Sogno inquinato. Nightmare poverty.
Il lavoro è espressione del talento oppure delle attitudini. Quando lo si sceglie. Anzi: quando lo si può scegliere. Pochi hanno il privilegio di fare il lavoro che li rappresenta. Più spesso il lavoro è un terreno di aggiustamento e negoziazione tra ciò che si ha in testa e ciò che è possibile. E questa è la realtà quotidiana.
Poi c’è una realtà oscura, sotto il livello della legalità e dell’accettabilità sociale. Che ha un prezzo umano decisamente troppo alto.
E’ lo sfregio sulla faccia della vita. Che non si rimargina.
“Il prezzo del mercato. Viaggio nelle nuove schiavitù”: è il titolo significativo della raccolta di interventi e di interviste curato da Benedetto Bellesi e Paolo Moiola, dato alle stampe dalla Editrice Missionaria Italiana. A vent’anni dalla pubblicazione del libro l’attualità di allora è drammaticamente intatta.
Dal mercato globale e dalle modalità di produzione affidate al più basso costo del lavoro nei Paesi terzi fino al commercio di organi. Il lavoro dei bambini a costo nullo e a profitto stellare; la compravendita dei corpi: quello delle donne da usare e da buttare. E ancora: il traffico di organi, che toglie ai poveri per dare ai ricchi.
Il libro racconta le vite inquinate dei lavoratori al ribasso. Dà conto della situazione generale del mercato del lavoro, statistiche alla mano. Più dei numeri, sono le storie a fare la cronaca.
Economia globale, produzione locale
Economia globale: la si produce localmente. Il prezzo è il futuro negato ai lavoratori.
Le fotografie scattate dal libro sono significative e a portata di quotidianità. Si fanno i nomi: banane Dole; scarpe Nike.
La giornata di lavoro di Maria, lavoratrice ecuadoregna nelle piantagioni di banane. E’ una storia di caporalato e di sfruttamento lavorativo: costo del lavoro al ribasso, le condizioni di lavoro si assestano a diversi scalini più in basso rispetto alle direttive internazionali. E sugli scaffali del supermercato arrivano le banane.
La giornata lavorativa di Trymun, lavoratrice indonesiana, finisce quando va bene nelle prime ore del mattino. “Ogni giorno lavoriamo dalle otto fino a mezzogiorno, poi facciamo pausa per il pranzo. L’orario del pomeriggio dovrebbe andare dall’una alle cinque, ma dobbiamo fare gli straordinari tutti i giorni. Durante la stagione di punta lavoriamo fino alle due o alle tre di notte. Anche se siamo sfinite, non abbiamo scelta. Non possiamo rifiutare gli straordinari perché le nostre paghe di partenza sono bassissime. La mia corrisponde a 50 dollari al mese, che in realtà diventano 43, perché il datore di lavoro ci trattiene 7 euro per la registrazione. Quando ci ho tolto le spese per il dormitorio, l’acqua e la corrente elettrica, mi rimane molto poco per mangiare.” La fabbrica della lavoratrice citata è di proprietà di un sudcoreano e le scarpe prodotte sono destinate al brand noto in tutto il mondo, capace di riconoscere contratti generosi ad atleti che indossano abbigliamento e calzature della casa produttrice.
I curatori del libro non si fermano a queste immagini e procedono con il racconto dello sfruttamento del lavoro minorile in Pakistan. E in altri Paesi del mondo. I bambini sono pagati la metà rispetto agli adulti – la metà di tariffe già molto più basse rispetto all’accettabilità contrattuale, così detti minimi sindacali – e si adeguano ad ogni tipo di regola.
Ulteriore narrazione dedicata allo sfruttamento minorile è ambientata in Pakistan: le conseguenze dell’usura sono una eredità familiare che si tramanda di generazione in generazione. Fino ai bambini. Costretti in ambienti malsani a prestare le loro mani e i loro occhi alla produzione di tappeti. E’ una vera e propria forma di schiavitù che prevede un orario di lavoro interminabile, alimentazione ridotta al minimo e vita incarcerata. Dal Pakistan ci si sposta agilmente in America Latina e in altri capitoli del mondo.
Lo sfruttamento lavorativo è un minimo comune denominatore dal quale è difficile liberarsi. Quasi un destino dei portatori di povertà. E’ una dannazione da scontare. In nome di una ulteriore resurrezione di gruppi sociali che stanno sempre meglio a discapito dei più deboli.
