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La Biblioteca del lavoro: Antonio Galdo

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Gente di fabbrica. Factory life.

La biografia degli imprenditori e la loro storia: le fondamenta della storia dell’industria. Gente comune, ma gente speciale. Territorio, fabbrica, famiglia. Le fotografie delle “Fabbriche” di Antonio Galdo confondono la memoria. Alla fine di ogni medaglione dedicato a una industria il rischio di scambiare il cognome dell’imprenditore con il nome dell’azienda è altissimo. La fabbrica riflette lo stile dell’imprenditore, della proprietà. Pubblicato da Einaudi nel 2007, il libro è un monumento al Novecento dell’industria italiana. Quando operosità faceva rima con futuro.

Welfare ante litteram

L’industria italiana ha traghettato parecchie persone impegnate in agricoltura al lavoro in linea. È la Storia del Novecento italiano, significativo capitolo di una forte trasformazione: dalla terra alla fabbrica. Le storie di impresa raccontate da Antonio Galdo danno conto delle tecnologie introdotte nella produzione, di visioni sfidanti e anticipatrici, della trasformazione del lavoro in prassi cadenzate e definite da procedure misurabili per risultato e per il tempo, cioè tempi e metodi. Non li cita con questa esatta definizione, Antonio Galdo. Ma la storia delle fabbriche raccontata nel libro è anche questa. È cronaca di tenacia, vocazione, ricerca continua di efficacia, tensione all’efficienza. 

Prima della tecnologia, prima del profitto: gli operai. Senza di loro non si produce. Senza ipocrisia e con menzione d’onore a un paternalismo solidaristico espresso dagli imprenditori in nome del benessere della classe operaia che potrebbe essere scambiato per cooptazione e che è paternalismo. Ma agli albori della storia industriale italiana, un piede di qua e uno di là rispetto all’inizio del Secolo breve, la classe operaia non era ancora classe operaia, ma agricoltori prestati all’industria. Senza coscienza di classe, direbbe qualcuno. Si registravano resistenze ma soprattutto fascinazione per la novità industriale, che garantiva un salario sicuro e regolare. La nuova vita come lavoratori dell’industria aveva diverse lacune: niente alloggi in prossimità degli impianti di produzione, niente servizi. 

La Company Town, cioè la città costruita intorno alla fabbrica e per la fabbrica, è il primo intervento massiccio di welfare aziendale. Antonio Galdo descrive il villaggio residenziale di Sesto San Giovanni costruito per i lavoratori della Falck. “Gli uomini non sono macchine e la fabbrica non è soltanto un complesso di impianti. Ecco perché cercherò sempre di migliorare le condizioni di vita dei meno fortunati, per raggiungere l’alto ideale di una vera armonia di classe”, così il fondatore della Falck. E la fabbrica di Sesto San Giovanni si trasformò in una città autonoma. Villette a schiera, gli orti intorno, lo spaccio aziendale, la scuola materna. “Per i pendolari fu costruito il Palazun, un albergo dormitorio con 900 posti letto, mensa, riscaldamento centrale, docce e bagni.” Mentre in fabbrica si comincia a dedicare attenzione alla sicurezza e agli infortuni più frequenti: “Non affidare mai i tuoi occhi alle mani di un compagno di lavoro, corri sempre in infermeria per farti togliere qualche pulviscolo che ti impedisce di vedere.

Da Sesto San Giovanni a Bicocca, dove Pirelli insedia all’inizio del Novecento la fabbrica per la produzione di gomma e pneumatici, prima per le biciclette poi per le automobili. Anche Bicocca diventa una fabbrica-città.  Luigi Einaudi nel 1921 scrive un articolo per il Corriere della Sera elogiando il nucleo urbano, moderno e attrezzato e rispettoso degli standard suggeriti dal vivere civile. Ogni casa pensata e costruita per i lavoratori era dotata di un bagno. Un benefit, l’alloggio dotato di servizi. Insieme alla bicicletta purché gli pneumatici siano Pirelli e regolarmente testati per garantirne la corretta funzionalità. La fabbrica porta un indotto sociale e al seguito una trasformazione urbanistica. Insieme a un cambiamento delle abitudini che alza l’asticella dei bisogni. E che si riverbera nei decenni successivi. La trasformazione urbana riflette quella della produzione industriale e delle necessità di forza lavoro. Rispecchia il mutamento sociale in corso nel Paese, che attraversa fasi di equilibrio e punte estreme di conflitto. Pirelli- Bicocca nasce da una cavalcata di ricognizione e decisione del fondatore in uno spazio libero dove, a fine Ottocento, Giovanni Battista Pirelli intuisce la possibilità di insediamento di un impianto produttivo. L’evoluzione della produzione e dello stabilimento continua grazie al movimento, alla visita di altri territori e di altre culture, all’ispirazione tratta dall’esperienza sociale ed industriale vissuta in altri Paesi. Grazie all’osservazione dei processi evolutivi sociali ed economici in corso. Il Novecento è stato una straordinaria fucina del cambiamento.

