Notizie recenti

| | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | |
Home Cultura e società Libri La Biblioteca del lavoro: Valerio Varesi

La Biblioteca del lavoro: Valerio Varesi

image_printStampa

Senza perdono. Dead end.

Lacerante. Come un letto di cocci di laterizi. Che penetrano lentamente un corpo abbandonato alla rassegnazione nella vana attesa dei soccorsi.  La vita non arriva a ruspare via i calcinacci, a suturare le ferite. Il lavoro illegale è un’illusione e si trasforma in una scomoda bara di solitudine e di polvere. E’ l’oltraggiosa culla della morte di Saimir, intrappolato nel freddo buio insidioso di un edificio crollato. Albanese e clandestino, ha meno di diciotto anni. Lo lasciano morire insieme ai topi, tra le macerie di una vita cominciata in fretta. Una morte ingombrante. Da solo, nella trappola finale del lavoro nero. Sepolto dalla ferocia dell’illegalità, sotto la coltre ipocrita della ricerca del profitto a tutti i costi. E dell’umana indifferenza coltivata nel terreno della miseria. La sopravvivenza cancella il superfluo.

Diretto, semplice e duro come la lotta della vita quotidiana dei clandestini protagonisti: “Il Paese di Saimir”, pubblicato da Edizioni Ambiente. La scrittura di Valerio Varesi, giornalista e scrittore emiliano, è senza ritorno. E debitrice all’osservazione obiettiva e alla precisione di una rodata esperienza giornalistica.

Valerio Varesi

Punti di vista

Sposta l’obiettivo della macchina da presa da un protagonista all’altro. A partire da Rivalta, il palazzinaro. Orientato al profitto quasi fosse ossigeno sociale per il riconoscimento identitario; un uomo dal tratto marcatamente narcisistico. Valerio Varesi rappresenta le caratteristiche manifeste e quelle latenti del personaggio raccontandolo in tutte le sue vesti sociali: dalla relazione di dominanza sessuale con le donne che ritiene di possedere all’assertività professionale con la quale scarica responsabilità e della quale si traveste per evitare le conseguenze delle azioni illegali, continuando a perseguire il profitto. Oltraggia le donne fisicamente fino a farsi odiare dai loro corpi prima che dalle loro menti; le manipola, le compra, le umilia. Fa la stessa cosa con i collaboratori. Lo strumento è il denaro e l’illusione di una vita migliore. Rivalta è l’artefice principale delle dinamiche che sottendono all’illegalità, nel romanzo. A lui lo scrittore associa i complici. Nella loro diversa composizione di umanità, consapevolezza e miseria culturale.  

Francesco Inardo è il capomastro. Sessantasei anni, italiano. Cerca i muratori, li arruola. Deve fare quadrare i conti. Gestisce una parte del budget di Rivalta. “Ho un budget. Più risparmi – dice Rivalta a Inardo – e più ti metti in tasca.” Inardo sceglie i lavoratori nei bar frequentati dagli immigrati. Senza documenti perché costano meno. Esulano dalle trafile burocratiche del tracciamento, della formazione sulla sicurezza, dell’utilizzo dei dispositivi per la protezione individuale. Inardo è suddito di Rivalta. Nel corso del romanzo esprime guizzi di antica umanità, spazzata via dall’ambiente sociale quotidiano ispirato al profitto. Il capomastro è un muratore promosso al rango superiore per la durata dell’esperienza e della collaborazione con Rivalta. Capomastro e caporale: recluta e trasporta al lavoro gruppi di clandestini; li paga in contanti; decide inizio e fine del loro lavoro. Rivalta scarica su di lui la responsabilità del crollo dell’edificio. E lui cerca di fare un disperato appello dei lavoratori in nero presenti nel cantiere.

Mentor, Sabri e Altin. E Saimir. Vengono dall’Albania. Clandestini, tutti. Mentor è il più vecchio. Sono tutti ragazzi. Non sono amici, ma colleghi di lavoro. Un gruppo casuale, aggregato per appartenenza linguistica. Quando crolla l’edificio, cercano Saimir senza troppa convinzione. Vagano per la città alla ricerca di Saimir, quando ancora non sanno se sia rimasto sotto le macerie oppure se sia riuscito ad andarsene dal crollo. Un pellegrinaggio attraverso l’extraterritorialità di una notte incipiente, un ambiente popolato di sirene capaci di allertare pulsioni ibernate dalla fatica quotidiana della sopravvivenza. Mentor incontra Debora, la barista grassa della colazione del mattino. Mentor è il tutor teorico di Saimir. Così ha deciso Inardo. Nei fatti Mentor è poco più di un ragazzo. E pensa al proprio futuro, con in testa il modello dell’albanese Ismail migrato in Germania e coniugato con una tedesca. Con le italiane non è facile, a meno che non sia più vecchia, oppure vedova o divorziata. Oppure grassa e brutta, come Debora. Altin scopre il piacere fisico con una coetanea e connazionale nella radura di un bosco al lato della strada, che per il breve tratto dell’amplesso strappa il velo della disperazione sul sogno impossibile di una vita diversa. La ragazza è di proprietà del protettore e gli racconta che il futuro è impossibile, nella dannazione di una frase: “Cambio spesso zona, potrei essere spostata in un’altra città. Noi veniamo vendute, lo sai?” Lei è nella trappola del protettore; lui in quella della clandestinità. Entrambi lavorano in nero.  Sabri cerca di vivere una serata da giovane uomo alla ricerca di avventura in un locale e incontra Smirald, anche lui albanese e professionista della malavita.  “Io ho imparato a mie spese che non conviene seguire gli impulsi, ma occorre ragionare. Io un viaggio di sola andata tra le capre l’ho già fatto un paio di volte.”, dice Smirald riferendosi al rimpatrio impostogli dalle autorità dopo la galera.

