Umanista industriale. Insight
Leggetelo in stile Daniel Pennac, il libro capo-stipite della letteratura dedicata al lavoro. Liberi di passeggiare per le pagine, nel tentativo di indovinare la vera identità dei personaggi. La prosa di Paolo Volponi sconfina provocatoriamente in territorio poetico. Lo scrittore è uno degli intellettuali più importanti del Novecento europeo. Innovatore, intuitivo e brillante letterato.
Più che una cronaca del lavoro in fabbrica è una riflessione scritta sui rapporti di potere latenti e manifesti ai piani alti dell’industria e in produzione. E sulla relazione tra la fabbrica e la ragnatela sociale del territorio.
Forma e contenuto.
Nella forma, il romanzo si dichiara libero di inventarsi il tempo, di alternare prima e terza persona alla bisogna. E libero dalle etichette. Prosa condizionata dalla poesia, per l’utilizzo peculiare della punteggiatura. Poesia affacciata in penombra dietro le finestre della prosa. Il flusso di coscienza, già sperimentato nei romanzi precedenti, permette ai personaggi di rivelare pensieri e visioni del mondo in modo fluido senza ciottoli a deviare il percorso del fiume narrativo.
Emozionante da leggere, primo scavo di sbancamento per le fondazioni sulle quali ha preso corpo e lettera l’avventura della narrazione della working class. Visto e rivisto dalla penna esigente dell’autore. Spicca la corsa dalle fosse di lancio dell’autobiografia. Datato 1989, pubblicato da Einaudi: “Le Mosche del capitale”.
Di struttura articolata, perché di epoca diversa rispetto a quella attuale. Alla fine degli anni Ottanta i social media e il web ancora non avevano condizionato la scrittura e la qualità e la durata dell’attenzione. Il tempo di lettura dedicato alla parola scritta era più disteso e ci si permetteva il lusso di indulgere alla riflessione. Non era un tempo fermo. Era un tempo interiore meno incline a farsi inquinare dalla frenesia del fuori. Lo stile narrativo procede a passo lento ma cammina diritto agli snodi centrali per la classe lavoratrice. Temi attuali a trentasei anni di distanza.
Stress da lavoro.
Non lo chiama per nome. Non lo definirebbe stress ma fatica di vivere. Se potesse fare una chiosa. Cita i farmaci, però. Le pillole magiche per dormire o per stare meglio: Valium, Tavor, Roipnol.
Nella magistrale descrizione di un’ambientazione urbana notturna, non è detto che il “generale silenzio” permetta ai lavoratori il sonno riparatore. Lo garantisce la chimica, invece. Sono prepotenti per la raffinatezza della scrittura le pagine dedicate alle notti prima del lavoro. E irriverenti per la crudezza della verità gettata in faccia al lettore. I lavoratori sono in affanno psicologico e lo sono tutti, dirigenti e operai. Sì, anche gli operai ai quali hanno tolto nella prima azienda citata anche la musica in sottofondo. E’ un riferimento evidente allo stile della Russia sovietica, dove la musica classica inondava la vita quotidiana al parco, al lavoro, al ristorante, in taxi. In sottofondo alla vita, la musica colta era una fonte di ispirazione intellettuale e motivo di orgoglio di appartenenza. Significativo il riferimento al “generale silenzio”. Al quale Paolo Volponi alterna l’inquietudine sedata dei lavoratori in sonno, in senso letterale. Un giardino di parole, le descrizioni degli ambienti urbani. Tristemente lontano alle tastiere contemporanee. Non solo città: delicati e vivaci gli affondi dedicati alla campagna, al verde fuori dal perimetro della fabbrica, anzi dell’ufficio.
Quasi a suggerire che la natura non si lascia condizionare dalle malattie sociali degli uomini.
Confini di potere.
“Le mosche del capitale” sono i padroni e i dirigenti che non indirizzano il profitto dell’azienda alla comunità di riferimento e d’appartenenza. Paolo Volponi affonda la lama nella carne del potere. La cala come se fosse una sonda e permette al lettore di osservare la dinamica dell’assuefazione. Ma soprattutto la dipendenza dal potere. E’ una dipendenza fisica. Come quella per il Roipnol e per il Valium, descritte e incontrate nella sua quotidiana frequentazione di intellettuale prestato alla fabbrica.
