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Il trionfo della borghesia. La tossicodipendenza polimorfa 

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È storicamente ormai consumata in Occidente la vittoria della borghesia sulle altre classi e gruppi sociali: sull’aristocrazia, sconfitta e inglobata nei secoli scorsi; sul proletariato, più recentemente, nel secondo dopoguerra, dopo il boom economico. 

Ma anche Gesù Cristo è stato sconfitto e rimesso in croce.

Tutta la società, sebbene con livelli di reddito differenziati, dai grandi banchieri agli operai e ai braccianti neri, è ormai un unico ceto sociale, nella mentalità e nella psicologia, nella prassi. E chi non è pienamente borghese cerca ardentemente di diventarlo. 

È il trionfo della borghesia. “L’uomo a una dimensione”, di cui parlava Marcuse, è un borghese. Fromm lo chiamava infatti “il borghese universalizzato”, oggi diremmo “globalizzato”, caratterizzato dell’egoismo, dall’egotismo (culto di sé), dal materialismo e dall’edonismo. Tutte premesse dell’infelicità diffusa, concludeva lo studioso.

La Chiesa contemporaneamente parla di secolarizzazione (ateismo, fino all’ostile laicismo), o di ateismo pratico (di sedicenti credenti).

In questo quadro storico s’inseriscono le dinamiche spirituali, e di conseguenza psicologiche e sociologiche, più sotto descritte. Le cause ultime dei fenomeni sono infatti nella dimensione spirituale della realtà (Dio, angeli, anime, demoni): questo risulta dalle migliaia di rivelazioni ebraico-cristiane, documentate e accompagnate da miracoli; in misura minore dalle altre religioni.

Il testo presente, pur ampio, date le tematiche trattate, non ha ovviamente la pretesa dell’esaustività o dell’apoditticità evangelica. 

Si diventa ciò che si coltiva

Il borghese, comunque si autodefinisca, è fondamentalmente un materialista. Non concepisce come reale nient’altro che la materia, che è fonte di piacere. Nel profondo, il borghese non crede e non vuole credere alla dimensione spirituale della realtà e alle sue dinamiche. Egli, dall’infanzia, ed è responsabilità dei genitori, coltiva solo la vita materiale ed essa soggiace nell’uomo al principio del piacere, come hanno spiegato tanti filosofi e mistici, e pure Freud. Di conseguenza, l’unico vero grande amore del borghese è l’amor proprio, che si proietta nel diritto di proprietà: ama solo ciò che è suo (figli, parenti stretti, amici, case, cose, i soldi, i suoi svaghi, ecc., tutte cose e persone e attività materiali, fisiche). Il borghese ama quindi solo nell’ambito del diritto di proprietà, che difende a spada tratta, e che è appunto funzione dell’amor proprio, l’unico vero grande amore del borghese. Esso si sviluppa soddisfacendo il soggetto, con il suo corpo, nei suoi vari impulsi, anche quelli spiegati da Freud. L’amor proprio, però, per Dio, lo ha ribadito a Santa Caterina, a sua volta è la radice di tutti i peccati. Si crea così un circolo – letteralmente – vizioso. E infatti il borghese fa abitualmente i peccati, convive con essi, anche quando si crede religioso, innanzitutto nel rapporto con i soldi e con la sessualità, sempre anteposti a Dio, che invece è Spirito, non materia, e i cui paterni insegnamenti, con scuse che si pretendono ragionevoli, vengono sistematicamente ignorati. Il borghese vive quindi stabilmente nel peccato. Essendo Spirito, Dio, dal materialista borghese, anche quando si dice credente, in fondo non è percepito come realmente esistente: non lo vede, non ci crede, non gli serve o così crede, oppure lo modella a suo uso e consumo (e lo fanno pure i preti imborghesiti), se ne vuole servire al bisogno, e poi lo accantona.

Il fatto è che, vivendo da materialista, egli ha in realtà perso la sensibilità e la vista spirituale (esprit de finesse, lo chiama Pascal); egli ha oscurato la sua anima e vive nella “nuvola dell’amor proprio” (Dio a S. Caterina, cfr. “Dialogo”). Il borghese ha scelto le tenebre, cioè i peccati, ed ha rifiutato Cristo (cfr. Gv. 3).

In fondo ad ognuno di noi c’è comunque un bambino o una bambina che ha bisogno di essere amato/a e che ha pure paura di morire. Siamo figli di Adamo, ovvero appartenenti a una specie corrotta, incline al peccato, che è entrato, dalle origini, nella nostra natura, e si manifesta poi in ogni vita singola (nonostante il Battesimo, che indebolisce tale inclinazione). E il peccato rende pure deboli e paurosi.