Scegliere le parole
Lo sfruttamento del corpo delle donne è più redditizio del traffico di armi e di droga. Perché il corpo non si consuma, lo si usa fino alla pazzia oppure fino alla morte. Maggiore è il numero delle frontiere che il corpo della donna attraversa e maggiore è il valore. A questo dato, si incrociano altre variabili: l’età e la bellezza. I numeri citati dal libro sono imbarazzanti. Il numero delle donne sfruttate è impronunciabile. Le modalità sono varie ed eventuali. Intanto aumenta il debito delle vittime nel corso del tempo. Se non si muore, si viene liberate a scoppio ritardato quando la visione del futuro e della vita è inquinata dal tempo passato. La cinica alternativa è diventare una maman, cioè una donna che organizza il traffico di altre donne.
Non si parli di prostituzione, però. Questa non è prostituzione, ma vigliacco commercio dei corpi. E’ una forma bieca di schiavitù. E’ una truffa ai danni di chi ha creduto in un possibile riscatto. Di chi ha attraversato l’Africa verso un orizzonte creduto migliore e teoricamente foriero di un futuro diverso.
Uno dei capitoli finali del libro è dedicato all’ intervista a Eugenia Bonetti, Missionaria della Consolata, attiva nell’anti tratta dal 1993. Ha lavorato in Kenya per tanti anni e ora lavora con le unità di strada, sulla Salaria, a Roma. Non ha paura di rischiare.
“E’ sconvolgente vedere ragazzine di 14-15 anni assediate da una fila di 6-7 auto, in cui i clienti attendono il loro turno. E poi le loro storie: queste donne parlano chiaramente di essere state vendute o comprate”- fa notare la suora.
Scegliere con cura le parole è fondamentale, dice la religiosa. E lo sfruttamento non può essere tradotto con “prostituzione.” Perché – dice la missionaria – le parole indicano le responsabilità. E le donne sono le vittime di una truffa, concertata al loro danno e finalizzata al profitto.
La suora parla della traversata del continente africano e delle tappe di maltrattamento destinata al profitto.
Le ragazze subiscono violenza emotiva e fisica durante il viaggio e nelle soste lungo il tragitto. Arrivano in stato di gravidanza oppure partoriscono in condizioni proibitive.
“E’ più facile riparare le macerie provocate dalle bombe dei terroristi che ricostruire la personalità delle vittime da sfruttamento sessuale. Queste donne hanno subito uno spaventoso svuotamento del loro essere donne: da una parte si vedono cercate e usate, dall’altra si sentono umiliate, disprezzate, giudicate, condannate. Avevano un sogno e si ritrovano nel più grande fallimento, con ferite profondissime.”
La vendita dei corpi
Il traffico di organi non è l’ultima frontiera del mercato. Ma una delle più redditizie. Da Oriente a Occidente, il turismo per la vendita e l’acquisto, per l’espianto e il trapianto, di organi è un affare economicamente molto interessante. E un indicatore delle nuove povertà e delle nuove schiavitù. Il libro apre una finestra sul fenomeno e spazia dalla Cina fino alla Moldova, dalla Mauritania alla Turchia, dall’Albania a diversi altri Paesi del mondo e di altrettanti continenti. Il traffico dei corpi non risparmia nessuno. Bambini rapiti per i loro organi da trafugare e rivendere, persone in difficoltà economica che non vedono alternative rispetto alla vendita, anzi alla svendita, di un rene, che all’epoca della pubblicazione del libro veniva pagato solo duemila e settecento euro alle persone in trasferta per l’espianto per essere poi riveduto all’acquirente con costi lievitati. Dai corpi dei condannati a morte, dove il fine pena mai è sostituito dalla soppressione di Stato, cioè dalla condanna a morte, si prendono gli organi prima dell’esecuzione. La sera prima, il bisturi; al mattino, una pallottola in fronte.
Le povertà: verso le nuove schiavitù
Non le conosciamo. Se ne parla ma non a sufficienza. E, soprattutto, se è Nimby – not in my back yard – difficile da credere. Anche solo da immaginare. Le nuove schiavitù sono la conseguenza delle povertà endemiche e trasversali. Socialmente silenziose.
Un libro pubblicato nel 2006 di spaventosa attualità. La presentazione proposta dalla Gazzetta dell’Emilia non è esaustiva. E non sono esaustivi gli interventi raccolti nel volume: ciascuno a suo modo diretto, articolato e denso di dati e informazioni precise. Tutti: emotivamente coinvolgenti. Ma non esaustivi.
Lo sfruttamento è convincente e insidioso. Se rivolge le sue attenzioni alle fragilità. E se a quelle vulnerabilità nessuno è andato in soccorso. Come dovrebbe fare una società per dirsi umana.
Francesca Dallatana
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto copertina: credit by Steve Mc Curry
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