La discarica del lavoro nero

Saimir è l’ultimo di otto fratelli. Muore sotto una pioggia di cocci appuntiti stratificati sotto di lui e in parte appoggiati sopra di lui, nell’equilibrio precario di muri crollati parzialmente. Nei capitoli dedicati a Saimir, scritti in prima persona, Valerio Varesi tocca la vetta di una sintesi ad alto voltaggio emotivo. E’ l’unico punto di vista scritto in prima persona, questo di Saimir. Prepotente quanto la catarsi di uno psicodramma. Saimir srotola il film delle aspettative profonde della migrazione intesa come dinamica familiare, vissuta come processo individuale di riscatto e di appartenenza affettiva prima ancora che culturale. Tradito dal gruppo di giovani colleghi albanesi, mai dimenticato dalla madre. Alla quale fa intensi e lucidi accenni. Nelle battute finali del pensiero e della lucidità che non lo abbandona Saimir è obiettivo e onesto. E deluso dal genere umano. “Adesso anche la mente è piena del buio che mi circonda.” Dopo avere pensato alla breve esperienza di vita e alla migrazione, sempre in attesa della ruspa che scava e riporta alla luce il suo respiro. Il pensiero è l’ultimo ad abbandonare Saimir, dopo che il corpo gradualmente si addormenta, si paralizza, si necrotizza anzitempo. “Quello che mi rode, come ultimo pensiero, è che non avrò nemmeno una tomba, Mi butteranno via come si fa con le bestie. Ricordo mio padre, che seppelliva il cane dove capitava. Poi non si ricordava nemmeno più dove lo aveva messo. E quando noi bimbi gli chiedevamo conto, lui rispondeva vago accennando col braccio alle colline. Per me non sarà possibile nemmeno quello. Chissà dove mi ficcheranno pur di non farmi vedere a nessuno. Nel pilone di un palazzo o sotto le fondamenta di un traliccio, come dicono faccia la mafia con le sue vittime? O in una discarica? L’importante è che non mi si trovi. Invisibile ero e invisibile devo restare anche da morto. Cibo per vermi, niente tomba. Una cosa su cui possa chinarsi mia madre nei suoi ultimi anni. Una beffa anche per lei: l’unico figlio che le è rimasto vicino, sottoterra.” Il funerale glielo farà Smirald. La morte occultata di Saimir è arma di ricatto e denaro, che si equivalgono. Gli rompe i femori per riuscire a contenere il corpo nella culla di acciaio dentro la cassa di legno e lo adagia in una buca profonda tra due alberi, nei pressi di un casolare lontano da occhi indiscreti. In un punto localizzabile, a memoria, nel caso in cui il corpo dovesse servire per battere cassa di nuovo a Rivalta. Che nel frattempo si è rivolto a un politico per chiedergli di suggerire al Questore di rendere difficile la vita a Smirald.

L’Italia vista da fuori

Vera, madre di Saimir, guarda l’Italia in televisione. Ogni giorno spera di vedere suo figlio. In una trasmissione qualunque, una di quelle che ospitano il chiacchiericcio inutile di donne con abiti succinti e il tempo fatuo dell’apparire. Avrebbe voluto vederlo anche in una trasmissione di quel tipo, Saimir, pur di poterlo guardare da lontano. Ha imparato l’italiano, intanto. Conosce molte parole. E un giorno, proprio quando mette in moto il teleschermo tardi rispetto al solito orario, sente il nome di Saimir. Ma quando l’attenzione è allertata è già tardi e le immagini si spostano sul fenomeno dell’immigrazione clandestina, sulla vita e sul lavoro illegale degli immigrati. L’Italia vista da fuori è una bolla di sapone che esplode di promesse.  Ed è la pellicola girata dallo scrittore seguendo i personaggi: “L’Italia è un grande supermercato dove tutto di compra e tutto si vende.”, lo dice Smirald. La morte in cantiere viene barattata con somme di denaro, per chiudere la bocca ai testimoni scomodi e sedare la loro coscienza.  Altin accetta la somma con la quale cerca di riscattare la bambina albanese della sua notte d’amore. Francesco Inardo accetta la mazzetta e la investe in una automobile Cayenne, sulla quale perde la vita insieme ad Altin. Entrambi annullati da chi ha pagato il loro silenzio. Sabri entra nel giro di Smirald. E Smirald ricatta Rivalta. Che chiede la copertura al politico. E’ il circolo vizioso della miseria culturale alimentato dal denaro. Il denaro che produce denaro attraverso l’illegalità evapora e produce inquinamento sociale. Superficialità culturale, illegalità sottotraccia, omertosa connivenza. Scarsa rielaborazione collettiva degli effetti a scoppio ritardato delle dinamiche del lavoro illegale coniugate all’immigrazione illegale. La scrittura di Valerio Varesi è una lama affilata. Non una lacrima per le umiliazioni dei protagonisti e per la fatica della sopravvivenza. La miseria è una causa, ma non giustifica. Scrittura senza perdono. Una composta pietas per la vita offesa dal diluvio di cocci: il futuro negato di Saimir.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Valerio Varesi, Il Paese di Saimir, Edizioni Ambiente, Milano, 2009

Fuori dal Silenzio

SatiQweb

dott. berardi domenico specialista in oculistica pubblicità