazionale “Dalla Parte del Consumatore”
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

