Il problema delle forme di governo è stato trattato da grandi autori, dall’antichità ad oggi. Qui si vuole solo riportarne alcune opinioni e fare qualche osservazione sull’attualità.
Platone rimase giustamente scandalizzato in gioventù per la condanna a morte di Socrate, suo maestro per circa dieci anni, e dedicò alla riflessione politica tempo ed opere, come la “Repubblica”.
Come ha mostrato Popper, che non era d’accordo, Platone non era favorevole alla democrazia, egli era per un governo esplicitamente oligarchico, aristocratico, dei migliori, cioè dei filosofi/scienziati/mistici, come lui li concepiva e provava a formare nella sua scuola, l’Accademia. Sì perché i filosofi, per Platone, avendo la ragione come parte dominante della loro anima, coltivavano tutte le forme di sapere fin dall’infanzia e in un lungo iter formativo arrivavano a contemplare Dio, l’Uno, la deità suprema, seguita dalla Diade e dal Demiurgo.
L’Uno, “produttore di sostanza”, aveva generato, in unione con la Diade, tutte le altre entità, eidos, forme, Idee, presenti nell’Iperuranio, il mondo perfetto, di cui il nostro mondo terrestre, plasmato dal Demiurgo con la materia preesistente, è la brutta copia. Dell’Uno, l’intelligenza suprema, avevano già parlato, prima di Platone, altri due antidemocratici, Eraclito e Socrate: l’ordine, la logica che è nelle cose, per cui Eraclito lo chiama anche Logos, lo rivela. Nulla accade a caso, c’è una logica nella realtà che solo il filosofo, amante della sapienza, “sveglio” lo dice Eraclito, colui che non è schiavo delle passioni, è in grado di cogliere, mentre il gaudente no, “dorme”. La vera scienza, che concerne anche la politica, si raggiunge per questi tre filosofi superando sé stessi, le proprie inclinazioni naturali alla passionalità.
E la filosofia, il Sapere supremo, precisava Platone, non è per tutti: le basse passioni conducono altrove ed oscurano la ragione. De gustibus. Ma ognuno, in una società ideale, pensava Platone, dovrebbe stare al suo posto. La democrazia reale, invece, nell’Atene dell’epoca, aveva tra l’altro, democraticamente, con voto di maggioranza, condannato a morte Socrate, il migliore degli uomini secondo Platone, il filosofo per eccellenza, colui che aveva speso la sua vita per educare il prossimo alla virtù. La quantità non è necessariamente qualità. Il numero di voti non fa la verità, pensava Platone. Ci vuole ben altro: in pratica una massa d’imbecilli può imporsi a una minoranza di santi/illuminati/scienziati.
Un uomo solo può avere ragione contro un Concilio, dirà secoli dopo Lutero, che pure raramente c’indovinava. Lo abbiamo visto anche nel caso Galilei, che aveva contro tutti gli scienziati del tempo, oltre che alcuni teologi di punta della Chiesa. O con Vico, nel Settecento, genio ignorato e rifiutato, o con Hamann, che lo è, dal Settecento, tuttora. Ecc. ecc.
In realtà il problema della democrazia, sul piano storico, è puramente teorico, perché nelle società reali comanda sempre un’élite, che ha i mezzi materiali e intellettuali, e oggi pure tecnologie avanzate, per imporsi alle masse, questo dicono la Storia e i grandi sociologi.
I liberali classici dell’Ottocento non avevano molti dubbi al riguardo. Per loro la democrazia era:
1) la dittatura della maggioranza;
2) la dittatura degli incompetenti.
Queste due critiche sono incontrovertibili: sicuramente per 1), una maggioranza quantitativa, numerica, e quindi non necessariamente qualitativa, assume il potere di imporre la sua volontà a una minoranza quantitativa. La quantità, per quanto ci si speri od illuda, non è garanzia di qualità.
Lo hanno dimostrato storicamente, ad esempio, i tedeschi nel 1933, che votarono in massa per Hitler, quando già gli italiani seguivano da anni in massa Mussolini. Pure la critica liberale numero 2) è incontrovertibile: chi vota alle elezioni politiche non ha mai tutte le competenze necessarie per decidere razionalmente le proposte migliori in politica economica, estera, sanitaria, scolastica, ecc. Peraltro, dopo i Convenzionalisti e Popper, oggi sappiamo che pure la scienza non è fonte di verità assolute, quindi non potrebbe garantire necessariamente le decisioni giuste.
Ma chi ha la scienza sono gli scienziati, ed essi sono competenti nel loro ambito di ricerca, non in altri. Quindi pure un ipotetico corpo elettorale fatto tutto di scienziati sarebbe in realtà composto da incompetenti, in molte cose, che impongono il loro volere. E gli scienziati sono comunque sempre una esigua minoranza nella popolazione. Dunque il principio democratico non sfugge alla critica dei liberali classici: la democrazia è la dittatura degli incompetenti. Mentre Storia e Sociologia c’informano che essa non è mai reale, perché comandano sempre le élites (questo risulta pure dagli studi di Psicologia sociale sui piccoli gruppi), la suddetta critica liberale ci dice che la democrazia non è nemmeno l’ideale.
Questo vale per i corpi elettorali e per le dinamiche dei piccoli gruppi, cioè vale in generale per il principio democratico. Siccome negli uni e negli altri prevalgono delle minoranze, o élites, che poi si configurano come oligarchie, ma che ottengono sempre un certo consenso, e lo ottengono convincendo i seguaci, si può dire il principio democratico porti di fatto alla demagogia. Ma le persone pensano in base alla spiritualità che hanno, passionale o no, santa o no, questo insegnano le religioni e la filosofia greca, e pure diversi scienziati e filosofi contemporanei. In ultima analisi, dunque, la qualità spirituale delle masse decide se prevalga, mercé il loro convincimento, un tipo di élite oppure un altro. Ai sistemi decisionali, come sono i sistemi politici, micro e macro-sociali, si può dunque applicare sia il sapere che viene dalle religioni, dalla filosofia greca e da quelle successive, da una parte delle attuali Scienze Umane, sia la teoria generale dei sistemi, che mostra le interrelazioni e le interazioni attive tra tutti i componenti di un sistema, quindi, nel nostro caso, anche la loro responsabilità.
Oggi che le masse occidentali sono secolarizzate, gaudenti, narcisiste, materialiste ed edoniste, a che tipo di élites si ritiene che possano fornire consenso, nei piccoli gruppi, nelle organizzazioni e nei sistemi politici?
Conclusione: ogni popolo e ogni gruppo/organizzazione sociale ha il governo che si merita e vano è stato finora il sogno della Repubblica di Platone o di Utòpia di Thomas More, santo patrono dei politici cattolici. Amen.
Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino
Docente di Filosofia e Storia nei Licei
Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