Grand tour di formazione

Le intuizioni non sono improvvisazioni. Scaturiscono dall’incrocio di informazioni, di curiosità intellettuale e di visione. Tutti gli imprenditori ai quali Antonio Galdo dedica la narrazione prima di spiccare il volo si assentano per un tempo lungo di silenzio e riflessione e di formazione. Se ne vanno a osservare e a lavorare all’estero, in un altro Paese considerato un punto avanzato. Il fondatore della Falck se ne va in Germania per un tempo di apprendistato. E per tornare in Italia con esperienze di lavoro nelle mani e spunti di innovazione nella sua visione di futuro.  

Diverse persone della famiglia Pirelli che hanno contribuito alla costruzione della storia aziendale hanno dedicato cicli della loro vita a osservazione e soprattutto al lavoro altrove, in terra straniera. Alla ricerca di quella extraterritorialità che dona un potenziale di libertà e di audacia negati dalla stasi. 

Il movimento è cambiamento. Anche nella sua fase di incubazione, quando il pensiero ancora non è diventato azione.

Falck, Pirelli e ancora: Fiat. Lingotto di Torino.  Un Giovanni Agnelli sul crinale della correttezza politica durante la visita del Duce è un imprenditore visionario. Ambizioso e fuori dalle righe, a partire dalla fabbrica per la quale esige una progettazione all’avanguardia. Il metodo del lavoro, in sintonia con le regole della vita, lo osserva oltre Oceano. L’industria dalla quale trae ispirazione è quella di Henry Ford. Il guizzo imprenditoriale che aggiunge per modellare la sua impresa è italiano, ispirato ad uno stile “ministeriale.” Regole del lavoro e regole della vita camminano insieme. 

A Pietro Barilla l’autore del libro dedica un medaglione umano, molto umano. Il ritratto è quello di un imprenditore aperto alle suggestioni e alle novità che coglie nelle sue andate ritorni di formazione e di lavoro. Primo fra tutti: il viaggio a New York sulla motonave Saturnia. “Il gioco d’azzardo con il capitalismo americano, Pietro Barilla l’aveva annusato trent’anni prima quando era arrivato a New Your sulla motonave Saturnia in compagnia del pilota automobilistico Pietro Cornacchia. Con quel viaggio aveva capito le regole del marketing, della grande produzione, del mercato alimentare, dove, prima del prodotto conta la forza del marchio. Era stata l’America ad aprirgli la testa, ad avvicinarlo ad un modo di fare l’industria rispetto al quale il vecchio stabilimento sembrava un luogo della preistoria.” L’autore cita il viaggio americano dell’azienda a proposito del ritorno sui propri passi, quindi all’acquisto delle quote cedute alla multinazionale Grace in un momento di flessione negativa. Il ritorno alla vita da imprenditore e alla quotidianità di fabbrica spinge un Pietro Barilla – prestato ad una faticosa versione rentier – a ritornare nell’abito direttivo-imprenditoriale. Chi dall’estero è ritornato per osare sui mercati italiani deve cercare e trovare una soluzione per rientrare nella stanza dei bottoni della sua fabbrica che è anche la fabbrica della città. 

È la fabbrica a richiamarlo con voce forte e chiara nel privato della sua mente e della sua visione. E la fabbrica rappresenta la città nella quale lo stabilimento di produzione alimentare, diventato multinazionale, ha preso le mosse. “Quella vendita fu uno shock: per gli operai che si sentirono traditi dai loro padroni, per la città di Parma che considerava la Barilla la sua fabbrica, per l’Italia che subiva un attacco al cuore dell’industria alimentare nazionale.”  Un ritorno finalizzato al decollo. Che, a partire da nuove sfide produttive e da una fine attenzione per la comunicazione, arriva fino ai giorni odierni. Con l’attuale generazione degli imprenditori Barilla.

America: mai solo andata 

In America si va a trarre ispirazione. Pietro Barilla, Giovanni Agnelli: solo due esempi. Dagli americani si impara. E qualche volta dall’America si ritorna declinando l’invito. Pininfarina, al secolo Battista Farina detto Pinin, rifiuta la proposta di lavoro di Henry Ford. E ritorna in Italia, dove dà voce all’estro tecnico-creativo e personalizza le auto. L’ingegnere Corradino D’Ascanio, la mente della Piaggio, In America vorrebbe impostare il piano di volo per la sua creazione aeronautica: un elicottero funzionante. Ma in America progetta e concorre a produrre molto altro. Aspettativa mal riposta, perché ancora non è tempo per il suo velivolo. In Italia applica le competenze in ambito aeronautico alla mobilità su strada. E la Piaggio inizia a produrre la Vespa. Inaspettato mezzo di trasporto che sconfina e si inoltra nel terzo millennio. Pensiero laterale e viaggio sfidano il futuro. In corsa e in sincrono. Terminato il secolo breve, l’avventura continua.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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