“Oggi i padroni, – prese a teorizzare Nasàpeti, sul tondo trasparente del liquore che specchiava in oro tutta la sua faccia, occhi e naso compresi, e anche la soddisfazione e le voglie, – oggi i padroni non possono più, come una volta, ordinare e prelevare a loro insindacabile gradimento: il tribunale dei bilanci, il fisco, le banche, la concorrenza, l’organismo e l’attività dell’azienda richiedono motivi tempi condizioni per presentarsi e spalancare la cassa della medesima, anche se propria personale azienda o industria. Allora i padroni hanno aggirato questi impedimenti con la creazione e l’istituzione di vari ordini di potere sopra gli organi del medesimo corpo aziendale: amministratori delegati dirigenti assistenti consulenti esperti quadri addetti capi, via via graduati infeudati remunerati complicizzati in teorie di sostegno, in corone pendagli lustri che comunque ripetono, ripetono riflettono spandono la gloria del padrone.”
Paolo Volponi intuisce la futura e ormai attuale epidemia di narcisismo, la diffusione incontenibile della razza degli yesmen. E forse anticipa anche l’inquinamento sociale da infeudamento prezzolato. Prevede – non fra le righe ma con clamorosa evidenza – le future malattie del potere: Tangentopoli è datata 1992, solo tre anni dopo la pubblicazione del libro. E, spingendoci più avanti, intravede anche la pericolosa evoluzione di Mani Pulite: cioè la cooptazione attraverso la consulenza: ti pago una consulenza e acquisto il tuo servizio. Insomma, ciò che accade anche oggi.
I medaglioni dedicati al potere ammalato di potenza e privo di autorevolezza non dimenticano chi sta al di sotto della balconata dei padroni: gli operai. L’operaio Teocraso rappresenta la classe lavoratrice impegnata in produzione, le illusioni e le lotte.
La città-fabbrica.
La fabbrica è sintesi significativa della città. Olivetti a Ivrea. Fiat a Torino. Va in scena nelle città piemontesi la dinamica dell’ascesa e della caduta professionale del protagonista, l’intellettuale Bruto Saraccini, umanista prestato alle aziende. Ispirato dall’utopia della redistribuzione del profitto alla comunità. In competizione con l’ingegnere Sommersi Cocchi, controfigura di un noto professionista italiano con lo stesso titolo professionale.
E ancora: Adriano Olivetti e la fabbrica omonima: il libro è dedicato a lui. E’ lui che propone l’ingresso in azienda a Paolo Volponi. Adriano Olivetti, dichiarato sovversivo dal regime fascista, è stato un illuminato sovversivo anche come imprenditore: lavora per affermare la fortuna dell’azienda e insieme per sottolineare e affermare l’importanza dei diritti.
Bruto Saraccini è Paolo Volponi. I tratti rivelatori sono evidenti: il profilo culturale, l’idealità delle azioni, l’impegno sociale dichiarato e agito nella quotidianità all’interno dell’azienda. E il dialogo con l’ingegnere che ricopre il ruolo che avrebbe potuto ricoprire proprio lui, Saraccini. Il professore Saraccini è schiacciato dalle logiche volgari dell’azienda, ispirate al raggiungimento del profitto e inginocchiate all’altare del dio denaro. Per l’Olivetti Paolo Volponi è stato responsabile delle relazioni aziendali. Come Saraccini da Ivrea si sposta a Torino. Come il setting del romanzo.
Riconoscibili, tra i personaggi Gianni e Umberto Agnelli. Per la Fiat, lo scrittore è stato un consulente con il mandato di tenere la regia della relazione tra l’azienda e la città. Una innovazione organizzativa, oggi forse più di allora, perché oggi molto del patrimonio culturale e organizzativo costruito nel corso degli ultimi anni del Novecento è stato trasferito nei cassetti dell’oblio. Per Saraccini nel romanzo inizia la collaborazione con il Megagruppo e si profila una venatura di triste delusione per l’idealità tradita dagli uomini.
Quella stessa idealità sbrecciata dalle cose umane e della politica che ha accompagnato verso l’epilogo il Partito Comunista Italiano frammentandolo in diversi rivoli organizzativi, primi fra tutti: il Pds e Rifondazione Comunista. Per il Pci, Volponi è stato Senatore.
Il libri si è aggiudicato il Premio Strega nel 1991, un anno prima di Tangentopoli. Intuizione trasformatasi in realtà. La cultura non attutisce né migliora l’imperfezione degli uomini.
Francesca Dallatana
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it


