Il lavoro tradito. Betrayed working class
Stemperano il tradimento nella solitudine e nel silenzio. Lo osservano da lontano, quando smontano dal turno di notte e sanno bene che il sonno combattuto e vinto alle tre di notte non ritornerà a sedare la frenesia ovattata della mattinata libera dal lavoro. Difficile dormire di giorno.
Tradimento non è solo “Precarietà, solitudine, sfruttamento.” Tradimento è sentire parlare di lavoro chi non sa come si faccia a camminare in una fabbrica, perché mai ci è entrato. Perché non ha lavorato. Mai. Tradimento è vedere qualcuno oltrepassare il confine poroso tra cooperazione e politica e usare il lavoro degli altri per mettersi in vetrina, per promuovere sé stesso. Tradimento è confondere lo sfruttamento con la flessibilità.
Libri e parole non sono sufficienti per scrivere ciò che gli operai non dicono. Loris Campetti consegna al lettore il “Reportage da una classe operaia”, dato alle stampe dall’editore Manni e dal titolo “Ma come fanno gli operai”.
La guerra dei poveri
E’ sbiadita la stagione della solidarietà sociale orientata ai diritti e alle tutele. Il lavoro ha cambiato faccia. Si è tinto di nero, sporcandosi di illegalità. Si è macchiato di grigio, costretto su un crinale pericoloso, tra l’accettazione del precariato e di retribuzioni infime in nome della sopravvivenza e una pennellata posticcia di legalità: un contrattino di poche ore e il versamento di una miseria di contributi in cambio di ore e ore pagate rigorosamente in nero e in contanti. E’ cominciata la corsa del dumping sociale. C’è sempre qualcuno che sta peggio disponibile a lavorare per una tariffa oraria più bassa. Gli operai non sono più compatti nelle file delle lotte sociali e sindacali. Combattere divisi, colpire uniti: questa è storia. Ciascuno fa per sé, oggi, in una lotta povera e fra poveri ispirata ad una perdente solidarietà al ribasso, condizionata dal dumping sociale praticato per necessità. Il libro di Loris Campetti racconta due aspetti del lavoro: da una parte il mutamento tracciato sulla carta dalla legislazione del lavoro e dall’altra le esperienze quotidiane dei lavoratori. Le storie di lavoro sono raccontate direttamente da loro, da chi si spacca le mani e combatte con la stanchezza, la frustrazione e il sonno ogni giorno. Le storie di ordinaria quotidianità definiscono il lavoro al tempo della flessibilità, che è la patologia che ha aggredito i diritti, quando applicata al lavoro povero. Ci sono lavoratori che sono solo le loro braccia, oppure le loro gambe. L’esperienza dei rider è una delle esperienze di quotidiana urbanità raccolte nel libro di Loris Campetti. Aspettare una chiamata e poi scattare nelle strade trafficate per ritirare il cibo da consegnare in tempi rapidi. Quindi aspettare un’altra chiamata oppure un’altra comunicazione attraverso app per conoscere l’indirizzo al quale consegnare. Per qualche euro all’ora. Con contratti atipici con quasi tutte le società delle consegne a domicilio, anche se non in tutte. Il Sindacato da qualche parte un obiettivo lo ha raggiunto, imponendo l’applicazione del Ccnl Spedizioni e Trasporti. Lo ha raccontato un rider parmigiano sulle colonne della Gazzetta dell’Emilia, per la rubrica Lavoro migrante. Rider e non solo. L’autore cita le cooperative. Ci porta fino alle “Cooperative rosse di vergogna”.
A Reggio Emilia raccoglie la testimonianza di Vanni, operaio di cinquant’anni, disoccupato per cause di forza maggiore, cioè per la trasformazione vissuta dalla cooperazione. Le sue parole: “Faticavo con l’obiettivo di costruire lavoro nuovo, lavoro futuro per altre persone come me e più giovani di me. Quando al centro dell’impegno, invece, vengono messi i soldi, quando cominci a pensare “ci metto i soldi e dunque sono padrone” per me smetti di essere un cooperante, diventi come i privati, usi le stesse categorie e sei arrogante come loro. Per di più senza averne le capacità imprenditoriali, sei solo un anello di una catena malata che ti lega alla politica e alle amministrazioni. Con il sindaco del paese che a fine mandato si trasferisce armi e bagagli in cooperativa o al contrario il dirigente coop che va a fare il sindaco oppure l’assessore. Io ci sono nato nella cooperazione. Sono figlio di un fondatore presidente di una cooperativa. Il sabato mattina mio padre mi portava con lui in fabbrica. Fin da bambino ho respirato un’aria speciale. Il cambio di mentalità dei gruppi dirigenti ha segnato l’inizio della fine di un modello che è stato straordinario. Non so come, ma attraverso il meccanismo degli appalti e subappalti persino la malavita è entrata nel nostro mondo, in particolare nell’edilizia.”
