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La Biblioteca del lavoro: Antonio Pennacchi

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La fabbrica siamo noi. Work masters

Animale estinto: “Mammut”. Come la lotta operaia. In nome della mediazione-integrazione. “Mammut” è il romanzo d’esordio di Antonio Pennacchi, classe 1950 e scomparso nel 2021. L’ultima delle edizioni Mondadori è datata 2022. Scritto d’un fiato tra il 1986 e il 1987. Deterso a più riprese in un percorso di razionale lucidità che trasforma l’operaio nello scrittore.  L’inchiostro continua a scolpire la carta con la forza di una mazzetta. Dannatamente attuale. Ferite e cicatrici aperte sulla carne viva della classe operaia. Oggi come allora.

Storia del libro, storia italiana

Otto anni di rifiuti editoriali: cinquantacinque da parte di trentatre editori. Fino al 1994, quando Donzelli decide di pubblicare. Può scrivere di fabbriche solo chi le conosce. Per conoscerle bisogna lavorarci. Con le mani. Dentro le tute da palombaro nelle estati arroventate dal cemento. Con il freddo che si intrufola vertebra dopo vertebra su per la colonna per irradiarsi nel dorso e aggredire la nuca dalle spalle. Antonio Pennacchi conosce bene la fabbrica. Ha competenza tecnica e descrive con la precisione della competenza macchinari e lavorazioni della Fulgorcavi di Borgo Piave, in provincia di Latina, Littoria nel ventennio nero della Storia italiana. E possiede il lessico del codice d’onore della fabbrica, il linguaggio principale della comunicazione dentro i parallelepipedi di cemento che hanno preso il posto dell’erba medica dell’agricoltura. Poche battute, nelle pagine d’attacco del romanzo, sono sufficienti per descrivere l’arroganza dell’industrializzazione ai danni del territorio. Nessuna polemica, solo fredda descrizione. Pennellate altrettanto immediate le dedica al trasformismo professionale degli operai: Massimo, zingaro d’aspetto, dalla ubriacatura combattente, faceva un altro lavoro che ha mantenuto in nero; Cesare, agricoltore, poi panettiere; Benassa è un intellettuale; la voce fuori campo è forse l’operaio-sindacalista-scrittore. Lui, Antonio Pennacchi, primo fra tutti, in trasformazione. Come l’industria, che negli anni Novanta passeggia in terra di confine tra fordismo e post-fordismo. Verso l’automatizzazione della produzione, il lavoro flessibile, le uscite di scena concordate quando si diventa scomodi, la digitalizzazione dei processi di produzione. E sempre la stessa fatica di quelli che ancora lavorano di notte. Una cavalcata verso il Duemila. Che sintetizza nodi oggi ancora non risolti. Nella formula narrativa di un romanzo inaspettatamente agile, per essere stato deterso e rimaneggiato a più riprese.

Sono solo operai

La scena più forte del libro è quella di un pestaggio. Un gruppo di operai si alternano nell’impartire una gragnola di colpi diretti al volto e alle zone sensibili di un bullo che, sceso dall’automobile, ad un blocco stradale per una protesta sindacale in corso, dichiara di volere ripartire e schiacciarne qualcuno sotto le gomme. A sferrare il primo colpo è Massimo, lo zingaro e altri lo seguono. Il bullo rappresenta la censura al blocco stradale, inteso come manifestazione di protesta. E’ curato, ha la camicia bianca, dichiara le azioni che intende mettere in atto e lo fa come lo farebbe chi comanda. Lo stordiscono con le mani, gli operai. Lui è grosso all’apparenza e di facciata. Loro sono forti di lavoro. Sono solo operai, si mormora tra i denti nella coda di auto trattenuta dai manifestanti. Lo mettono a terra, il borghese vestito a festa.  Potrebbe essere un prete. Poi, un infermiere gli presta soccorso.  E’ caduto, così gli dicono. E lui ringrazia. Lo rimettono in sesto e lo mettono in condizione di raggiungere da solo l’infermeria di un pronto soccorso. Dove i sanitari capiscono che non si tratta di una caduta e parte una denuncia contro ignoti, la prima. L’altra scena forte e fuori scala rispetto alla vita di fabbrica è l’ultima, evidente superfetazione letteraria a posteriori. E’ il volo della fine – dalla finestra fino all’asfalto – di Cesare, operaio pensionato sopraffatto dalle richieste viziate e viziose di un figlio disallineato dalle generazioni precedenti. Prima, le bottigliate e le botte del figlio contro il padre. Quindi, il salto del padre e l’ultimo sguardo rivolto al figlio e le ultime parole per lui. Il figlio voleva la pensione del padre. Operaio per una vita. L’ultima fotografia del romanzo, cruda e umanamente violenta, indica letteralmente e metaforicamente un altro punto di svolta: passaggio d’epoca e generazionale; fine di una pagina di storia industriale, nonostante sprazzi di sopravvivenza in alcuni settori. Tristemente: usura del codice d’onore del lavoro di fabbrica.

