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La Biblioteca del lavoro: Niccolò Zancan

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Città-fabbrica. Cut roots.

Noi siamo una piccola notizia sul giornale di domani.” Lo pensano e lo dicono gli operai di questa o di quell’altra fabbrica.

Gli operai come il lavoro non fanno notizia. 

La fabbrica e la sua ragnatela di relazioni sul territorio sono espressione sociale rappresentativa del Paese. 

L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica” di Niccolò Zancan, pubblicato da Einaudi, è diario e cronaca della trasformazione dell’industria e della classe operaia e del senso del lavoro. Ma anche una riflessione sull’investimento emotivo dei lavoratori nella loro occupazione e sul cambiamento imposto, qualche volta inferto, dalla finanziarizzazione dell’economia e da altri fenomeni organizzativi.

Primo fra tutti, la spersonalizzazione della proprietà che ha minato il senso di appartenenza verso la città di radicamento e verso il Paese.

Torino, durante il secolo breve, è stata città di attrazione e meta di migrazione dal sud al nord. Una calamita occupazionale per decenni e motivo di identità professionale e di orgoglio.

Mirafiori impersonava il modello della fabbrica.”  Significativamente rappresentativa dell’industria italiana. Le automobili, gli operai alla catena di montaggio, l’indotto su base nazionale: la grande fabbrica ha modificato stili di vita, ha sperimentato e proposto modalità organizzative nuove e orientate all’efficienza. Fino ai cambiamenti determinati da impostazioni manageriali non corrette – lo dice un dirigente – e dalla ineluttabile ragnatela arpionata della globalizzazione. È così che “L’ultimo operaio” si incammina con passo disilluso e stanco alla pensione.

Niccolò Zancan propone una cronologia ragionata di Mamma Fiat come introduzione al “Canto finale della grande fabbrica.”

Poi, la parola passa agli operai.

Un canto libero e intimo, condotto da una penna sola.  Cronaca corale di una storia non solo economica, ma anche sociale, sindacale e culturale.  

Un libro di forte impatto emotivo e di grande valore storico e sociale. Che abbraccia gran parte del Secolo breve fino a Stellantis.

Diario intimo

Solo un operaio può capire un operaio. Solo chi lavora può capire chi lavora. “Mia moglie sa tutto quello che mi passa per la testa perché lei è un’operaia come me.”  La percezione del fluire del tempo e della tensione psico-fisica di chi sta alla catena di montaggio non è immediatamente comprensibile all’esterno, proprio come le conseguenze da stress post traumatico e del mobbing.

Mappe, Corpi, Stelle minori, Affari sentimentali: quattro atti per un canto meditativo ed ispirato all’esistenzialismo e alla cronaca di un declino annunciato. 

Essenziale, la narrazione. 

In prima persona, l’io narrante racconta sé stesso al lavoro, descrive gli spazi, lo spopolamento dei grandi stabilimenti nel corso dei decenni, indugia sulle azioni di lavoro misurate e determinate a priori dalle procedure.

I tempi e metodi sono il riferimento principale del lavoro, nel solco di una ortodossa applicazione del taylorismo. La scrittura ha un ritmo regolare, come la catena di montaggio. Va diritta al punto. Senza fronzoli.

Il raccontare in prima persona tramette la spontaneità del pensiero e rende conto del fardello della fatica. 

Luogo di lavoro e di socialità

Da una pletora di operai alla riduzione della forza lavoro. Lo spazio si dilata al diminuire delle presenze umane. 

Una delle fotografie scattate dal primo atto del canto comincia con la descrizione delle distanze dentro la fabbrica. Riporta fedelmente la progressiva chiusura delle porte di accesso numerate. Descrive la rarefazione e la dismissione dei servizi essenziali per le presenze umane: servizi igienici chiusi per abbassare i costi di sanificazione e manutenzione; mense rarefatte; spazi relax magnificati nelle epoche precedenti come luoghi di socialità e di ristoro abbandonati all’oblio. Le dimensioni dello stabilimento sempre più vuoto e il rapporto tra l’individuo-lavoratore con lo spazio a condizionare la relazione tra gli operai e la qualità del lavoro.

La solidarietà essenziale tra i lavoratori delle epoche industriali a maggiore intensità operaia declina in solitudine tendente al solipsismo.

L’io narrante, uno dei diversi ai quali Niccolò Zancan, affida il “Canto finale della grande fabbrica” sposta la macchina da presa su varie tipologie di colleghi. Li chiama per nome, li identifica per ruolo ma soprattutto per caratteristiche personali. 

Uno di questi colleghi è il primo a cogliere l’informazione del trasferimento dell’ufficio payrollingin India.  Ed esprime la sua preoccupazione sulla correttezza della busta paga. E’ una delle esternalizzazioni, non l’unica. Di un’altra esternalizzazione se ne parla all’inizio dell’atto primo: pezzi che arrivano da fuori affidati alle mani degli operai per la detersione e per la pulizia.  Sono sporchi di grasso e puzzano. “Una volta li producevamo, qui.”, si pensa. 

