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La Biblioteca del lavoro: Laura Maragnani, Isoke Aikpitany

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Prigione d’asfalto. Road scam

Il lavoro sulla strada è una galera senza ritorno. L’incubo non finisce; si trasforma. Il patto, il debito, il viaggio, la fatica, l’incredulità, la solitudine, la violenza. 

Dopo si rompe qualcosa, dentro. 

Inaspettatamente finisce il dolore e muore la vecchia identità. Sepolta l’emozione, una maschera permette al corpo di continuare a vivere. 

La vita continua. È così che si diventa kapò. È così che si diventa maman, sfruttatrice di giovani donne che intraprendono un viaggio in nome del miglioramento e del riscatto.

Le ragazze di Benin City. La tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia: è il libro scritto da Laura Maragnani e Isoke Aikpitanyi, pubblicato da Melampo. Le protagoniste sono allo stesso tempo vittime della tratta e dello sfruttamento e potenziali future truffatrici.

La resistenza al dolore ha effetti contraddittori. Induce al riscatto oppure rivolge la vendetta verso l’immagine di sé stessi riflessa nello specchio del passato. 

La narrazione del libro è diretta come uno sfogo. Travolgente come l’esondazione di un fiume in piena. Tra le righe, si profilano organizzazione e modalità della truffa. Che si traduce in: riduzione in schiavitù e sfruttamento lavorativo. 

Isoke Aikpitany racconta la propria storia: l’illusione e la schiavitù. Infine, il riscatto. Descrive gli autori della truffa e le vittime e racconta le loro trasformazioni, umane e organizzative. 

Maman, kapò.

È il medaglione proposto con maggiore forza all’attenzione del lettore. 

È una delle protagoniste del libro, raccontata da una delle cinquanta testimonianze di vita e di lavoro che hanno permesso la composizione corale della testimonianza letteraria.

Le promettono un lavoro in Europa, convincono lei e la sua famiglia. Non è difficile. Lei è bella e giovane. Consegna i documenti e parte. Il viaggio è una prova di sopravvivenza e in un tratto le si congelano due dita. Gliele tagliano con un machete. Arrivata in Italia, le impongono il lavoro sulla strada. Il corpo diventa una macchina da soldi, per sopravvivere e per pagare il debito. Alla famiglia non dice la verità. 

La strada trasforma. Di ciò che era prima di partire rimane solo il corpo e uno strato cerebrale ricondizionato per garantire la sopravvivenza. E il moncherino. 

Costruisce una conoscenza della psicologia della paura e della sottomissione degna di un professionista. E la usa per fare soldi. Le giovani donne, ragazze e bambine, diventano gli strumenti del suo lavoro. Sa bene come usarle. Lei guadagna, loro lavorano. Schiave in un labirinto psicologico senza ritorno. 

La maman-kapò è una figura organizzativa centrale nella vita di lavoro delle schiave-lavoratrici, dopo la formazione ad alto impatto traumatico inferta durante le tappe del viaggio attraverso il continente africano. 

Inquietanti, le declinazioni delle versioni delle maman-kapò. Quelle che si occupano del reclutamento delle candidate nel Paese d’origine mostrano tratti bi-polari: materne e accoglienti nella prima fase del reclutamento; direttive, fredde e violente una volta ricevuti i documenti e allontanate le candidate schiave dai nuclei familiari di provenienza. 

Psicologia on the road

La seconda fase formativa è sul territorio del Paese di arrivo, in Italia per le protagoniste del libro. Le future compagne di lavoro, cioè il gruppo di ragazze precedentemente ridotte in schiavitù, sono le formatrici operative della nuova arrivata. L’osservazione e la presenza sul luogo di lavoro consentono di accettare l’obbligatorietà della mansione. Le formatrici operative sono persone sopravvissute. “Non ti fidare di nessuno. Neanche di me”, dice una di loro a Isoke. Prima della solidarietà, la sopravvivenza. Nella lotta alla sopravvivenza l’umanità sbiadisce. 