Su questo speculano il diavolo e questo mondo corrotto, con la sua ideologia di peccato. Si creano così le nostre tossico-dipendenze, innanzitutto dai vizi capitali, con la fondamentale superbia, che ci fa soccombere alle tentazioni e ci fa sviluppare gli altri vizi, in primis quelli nella sessualità peccaminosa, a cominciare dall’adolescenza. I vizi (non solo le virtù) si ereditano innanzitutto daimgenitori e altri ascendenti, e poi si sviluppano in proprio, oggi con il significativo apporto di un mondo molto corrotto. 

Attualmente una grande forma d’inquinamento interiore è il bombardamento mediatico, il vivere sempre davanti a un video, televisione, smartphone, computer, ecc., cosa che ottunde e formatta la psiche, riempiendola di spazzatura e di tentazioni, alienando e istupidendo le persone. 

Tutto questo fa dell’uomo contemporaneo un malato e un infelice, nella società materialmente più ricca della Storia. La ricchezza di massa favorisce il vizio e l’allontanamento dai valori spirituali e morali. I genitori (senza Dio), che dipendono da essi affettivamente, viziano e blandiscono i figli, alimentandone l’amor proprio, ed essi poi diventano viziosi di loro. 

La ricchezza di massa rende possibili prassi diffuse non virtuose: ad es., senza soldi, come si comprano gli smartphone o la droga, o le persone e la loro sessualità, venduta o agevolata per i benestanti? Chi si mette oggi con un povero/a? (Solo un altro povero/a).

E poi ancora: come si fa, senza soldi, ad alienarsi, nei tanti modi oggi presenti?

Oggi l’umanità occidentale è infatti generalmente caratterizzata dalla “tossicodipendenza polimorfa”, categoria sociologica con cui si può indicare la dipendenza (schiavitù psicofisica) da varie alienazioni, passioni,  peccati, innanzitutto quelli nella sessualità (prima piaga sociale, a partire dall’adolescenza; cfr. anche Marcuse,  “desublimazione repressiva”); poi c’è l’attaccamento eccessivo ai pochi affetti “sicuri”, garantiti (o meglio, ritenuti tali), generalmente quelli familiari e del rapporto di coppia, fino alle relazioni dette appunto tossiche (in realtà la gran parte, perché su base materialistica); poi c’è la dipendenza dai soldi e dai beni materiali (attaccamento universale, ma generalmente negato), dagli svaghi e dai divertimenti, per lo più forme di alienazione e fuga da sé, in cui si cercano talvolta brandelli della propria identità perduta, con goffi tentativi di originalità. I soldi sono dunque fondamentali anche perché finanziano tutti gli altri vizi e dipendenze, rapporti di coppia compresi, checché se ne dica: “chi non lavora [e fa i soldi] – cantava Celentano – non fa l’amore”. E “non ci s’innamora mai a caso” diceva ironicamente Amalia Signorelli, mia prof. atea, femminista e comunista, di Antropologia culturale all’università (corso di laurea in Sociologia a Napoli negli anni ’80).

Poi ancora c’è la dipendenza dal successo sociale (generalmente assicurato dai soldi); poi ci sono altre forme più specifiche di alienazione: dallo sport, agli hobby, alla politica, al turismo, ecc.

 Alienazione perché?

In tutte le modalità e attività indicate generalmente ci si rende altro dalla propria anima, che resta sepolta e ignorata, con la sua esigenza spirituale di comunione con Dio.

Quando si trascura e anche si uccide con il peccato la propria anima, che è anche la propria identità più profonda, si è alienati, altro da sé. Tutto questo genera sofferenza interiore, che si manifesta innanzitutto in un’insoddisfazione, un’inquietudine, una infelicità di fondo che nulla toglie. Poi si traduce in nevrosi (cfr. R. Allers) e altre malattie. Genera conflitti interpersonali.

Insomma, questa è una società di “drogati”, e i drogati, com’è noto, non ragionano, anzi diventano folli e aggressivi se qualcuno o qualcosa li priva, o li minaccia, o sembra minacciarli di privarli della loro – amata – “droga”. La frustrazione, cioè il non veder soddisfatto il proprio desiderio materiale immediato, genera aggressività: dalla critica all’altro (prima sua manifestazione, Freud docet), fino alla violenza fisica. Questo insegna la Psicologia. 