Risorse umane in dimissione

Scritte in prima persona le emozioni di chi perde il lavoro, di chi lo cerca e non lo trova, hanno la forza deflagrante della rabbia e della disperazione. 

Fare lo stesso lavoro, nello stesso modo e per un tempo lungo è usurante. Si perde il senso della realtà e il corpo perde la reattività necessaria per interagire con tutto ciò che di nuovo vita e lavoro potrebbero proporre. 

Le indennità a supporto dei periodi vuoti di lavoro permettono la sopravvivenza ma erodono socialità, autostima. 

Sono storie di orgoglio e di logoramento, le storie degli operai. Cronaca precisa di una riflessione quotidiana e costante sull’evoluzione del senso del lavoro, della relazione fra operai, della percezione di appartenenza. 

In dismissione è il lavoro come elemento identitario e come strumento di riscatto.

Cambiano, le figure dei lavoratori. Sullo schermo del “Canto finale della grande fabbrica.” Così come nella vita reale.

Le aspettative del lavoratore migrante che dal sud si sposta al nord si alternano alla consapevolezza della generazione successiva che crede nella forza dell’azione del gruppo e si impegna nel sindacato. Questa classe operaia è costruttiva. Lotta in nome dei diritti e delle tutele del lavoratore ma capisce l’importanza di un dialogo fattuale con il datore di lavoro. È socialmente consapevole, con sguardo generoso rivolto al futuro delle generazioni successive. 

La spersonalizzazione della proprietà porta con sé un allontanamento emotivo dal lavoro prima che dai lavoratori. Lo descrive con molta precisione l’autore, ricordando nomi e ruoli dei referenti aziendali che hanno contribuito a scrivere la storia di fabbrica. 

La fotografia del grande gruppo di lavoratori Fiat si riduce sempre di più nel corso degli anni e si disperde nelle delocalizzazioni finalizzate ad abbassare il costo del lavoro. 

Il ridimensionamento dei posti lavoro porta con sé una insicurezza sociale che accentua la tendenza all’individualismo. 

Significativa la descrizione della disponibilità di una delle nuove leve: ha la schiena compromessa ma è disponibile a tutti i tipi di lavoro e risponde a tutte le richieste che inficiano le tutele indicate dal contratto. 

Ti usuri se lavori in questo modo.”, fa notare un operaio consapevole e di lungo corso. “Ho bisogno dello stipendio, adesso.”, ribatte l’operaio più giovane. “Io non so se arrivo alla tua età.”, continua e chiude il dialogo. 

Tempi e metodi del lavoro; il tempo della vita 

Il lavoro tutelato a tempo indeterminato garantito dalla grande fabbrica ha permesso ai più il riscatto sociale. Non sempre, ma spesso. 

L’equivoca certezza di un legame forte porta ad una caduta nel vuoto, quando la corda della relazione tra operaio e fabbrica si rompe. 

Qualcuno degli operai invitati all’uscita con incentivo economico inventa una nuova professione. Altri continuano a bussare alla porta di altre fabbriche oppure di Mirafiori.

L’età della pensione non è l’età della gratificazione.  Ci si ritrova con una vita trascorsa al lavoro per un riconoscimento economico al ribasso; il tempo perduto e il corpo malandato e stanco dopo il freddo degli inverni di fabbrica e il caldo arroventato della stagione estiva. 

A un certo punto del canto si dichiara la cifra mensile della pensione percepita: due centinaia di euro sopra i mille. Fra gli ultimi arrivati, c’è chi parla di pensione e spinge lo sguardo in avanti e vorrebbe incitare il tempo a correre. Lavorare per la pensione significa cancellare il presente, rinunciare a vivere il lavoro. Il lavoro non è solo lo stipendio: è molto altro. È il commento di quelli della vecchia scuola.

Intanto gli operai sono indotti a perdere interesse per il lavoro. “Era settembre, l’anno di ripresa dopo il Covid. E c’era una marcia rotta, che batteva storta. Faceva un rumore strano. Come un ta-tùm ta-tùm ta-tùm. Anzi: come un bullone da 25 nella lavatrice. E io ho detto: scusate, ma questo cambio non va.  Lo sentite? Ci siamo messi lì, tutti intorno al pezzo, come a sentire il respiro di un paziente. Non ti preoccupare, hanno detto loro. Con il cofano chiuso non si sente niente. Allora ho capito che per me, riparatore di cambi, era finita.

Niccolò Zancan ha dato voce agli operai, “gli ultimi che hanno visto l’avvocato Agnelli arrivare alla guida di una Fiat Croma color oro, scendere, guardarsi intorno e fare ciao con la mano. Gli ultimi operai che avevano le tute blu, felici di andare in fabbrica a lavorare.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Niccolò Zancan, L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica, Einaudi, 2026

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