Lavoratori e politica, lavoratori delusi dalla politica, elettori che votano i partiti di sinistra turandosi il naso, orfani dell’unico grande partito, fissato nella memoria collettiva come alto riferimento culturale e superato nei fatti dalle nuove organizzazioni politiche sedicenti di sinistra. Lucide e puntuali, le parole di Vanni. Tra le righe del suo racconto le mille altre storie del Paese, legate a fenomeni di discriminazione ispirati alla necessità di sopravvivere in un mercato del lavoro frammentato e con tutele usurate.
Esternalizzazione: è l’altra parola chiave per una lettura realistica del mercato del lavoro attuale. Insieme a flessibilità. Esternalizzazione porta con sé le conseguenze della guerra fra poveri. Monfalcone, provincia di Gorizia, su un autobus per il trasporto di operai verso il cantiere: gli operai assunti direttamente dalla fabbrica impediscono di salire a quelli dell’impresa titolare del contratto di appalto, che ha inquadrato i suoi al ribasso rispetto agli altri. Stesso lavoro, meno soldi. Sono operai che costano meno, immigrati, con una capacità di negoziazione nulla, disponibili ad accettare qualsiasi condizione lavorativa pur di lavorare. Chi accetta un sotto- inquadramento inquina il mercato del lavoro. E gli appalti tendono a promuovere il fenomeno. Intanto prosperano.
Reggio Emilia, Monfalcone, Varese, Bergamo: nomi delle aziende, nomi dei lavoratori intervistati. Loris Campetti chiama tutti per nome. Mette in campo una sola accortezza: la tutela degli operai, dei quali cita solo il nome di battesimo. A contraltare i nomi dei politici che hanno cancellato l’articolo 18 della Legge 300 del 1970, nota come Statuto dei Lavoratori, che hanno permesso l’impoverimento delle tutele e non solo. Che hanno dimenticato l’importanza delle politiche industriali, doveroso aggiungere.
Il riscatto della cultura
Senza ritorno. Il peggioramento delle condizioni della classe operaia, classe fantasma ma vivente e operativa, pare senza possibilità di riscatto. Il libro di Loris Campetti è un cimitero di illusioni sociali sepolte. Eppure una possibile riscossa emerge fra le righe delle testimonianze cupe e dalle lacrime orgogliosamente represse degli operai intervistati. La vita risorge anche sul cemento. Diversi di loro considerano la faticosa condizione operaia come uno strumento tattico funzionale al raggiungimento di un obiettivo più lontano nel tempo ma più in linea con il proprio sentimento profondo di riscossa e riconoscimento sociale. Molti intervistati dichiarano il proprio interesse intellettuale per l’osservazione da dentro delle dinamiche emergenti del mercato di lavoro. Qualcuno ha in corso percorsi di studio collegabili ai lavori atipici. Uno dei rider studia giurisprudenza e vorrebbe fare l’avvocato. Altri hanno progetti professionali definiti e fuori dal perimetro del lavoro attuale. Il lavoro è lo stipendio necessario per progettare e costruire una vita diversa. Le dimissioni sono un fatto presente e quotidiano nella testa degli operai ancora prima della comunicazione formale. Lavorare, lavorare duro, sapendo e volendo andare via appena possibile. E’ la condizione di diverse persone intervistate da Loris Campetti. Un fenomeno trasversale al mercato del lavoro, assente in altri tempi, quando il lavoro era competenza e passione, quando si pensava di trascorrere gran parte della vita lavorativa nella stessa azienda. Succede sempre più spesso da quando il tradimento delle tutele sbiadite e del lavoro umiliato è diventato quotidianità. Questa è la faccia sporca del lavoro, per la maggior parte dei lavoratori. Dopo che diverse coalizioni di classi politiche si sono succedute e hanno tentato di mettere mano alle regole e alle leggi che dovrebbero definire le tutele e le condizioni del lavoro. “Ma come fanno gli operai”: è un inquieto diario del lavoro umiliato.
Francesca Dallatana
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it


