Nel giudizio di Augusto Del Noce sugli anni 1943-1945 vi è un punto decisivo: la Resistenza non può essere compresa adeguatamente se viene ridotta a una narrazione univoca, edificante e puramente celebrativa. Essa fu certamente guerra contro l’occupazione tedesca e contro il fascismo repubblicano; ma fu anche, inevitabilmente, guerra civile, perché vide italiani contrapposti ad altri italiani, secondo opzioni politiche, morali e ideologiche inconciliabili.
Del Noce non adotta questa categoria per diminuire il valore storico della lotta di liberazione, né per assolvere il fascismo repubblicano. Il suo intento è più profondo: sottrarre la storia alla sua trasformazione in mito politico. La guerra civile, infatti, è il nome scomodo di una lacerazione reale, che la retorica pubblica del dopoguerra ha spesso preferito rimuovere. Parlare solo di “popolo italiano” contro “nazifascismo” consente di costruire una rappresentazione compatta della nazione; riconoscere la guerra civile obbliga invece a prendere atto che la nazione fu divisa, e che la frattura attraversò famiglie, comunità, coscienze, appartenenze politiche.
Il punto delnociano diventa allora una critica dell’antifascismo come ideologia postuma. Per Del Noce, il fascismo storico è terminato con la sconfitta del 1945; ciò che sopravvive, invece, è un antifascismo trasformato in categoria permanente, in criterio assoluto di legittimazione politica. In questa prospettiva, l’antifascismo non viene più inteso come giudizio storico su un regime determinato, ma come una sorta di religione civile: chi se ne appropria stabilisce chi sia democratico e chi no, chi possa parlare nello spazio pubblico e chi debba essere escluso come residuo, complice o ritorno del fascismo. La questione è richiamata anche nella ricostruzione storiografica secondo cui Del Noce riprese il concetto di guerra civile nell’intervista Fu vera gloria? La Resistenza quarant’anni dopo, pubblicata nel 1985 su Litterae Communionis.
La critica di Del Noce non è dunque storiografica soltanto, ma filosofico-politica. Egli vede nell’antifascismo ideologico una forma di pensiero che non accetta più la distinzione tra storia e giudizio morale, tra evento e mito, tra memoria e legittimazione. Il fascismo viene assunto non come fenomeno storico concluso, ma come “essenza” sempre riemergente, da combattere senza fine. In tal modo la categoria di fascismo si dilata fino a diventare un’accusa politica disponibile contro ogni posizione non conforme al paradigma progressista dominante. Questa lettura è coerente con la più ampia analisi delnociana del rapporto tra fascismo, comunismo e secolarizzazione politica.
Riconoscere il carattere anche civile del conflitto 1943-1945 significa, allora, restituire alla storia la sua drammaticità concreta. La Resistenza non fu un blocco omogeneo; al suo interno convivevano ispirazioni patriottiche, liberali, cattoliche, azioniste, socialiste, comuniste, talora convergenti solo nell’immediato obiettivo militare. Allo stesso modo, il fronte opposto non può essere compreso soltanto come corpo estraneo alla nazione: fu parte della tragedia italiana. È precisamente questo dato — italiani contro italiani — che rende la guerra civile così difficile da accettare e così facile da rimuovere.
In Del Noce, tuttavia, questa constatazione non conduce a una neutralizzazione morale del conflitto. Non tutti i torti e le ragioni si equivalgono. Ma la verità storica esige di non sostituire l’analisi con la liturgia civile. Una nazione matura non ha bisogno di miti unanimistici; ha bisogno di riconoscere le proprie ferite. La categoria di guerra civile, lungi dall’essere provocatoria, consente di comprendere meglio la profondità della crisi italiana tra il crollo dello Stato fascista, l’occupazione tedesca, la nascita della Repubblica sociale e la lotta partigiana.
In conclusione, Del Noce invita a distinguere la Resistenza come fatto storico dall’antifascismo come dispositivo ideologico. La prima appartiene alla complessità tragica della storia nazionale; il secondo, quando diviene mito permanente, rischia di trasformarsi in strumento di esclusione politica e di dominio culturale. Per questo la sua lettura del 1943-1945 conserva ancora oggi una forza critica notevole: essa obbliga a uscire dalla retorica e a riconoscere che la Repubblica nasce non solo da una liberazione, ma anche da una ferita interna. E una ferita rimossa non è mai davvero guarita.
Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