Ultima settimana

Diario degli ultimi giorni di lavoro. Dal 27 Ottobre fino al primo novembre 1986: la forma diaristica scandisce il romanzo: è l’ultima settimana di lavoro dell’operaio Benassa. Delegato e polso emotivo del gruppo di operai che rappresenta. Per la stanchezza morale espressa, per la fatica fisica che appesantisce il corpo e accorcia le notti. Per le domande inespresse, anche con sé stessi, e per quelle che rimangono senza risposta. Benassa è scomodo. Ha la meglio su tutti i responsabili del personale che si succedono. Diventa una spina nel fianco per l’azienda e anche per il Sindacato. Glielo dice l’amministratore delegato, che lo convoca di concerto con l’ultimo responsabile del personale, e che gli propone di passare dall’altra parte della barricata, di lavorare per l’azienda abbandonando il mandato sindacale. Benassa non è in vendita e rifiuta. Ma non declina l’invito alla sollecitazione intellettuale: stipendio garantito per due anni per scrivere la storia della fabbrica, intervistare gli operai, per consegnare un documento letterario rappresentativo. Il solletico al bozzolato grigio dell’operaio va a segno. E Benassa ricomincia a dormire notte dopo notte nel letto di casa, senza bisogno di indossare maglioni contro il freddo e strapparsi il caldo dalla carne in estate. Nel corso della detersione del romanzo dopo i primi rifiuti degli editori, Antonio Pennacchi deve avere affinato l’ideale ritratto di un sé stesso trasposto nella figura di Benassa.  La sua penna si identifica sicuramente nella voce fuori campo che introduce il romanzo. Ma è anche Benassa che si guarda da fuori nello scorrere del tempo del lavoro di fabbrica, nel mutare del clima e cultura organizzativi. Nella profonda trasformazione in corso della classe operaia, frammentata sempre di più, flessibile e abbandonata dalle strategie di tutela collettiva. È sempre l’amministratore delegato a dirlo a Benassa. “Vede – spiegò l’amministratore delegato – dal Sindacato sono anni che ci chiedono di toglierla di torno. Con le buone o con le cattive.” “Lei sta bluffando. Non ci credo.” “Ci creda, ci creda. Lei ha più nemici dentro il Sindacato che dentro l’Azienda. Comunque lei costituisce un problema. Sia per noi che per loro.” 

La fabbrica siamo noi

“Io, operaio, all’azienda gli voglio più bene di te. Io ho solo quella. Tu forse no. La mia vita stessa, invece, è legata a lei. Non sono suo nemico. Io sono il suo primo alleato – la sua prima ricchezza – se solo mi sa prendere. Si chiama democrazia. E i nemici delle fabbriche sono altri, non sono io: sono quelli che le fabbriche – sia a me che a te – ce le vogliono far chiudere sotto i gravami d’una società bloccata o sognando che sia possibile un mondo in cui si sta bene ma non si produce. Vogliono la bicicletta per correre in mezzo al verde, per esempio, ma non vogliono gli altiforni necessari per produrla.” Mammut: prime battute incerte della letteratura dedicata al lavoro. Ma testimonianza centrale per la ricerca sociale dell’organizzazione e del lavoro. La sociologia è debitrice alla letteratura. E la parola scritta in prima persona dai protagonisti è materiale di ricerca di alta qualità. Non è un mammut il libro di Antonio Pennacchi.  Tarlo di una riflessione sociale mai sedata. E forse lunga quanto la storia dell’umanità. Le azioni dei gruppi possono riscattare e superare imperfezione e precarietà dell’esistenza umana?

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Antonio Pennacchi, Mammut, Mondadori, 2022

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