Effetto disoccupazione. Lost time
Tempo fermo. Giornate vuote. Futuro cancellato. È l’effetto della disoccupazione. Rabbia e lotta: la prima è la conseguenza della chimica che manda in subbuglio i neuroni; la seconda è strumento per la rivendicazione dei propri diritti. Primo fra tutti, il diritto al lavoro. Per grande parte del Secolo breve, ha rappresentato il cuore delle identità dei cittadini. Non elemento esaustivo, ma fortemente caratterizzante. A raccontare “Il tempo senza lavoro” sono i lavoratori di Agile ex Eutelia e Massimo Cirri per l’editore Feltrinelli.
La scrittura rivelatrice
Di lavoro si parla poco. Lo si fa soprattutto in occasione di morti oppure di infortuni gravi oppure per licenziamenti collettivi. Se ne parla quando fa notizia.
Le storie di lavoro raccolte nel libro sono racconti di assenza, di un imposto vuoto di identità.
Sono narrazioni dedicate a un tempo libero dilatato e obbligato. Storie di solitudine e disperazione, di rabbia e di lotta contro la chiusura e i licenziamenti.
Penne dirette, queste dei lavoratori di Agile ex Eutelia, guidati dalla Scuola Holden. A sottolineare quanto sia vero: rem tene, verba sequentur: se conosci l’argomento, le parole seguiranno.
Massimo Cirri, psicologo e narratore ha cucito insieme i racconti e ha scritto la storia di fabbrica, il precedente percorso di ricerca e innovazione caduto nel fango della disoccupazione, nelle sabbie mobili della Cassa integrazione e guadagni straordinaria e, non per tutti, della Cassa integrazione guadagni.
I lavoratori raccontano in prima persona. Sullo sfondo del libro, ma a tinte forti, la storia dell’azienda e del settore.
Di che cosa parlano i lavoratori
I lavoratori disoccupati parlano della noia quotidiana e del senso di impotenza e di inutilità. Ma anche del tradimento vissuto. Della cattiva gestione aziendale di un settore, quello elettronico-informatico, dalle potenzialità alte. Affidano alla scrittura le loro confidenze. Scrivono tutto quello che non hanno detto a familiari ed amici. Quelle parole che forse mai avrebbero pronunciato neanche sulla poltrona di uno psicoterapeuta. Il pudore è più forte della sincerità. Ci si capisce davvero solo fra colleghi.
Pochi di loro hanno informato i familiari del loro stato di disoccupazione. Non tutti hanno detto di avere occupato l’azienda. Escono di casa al mattino e si assentano per l’intero orario di lavoro. Non dicono, trattenuti dalla vergogna di avere perso il lavoro e di non essere creduti. Non dicono, perché difficilmente gli altri, esterni alle dinamiche interne dell’azienda, capirebbero.
Il silenzio è più forte delle parole. E questo è un elemento di riflessione importante. Ci si ritira in sé stessi, ogni volta che un licenziamento irrompe nella vita. Il licenziamento è un trauma e porta con sé pietismi e incomprensioni. Se ti hanno licenziato, hai fatto qualche cosa di sbagliato. Succede anche nelle situazioni di mobbing. Si tende a cercare il colpevole. E la cosa più semplice è di farlo coincidere con la vittima.
Di lavoro non si parla e si sa poco. Tutto quello che succede in azienda rimane in azienda. Parlarne fuori spesso è inutile perché le dinamiche interne ai gruppi sono evidenti solo ai componenti ed è difficile descriverle.
I racconti dei lavoratori Agile lo dicono a chiare lettere. Sono tutti lavoratori della conoscenza, testimoni di una storia di ricerca intellettuale e originale con celebri attori protagonisti e testimoni: Enrico Fermi, Olivetti, Marisa Bellisario; poi la curva discendente della parabola fino ad Agile e al suo amministratore delegato auto-esiliatosi a Dubai per sfuggire alla giustizia italiana. Tutto ciò che c’è prima di Agile è declinato al futuro e si ispira al progresso. È un investimento. Da Agile in poi comincia un’altra storia, meno nobile di quella precedente.
L’occupazione
L’occupazione dell’azienda, nello stabilimento di Pregnana Milanese, impegna lavoratori e sindacalisti. E, a cascata, le famiglie. Proprio quei lavoratori della conoscenza che fino a qualche tempo prima uscivano di casa con camicia e cravatta, con un abbigliamento curato, ora se ne vanno verso l’azienda occupata con pantaloni comodi, il passamontagna per difendersi dal freddo e il sacco a pelo per cercare di dormire.
A casa rimangono figli increduli anche loro vittime di un mercato del lavoro che li obbliga alla sottoccupazione. Gli occupanti della fabbrica rivendicano il diritto alla vita precedente, ricordano gli impegni contrattuali assunti dall’azienda. Invocano il diritto a un equilibrio del quale un imprenditore dovrebbe farsi carico, per la responsabilità sociale e civile che gli compete. L’occupazione è un gesto politico. Ma anche una riflessione sociale sull’evoluzione del mercato del lavoro e della società.
Ogni contratto di lavoro firmato è un patto e un impegno che condiziona e coinvolge la vita di una persona. A quei contratti l’amministratore delegato di Agile non sembra interessato. Massimo Cirri racconta di un suo intervento violento in azienda durante l’occupazione, addirittura in presenza di una troupe televisiva di Rai Educational, azione che non sortisce effetti. Se non quello di accentuare la motivazione degli occupanti.
Per i licenziati e per i cassaintegrati, ricominciare altrove dopo un investimento di decenni di lavoro presso la stessa azienda non è facile e a volte non è possibile.
Un nuovo inizio
Un lavoratore occupante riceve una telefonata e una voce femminile lo invita ad un colloquio di lavoro. Incredibile ma è successo, anche se il candidato ha cinquant’anni d’età, anche se ha lavorato per una sola azienda. Il candidato sostiene l’intervista di lavoro e si ritrova di fronte a una selezionatrice addirittura più grande di lui. Ma lui si presenta stanco e demotivato. Dopo avere indossato uno degli abiti d’ordinanza dei giorni di lavoro: completo e camicia cravatta. È un vestito che gli va stretto: non è un modo di dire. Il candidato è ingrassato ma non si capacita di avere indossato un abito come quello ogni giorno per andare al lavoro. Qualcosa è cambiato. La disoccupazione ha condizionato disponibilità e aspettative. E alla selezionatrice il candidato sembra una persona senza guizzi creativi da investire. Come lui, altri lavoratori raccontano la loro condizione di persone “senza agenda e senza impegni”, perché il lavoro per lungo tempo ha rappresentato per loro un tratto significativo della socialità. Il nuovo inizio è possibile se è davvero altro rispetto alla vita precedente e se si ha il coraggio di considerare ciò che il lavoro aveva messo a tacere e chiuso nel cassetto dell’impossibile. L’iscrizione all’Università, le poltroncine della libreria Feltrinelli, fare tutto ciò che il ritmo di lavoro aveva impedito. La vita non è solo lavoro, nonostante il lavoro sia fondamentale. Gli occupanti dell’azienda sembrano intuire, nel loro flusso di coscienza corale e nelle loro testimonianze individuali, l’importanza di una diversa organizzazione sociale che impedisca al lavoro e alla logistica funzionale al lavoro di rubare tutto il tempo della vita. Lo scoprono solo nell’emergenza della Cigs, della Cig e della disoccupazione. Un nuovo inizio a partire da sé stessi che il lavoro avrebbe dovuto valorizzare.
“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” È l’articolo 4 della Costituzione italiana.
Francesca Dallatana
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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