C’è un tratto quasi comico, eppure rivelatore, nell’ossessione della sinistra contemporanea per il fascismo: lo evoca come si evoca un demone nelle notti di paura, lo chiama per nome con la stessa sicurezza con cui un bambino chiama “mostro” l’ombra sul muro, salvo poi non saper dire che cosa realmente sia, da dove provenga, quali siano le sue articolazioni storiche, dottrinali, istituzionali, perfino antropologiche.
Il fascismo diventa un’etichetta universale, un timbro pronto all’uso, una scorciatoia morale che sostituisce lo studio con l’indignazione e la comprensione con la posa.
In questa liturgia civile, il fascismo non è più un fenomeno determinato, circoscritto, riconoscibile entro un lessico rigoroso; è un fluido maligno che si insinua ovunque, soprattutto dove conviene che si insinui.
L’ignoranza, quando è coltivata come virtù militante, diventa sistema. La sinistra che brandisce il fascismo come un talismano si guarda bene dal distinguerlo dal nazionalsocialismo, dal semplice autoritarismo, dal conservatorismo, dalla reazione, dalla tradizione, dalla religione, dall’ordine, persino dal buon senso. Tutto ciò che resiste al suo vocabolario terapeutico viene risucchiato nella categoria del Male assoluto.
In questo modo si risolve un problema pratico: non serve confutare un argomento, basta scomunicarlo; non serve comprendere un avversario, basta patologizzarlo; non serve misurarsi con la realtà, basta esorcizzarla.
Il fascismo, da fatto, viene promosso a funzione: serve a non pensare.
Sul piano teoretico, questo meccanismo è la confessione involontaria di una crisi più profonda. Quando una comunità politica smarrisce il proprio principio positivo, cioè ciò che afferma, ciò che costruisce, ciò per cui vive, tende a sopravvivere grazie a un principio negativo, cioè ciò che detesta. È la metafisica dell’assenza elevata a programma.
L’antifascismo, ridotto a identità totale, diventa una teologia capovolta: non annuncia il bene, non definisce la verità, non ordina i fini, non educa le virtù; si limita a distribuire anatemi. È una religione civile che ha perso l’oggetto e conserva il rito, una processione senza meta, una penitenza senza conversione.
E come ogni religione decaduta, ha bisogno di un nemico onnipresente per giustificare la propria permanenza. La parte più grottesca è che questa evocazione incessante del fascismo non produce lucidità storica, produce superstizione. La superstizione politica è la versione laica dell’idolatria: si attribuisce a un’entità vaga un potere assoluto, la si ingrandisce fino a farla diventare spiegazione universale, la si usa per interpretare ogni cosa, la si invoca per governare le emozioni collettive.
In questa prospettiva, la realtà non viene più letta, bensì viene filtrata. Ogni disordine è “fascismo”, ogni dissenso è “fascismo”, ogni domanda di limite è “fascismo”, ogni critica al dogma progressista è “fascismo”.
Ne risulta un linguaggio che non descrive, incanta.
E un pensiero che non argomenta, addestra. Un tratto metafisico, più che sociologico, emerge con nettezza: la sinistra ossessionata dal fascismo tratta la storia come una riserva di spettri da agitare, non come un campo di verità da conoscere. L’ossessione è un segno della coscienza infelice, incapace di abitare l’essere, perché l’essere impone misura, gerarchia dei fini, riconoscimento di un ordine che non nasce dal capriccio. Di fronte alla struttura della realtà, che è sempre più ostinata delle ideologie, si preferisce la fuga nel mito politico: un mito semplice, manicheo, teatrale, che garantisce ruoli comodi.
Da una parte i puri, dall’altra i contaminati. Da una parte gli iniziati, dall’altra i reprobi. Da una parte la luce, dall’altra le tenebre.
La complessità, che è la forma concreta della verità storica, viene sacrificata al bisogno psicologico di sentirsi dalla parte giusta senza pagare il prezzo del pensare. La conseguenza è una doppia miseria. La prima è intellettuale: si parla del fascismo come se fosse un interruttore morale, non un oggetto di analisi; si ripete una parola fino a svuotarla, poi ci si stupisce che non significhi più nulla. La seconda è politica: una democrazia che vive di esorcismi, e non di ragioni, diventa fragile. Se l’avversario è sempre “fascista”, allora non esistono più avversari, esistono solo nemici; e quando una comunità trasforma il dissenso in demonologia, prepara il terreno al contrario di ciò che proclama.
L’isteria antifascista, proprio perché ignorante, finisce per somigliare a ciò che pretende di combattere: non tollera la distinzione, non sopporta il limite, non accetta la realtà se non come materiale da piegare.
In fondo, la ridicola ossessione per il fascismo rivela la paura della sinistra di dover finalmente nominare ciò che essa stessa è diventata: un apparato morale che pretende di governare le coscienze mentre finge di liberarle, un linguaggio che chiama “diritti” i desideri e “violenza” i limiti, un potere che non sa più persuadere e quindi stigmatizza. Qui la metafisica si fa lampante: quando manca la verità, cresce il bisogno di un’accusa; quando manca un fondamento, si moltiplicano gli spettri; quando manca l’essere, si produce rumore. Il fascismo fantasma è l’alibi perfetto, perché non chiede definizioni, chiede applausi.
Veritas non clamat: lucet.
Prof. Daniele Trabucco – Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario “San Domenico” di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

