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La carne salvata 

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La resurrezione della carne, lungi dall’essere un articolo marginale della fede, si offre alla riflessione filosofica come il punto culminante dell’antropologia cristiana, nella quale si radica una concezione unitaria e realistica dell’essere umano. 

Non si tratta di un semplice “ritorno” alla vita biologica, né di una sopravvivenza dell’anima in uno stato spirituale astratto, ma dell’affermazione definitiva di un principio metafisico: che l’essere dell’uomo è essenzialmente incarnato e che la verità della sua esistenza non si esaurisce né nella contingenza temporale, né nella spiritualità disincarnata. 

San Pio X, pontefice dal 1903 al 1914, nel suo “Catechismo Maggiore” del 1905, afferma con chiarezza che «la resurrezione della carne è quella verità per cui crediamo che i corpi dei morti, per virtù di Dio, riavranno di nuovo l’anima per non morire mai più». 

Tale affermazione, nella sua semplicità dottrinale, implica un’ontologia dell’uomo come sinolo di anima e corpo, che solo nella loro riunificazione escatologica possono dirsi pienamente se stessi. È in questa prospettiva che la resurrezione non appare come una concessione miracolistica, bensì come esigenza ontologica: se l’anima separata non è più un uomo, allora solo la resurrezione restituisce l’identità personale nella sua pienezza. 

Il pensiero di Cornelio Fabro (1911-1995) fornisce strumenti particolarmente adatti per approfondire il fondamento filosofico di questa verità. Egli ha mostrato, contro ogni riduzione idealistica, la necessità di recuperare l’essere nella sua concretezza radicale. In Fabro, l’essere non è mai un’astrazione concettuale, ma l’atto puro che fonda e sorregge ogni ente nella sua struttura finita e relazionale. Ora, se l’uomo è ente reale e non mero fenomeno, egli è tale nella carne, cioè in un’esistenza che si dà storicamente, nel tempo e nello spazio. L’essere umano, come “actus essendi” nella carne, partecipa della realtà in modo incarnato e concreto, e solo così è capace di verità e di libertà. Fabro, seguendo Tommaso ma anche confrontandosi con la crisi della modernità, insiste sulla necessità di una metafisica dell’atto che superi ogni dualismo e ogni riduzionismo spiritualista. In questo senso, la resurrezione della carne può essere pensata come il compimento escatologico della partecipazione all’essere, nella quale l’uomo è restituito alla propria verità, non come spirito disincarnato, ma come persona intera, storicamente situata, redenta nella sua totalità. L’eternità cristiana non è un’estasi platonica, ma una trasfigurazione dell’esistenza, dove l’atto d’essere diventa pienamente luminoso nella carne glorificata. Alla luce di questa ontologia dell’atto, si comprende come la resurrezione non sia solo un miracolo promesso, quanto una necessità che scaturisce dall’internità del rapporto tra creatura e Creatore. 

Dio non annienta ciò che crea: lo chiama alla pienezza. 

E se l’uomo è stato creato come carne, egli sarà salvato nella carne. Qualsiasi concezione della salvezza che escluda il corpo si configura come una regressione all’antropologia gnostica, che Fabro denunciava come il cuore della dissoluzione moderna della verità. 

La resurrezione della carne, quindi, è razionalmente pensabile come la rivelazione ultima dell’essere personale: essa manifesta che il destino dell’uomo non è la dissoluzione, ma il compimento; non l’astrazione, ma la concretezza glorificata. L’eternità non è l’abolizione della carne, ma la sua trasparenza alla luce dell’atto puro. Qui si salda il pensiero di Fabro con l’insegnamento perenne della Chiesa: ciò che Dio ha creato, nella sua bontà ontologica originaria, non può essere definitivamente perduto. La carne, ferita ma non annientata, sarà trasfigurata, perché è nel corpo che l’uomo ha conosciuto, amato, sofferto, e liberamente aderito al bene. Così la resurrezione della carne, pur rimanendo verità ricevuta nella fede, è tutt’altro che irrazionale: essa è il compimento razionale di una metafisica dell’essere che prende sul serio la realtà, e in essa l’uomo, nella sua verità storica, concreta, e per questo destinata alla gloria.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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