I poeti senza saperlo profetizzano, dicevano Socrate e Platone. Da allora lo sanno.
Quando Israele, che significa “forte con Dio”, arrivò a Canaan, la bellissima terra che Dio aveva promesso, non la trovò libera, ma impegnata, era occupata da gente pagana, infedele, sette popoli che rappresentano i sette vizi capitali. Allegria!
C’era di che infastidirsi, dopo 400 anni di schiavitù e 40 di deserto, cioè di solitudine, di che scoraggiarsi, gli altri erano più giovani, ricchi e forti, di che arrabbiarsi e indignarsi, era impura, di che ingelosirsi ed essere invidiosi, essi continuavano a fare con quella terra tutti i fatti loro, senza che essa in qualche modo si ribellasse, anzi, le piaceva. Nessun terremoto, nessun diluvio, nessuna rivoluzione. Piccole cose, sì, ma poi tutto come prima, tutto come al solito, tutto sempre uguale, almeno in superficie, all’apparenza.
Eppure Canaan aveva visto Israele, il servo di Dio, le aveva parlato, le aveva detto le parole di Dio. Non era proprio cambiato nulla in essa? Dava solo piccoli segnali, nascosti, equivoci, tutelando sé stessa, attraverso il relativamente comodo status quo, che pensava giusto e conveniente, e che non voleva cambiare. Per cosa poi? Per l’ignoto, l’incerto? Per tante rinunce a tutto quello che di materiale e piacevole aveva sempre desiderato, su cui aveva costruito, come i più, la sua vita, normale, troppo normale?
Ma l’amore vero le mancava e Israele, sebbene non lo volesse, amava Canaan, l’amore è una fiamma che viene dal Signore, perciò il cuore ha le sue ragioni che la ragione non capisce, chi lo capisce Dio, che è amore senza ragione? Egli ama di suo, è la sua natura, gli viene spontaneo, come il sole irradia e riscalda la terra che gli gira intorno. E pure Canaan, nella sua apparente fissità, aveva, sebbene con calcolata ed egoistica prudenza, girato intorno a Israele. Israele però non era Dio e non era così disponibile, né a giochetti non chiari, né al martirio, alla tortura prolungata, unicuique suum, pensava, ne trovo un’altra migliore, affidabile, non sarà questa la terra promessa dove Dio-con-me vuole abitare.
Ma Israele significa uomo forte con Dio, a cui nulla è impossibile. L’importante è cercare di vivere santamente, cioè cercare di fare, con tutti i propri limiti, ogni giorno la Sua Volontà, il resto lo fa Lui. Cercate prima il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato, dirà poi Gesù. La vita è una scuola e Dio è il maestro, che parla attraverso i fatti: sii fedele e Lui ti benedice; pecca e Lui ti punisce. Delle prove sono inevitabili, perché la natura umana di tutti è corrotta e peccatrice. Poi c’è la cattiveria degli altri, a cui diventare immuni; infine le prove alla Giobbe, in parte immeritate, ma che servono anche a salvare gli altri.
Israele sopportò e conquistò Canaan. I pagani occupanti invece scomparvero anzitempo, all’improvviso. Così si celebrarono le nozze, tra la terra promessa, che non era più la stessa, e Israele, alla fine convinto. Poi nel mondo ci fu l’apocalisse. Ma l’affrontarono insieme, uniti dall’amore vero che viene da Dio, perché Dio era con loro e li aiutava.
Amen
Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino, Docente di Filosofia e Storia nei Licei
Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