I casi di cronaca sono quindi solo gli epifenomeni, i casi più eclatanti, perché violano la legalità, di quello che è in realtà ormai un costume e una psicologia di massa: tantissimi sono in certa misura “drogati” e diventano aggressivi o violenti nella frustrazione, anche solo verbalmente o con giudizi velenosi alle spalle. 

Inoltre, le prassi aggressive, in tutte le loro forme, sono ampiamente trasmesse e pubblicizzate dai media, che creano così modelli di comportamento. Lo denunciava, a proposito della violenza fisica, pure K. Popper negli anni Novanta: “cattiva maestra televisione”.

La violenza è anche un comportamento appreso nei gruppi di socializzazione primaria (familiari), malavitosi e non, o in quelli analoghi di socializzazione secondaria (gruppi di pari, clan, bande, gang, ecc.). 

Oggi dobbiamo aggiungere a tutto ciò, e quanto, pure il ruolo di internet.

I “drogati” non ragionano, in compenso sono bugiardi all’inverosimile e fanno finta di ragionare, fingono anche con sè stessi, pur di raggiungere i loro scopi, cioè pur di poter continuare a “drogarsi” e di sentirsi a posto con la coscienza.

La “ragione strumentale”,  di cui ha parlato la Scuola di Francoforte, è innanzitutto la razionalità furba, funzionale a realizzare i propri scopi, quali che siano, quindi serve anche a continuare la tossicodipendenza personale in atto, nelle sue varie forme: quelle fondamentali (sesso, affetti sicuri e malati, materialismo), che sono sempre co-presenti nella stessa persona; quelle secondarie (hobby, politica, sport, ecc.), che  variano da persona a persona, da gruppo sociale a gruppo sociale.  La varietà delle forme di alienazione permesse nella società di massa crea pure l’illusione di una certa libertà interiore, che invece non c’è, perché tutti i drogati, nelle varie forme, non vivono che raramente al livello della loro anima, sommersa com’è dalle passioni e dai demoni (i peccati, ha spiegato Dio, nel Vangelo e ai Santi, infestano le anime di demoni).

I drogati sono lontani da sé stessi, dalla loro anima, e da Dio, di cui l’anima ha un vitale bisogno. 

Il Vangelo e le rivelazioni successive sono espliciti al riguardo: i drogati dal vizio e dal peccato sono anime morte, che, essendo egoiste, si fanno anche guerra tra loro. Se non si pentono, dopo le sofferenze terrene, finiranno pure all’inferno.

La società ricca e gaudente del secondo dopoguerra, la più ricca, corrotta e violenta della Storia, ha accantonato Dio proprio per godersi la vita senza scrupoli e sensi di colpa. Ha usato ovviamente la ragione strumentale per giustificare la prassi, evitando pure la dissonanza cognitiva, cioè il sentirsi in contraddizione con se stessi, il tutto con l’ausilio della cultura di massa diffusa dall’élite capitalista occidentale, dai suoi media, dalle sue case editrici, dai suoi siti internet, dai suoi social.

Ma nessuno è obbligato a seguire la moda corrente, contraria all’insegnamento di Cristo e ad ogni valore umano: c’è sempre un livello di libertà interiore e di autodeterminazione, messo in evidenza pure da sociologi laici, come Bourdieu o Fromm. Ma dove c’è libertà, c’è responsabilità, e dove c’è responsabilità individuale, c’è il giudizio di Dio, che prima o poi si compie. La Storia fa gli uomini, ma gli uomini fanno la loro Storia.

Infine, come evidenziato da Marcuse e altri studiosi, l’alienazione di massa suddetta fa comodo all’élite capitalista che la promuove, presso le masse complici, perché così le mantiene distratte o ignare rispetto al vero grande problema sociale sempre presente, che è quello della cattiva distribuzione della ricchezza: se è vero che qui tutti hanno ormai una mentalità borghese, anche nei paesi ricchi c’è chi ha miliardi mentre ha intorno milioni di poveri. 

L’alienazione, mediatica e non, tiene le masse pure generalmente all’oscuro del vero motivo dello scontro, sempre in atto, tra l’élite capitalista occidentale e le altre presenti nel mondo, quelle comuniste, post-comuniste e pure islamiche. Il motivo è sempre quello della distribuzione della ricchezza del pianeta. Tale scontro, oltre che a una guerra economica spietata, sta portando sempre più a conflitti (militari) locali, variamente camuffati e nobilitati dalla propaganda.

E quando le élites mondiali avranno esaurito i conflitti locali?

Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002. Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino. Docente di Filosofia e Storia nei Licei. Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche

Nota 

Né questo né altri miei testi sono mai stati composti con l’ausilio dell’intelligenza artificiale (AI).

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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