La pace, nella prospettiva del giusnaturalismo classico, si fonda su una concezione dell’ordine che precede la volontà, che non è frutto del consenso né esito dialettico della storia, bensì espressione dell’essere in quanto tale.
L’uomo, in quanto animale razionale, partecipa di un ordine intelligibile inscritto nella realtà, ordine che la sua ragione può conoscere e a cui la sua volontà deve ordinarsi.
La pace, dunque, non è un fine esterno o aggiunto, ma un’esigenza connaturale all’essere dell’uomo, in quanto essere sociale e dotato di “logos”. Essa non è negoziabile, né costruibile attraverso puri atti della soggettività; è piuttosto una condizione oggettiva di rettitudine, l’armonia risultante dal riconoscimento e dal rispetto dell’”ordo rerum”. Proprio per questo, il pensiero moderno, tanto in Kant quanto in Hegel, si pone in radicale rottura con tale impostazione. In Kant (1724-1804), la pace è ridotta a progetto regolativo della ragione pratica, a condizione ideale da perseguire secondo i dettami dell’autonomia morale del soggetto.
La pace perpetua, auspicata nel celebre saggio del 1795, è fondata su un diritto cosmopolitico e su una razionalità formale che, pur nobilmente intenzionata, è sradicata dall’ordine ontologico e, quindi, incapace di fondare un vincolo stabile e universale. La legge morale, che in Kant è il fondamento di ogni obbligazione, non ha un contenuto reale, presentandosi come forma vuota della volontà che si autodetermina. Di conseguenza, anche la pace che ne deriva non è il frutto della giustizia come virtù oggettiva, ma il risultato di un imperativo pratico, privo però di radicamento nella natura umana e nella struttura dell’essere. In tal modo, la pace kantiana si espone al rischio dell’astrazione, poiché prescinde dal concreto bene dell’uomo e si affida alla coerenza interna di un sistema formale. In Hegel (1770-1831), la questione si complica ulteriormente.
La pace, lungi dall’essere un ordine immutabile e conforme a una legge naturale, è l’esito di un processo dialettico in cui lo Spirito, attraverso la contraddizione e il superamento (“Aufhebung” in lingua tedesca), giunge progressivamente alla propria autocoscienza. L’ordine non precede il conflitto, ma ne scaturisce. La guerra stessa, nella filosofia hegeliana del diritto, è momento necessario dello sviluppo etico dello Stato, il quale si afferma come soggetto assoluto della storia.
La pace, allora, non è un principio normativo universale, quanto una tappa provvisoria nel divenire dello Spirito oggettivo. Così intesa, essa perde ogni valore stabile e normativo, divenendo funzione del processo storico e del potere politico.
La pace, in altri termini, non è che un momento della forza razionalizzata e non certamente il frutto dell’adesione a un ordine oggettivo. Il giusnaturalismo classico, invece, afferma con chiarezza che la giustizia, e quindi la pace, non nascono dalla volontà, né singolare, né collettiva e nemmeno dal divenire storico, ma dalla conformità dell’agire umano alla legge naturale, che è partecipazione della legge eterna. La pace è il bene proprio della comunità, non perché convenzionalmente stabilito, ma perché richiesto dalla natura razionale e relazionale dell’uomo. Non è un fine soggettivo, bensì una esigenza oggettiva, che scaturisce dalla struttura finalistica dell’essere. In tal senso, la critica al formalismo kantiano e allo storicismo hegeliano non è mero rigetto, ma riaffermazione del principio per cui ogni autentico ordine giuridico e politico deve riconoscere un fondamento trascendente alla volontà e alla storia. Senza verità, la libertà si dissolve nel capriccio; senza giustizia, la pace si riduce a dominio mascherato. La pace, come bene naturale e razionale, richiede la sottomissione dell’uomo non alla storia, né alla propria soggettività, ma alla legge che la ragione contemplativa riconosce (non crea) nell’essere stesso della persona umana.
Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