Sulla strada, le lavoratrici spesso si improvvisano consulenti e psicologhe. Non sempre i clienti vogliono il corpo. Capita che abbiano bisogno di compagnia e che paghino per farsi vedere in compagnia di una ragazza giovane. Molto spesso hanno bisogno di essere ascoltati. Qualche volta si innamorano. Le più esperte in sopravvivenza sanno ascoltare e capiscono in prima battuta le esigenze del cliente. Indossano gli abiti della terapeuta oppure quello del prete che assolve dai peccati e dall’inadeguatezza. 

Poi, i giovani visitatori notturni. Quelli che presentano un amico per l’iniziazione al sesso.  E la lavoratrice si traveste in attrice. Simula un incontro fisico dagli effetti deflagranti e magnifica le doti del cliente.

Cinema, doloroso cinema: rappresentazioni intrise di ipocrisia dai risvolti a scoppio ritardato e a interessi composti nel vissuto psicologico delle protagoniste. 

Il papagiro 

Nel cast della rappresentazione del libro, si affaccia a oltre metà della narrazione il papagiro. È un uomo curioso che circumnaviga i gruppi di ragazze, porta generi di conforto e fa molte domande: da dove vieni, come è stato il viaggio, dove abiti e come vivi. Il papagiro non è pericoloso. È accettato dalle maman, contrariamente ai fidanzati che invece sono potenziali detrattori e nemici del business

Ikoke Aikpitanyi lo descrive con grande efficacia. Il medaglione dedicato al papagiro è forse la più efficace rappresentazione di un effetto sottotraccia della invisibile solitudine sociale. 

Il papagiro è un uomo grande di età, mediamente colto e istruito. La sua missione è sul confine tra la curiosità intellettuale, la morbosità e la volontà di dare un aiuto. Alla fine del turno propone una colazione al bar, qualche volta porta in giro le lavoratrici. Se assiduo frequentatore della strada, finisce per conoscere la maman. È una presenza regolare, quasi una sentinella che garantisce la ronda. Non è un controllore violento. Ma è un controllore efficace. “A volte entra nel giro in un modo così stretto che la maman gli dà una macchina, gli paga la benzina, lui porta le ragazze di qua e di là.

Se entra nel gruppo falsamente familiare delle ragazze ridotte in schiavitù, la maman valuta con attenzione il suo profilo quasi fosse una selezione per un contratto di lavoro di tipo subordinato a tempo indeterminato e con inquadramento alto. La maman ha raggiunto autonomia economica e stabilità ma non ha la cittadinanza e il rinnovo del permesso del soggiorno è sempre una spada di Damocle. 

Un uomo italiano, fidato e cooptato informalmente nel gruppo di lavoro permette attraverso il matrimonio un più solido radicamento nel mercato del lavoro. “A volte magari la maman gli chiede: Antonio, mi vuoi sposare? Perché anche se ha i documenti in regola il suo obiettivo è sempre quello di avere la cittadinanza, di modo da poter fare i suoi affari con tutte le garanzie. A volte lo chiede lei direttamente al papagiro, a volte lo fa richiedere dalle ragazze. E quando una ha il tizio giusto sottomano lo porta a casa e lo presenta, e in cambio la maman le fa un regalo.”

La famiglia di schiave al lavoro è a moduli mobili: alcune lavoratrici diventano maman, altre cercano e trovano il riscatto e cominciano percorsi che le accompagnino verso un lavoro scelto e diverso da quello della strada. Altre chiedono aiuto. 

Tutte le sere le ragazze vanno al lavoro con due pensieri: “forse questa è la sera che incontro qualcuno che mi aiuta. L’altro pensiero: speriamo che stasera non mi succeda niente.

Isoke Aikpitanyi ha rotto il velo dell’ipocrisia. Ad Aosta dopo la pubblicazione del libro ha aperto una casa di accoglienza per donne vittime di tratta di sfruttamento sessuale. 

Combattere uniti: è una variante della trasformazione del dolore.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Laura Maragnani, Isoke Aikpitanyi, Le ragazze di Benin City. La tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia, Melampo, Milano, 2012-quarta edizione

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