Leggere il libro di Daniele Trabucco, San Pio X. Il papa che condannò il modernismo, significa, a mio avviso, entrare in una questione che va ben oltre la vicenda storica del modernismo e della sua condanna. È vero che il punto di partenza è san Pio X e la Pascendi dominici gregis, ma, andando avanti nella lettura, ci si accorge che la questione posta dall’autore è molto più radicale: riguarda il modo stesso in cui l’uomo conosce la realtà, il rapporto tra ragione e verità e, di conseguenza, la possibilità di parlare della Rivelazione come di una realtà che l’uomo riceve e non semplicemente costruisce attraverso la propria esperienza religiosa e la propria coscienza storica.
È questo, secondo me, il pregio maggiore del lavoro di Trabucco. Il modernismo non viene considerato soltanto come un fenomeno ecclesiale dei primi anni del Novecento, né come una serie di errori che il Magistero di san Pio X avrebbe semplicemente dovuto condannare. L’autore cerca di risalire alle radici filosofiche del problema e mostra come, dietro la crisi modernista, vi sia una crisi più profonda della concezione stessa della verità. Quando viene meno la possibilità per la ragione di raggiungere l’essere e quindi una verità oggettiva, anche la fede non può più essere pensata nello stesso modo. La Rivelazione rischia di diventare esperienza del soggetto, il dogma formulazione storica di quella esperienza, la Tradizione un processo continuamente riformulabile e la coscienza il luogo ultimo nel quale la verità religiosa trova la propria legittimazione.

Da questo punto di vista è importante il percorso che Trabucco compie attraverso la filosofia moderna. Il riferimento a Kant, Hegel, Comte, Darwin e alle correnti culturali che preparano il terreno al modernismo non è un semplice excursus storico-filosofico. Serve piuttosto a mettere in evidenza che il problema non nasce improvvisamente dentro la Chiesa, ma si colloca all’interno di una trasformazione più generale del modo di concepire la conoscenza e il rapporto dell’uomo con la realtà. La crisi della metafisica dell’essere e la progressiva centralità del soggetto costituiscono, in questa prospettiva, uno dei presupposti decisivi per comprendere il passaggio dall’idea di una verità ricevuta all’idea di una verità che si costituisce nel divenire della coscienza e della storia.
Ed è qui che, a mio giudizio, diventa particolarmente interessante il rapporto che il libro stabilisce tra Leone XIII e Pio X. La Aeterni Patris e la Providentissimus Deus non sono semplicemente ricordate come due importanti encicliche del pontificato leonino, ma vengono collocate dentro una precisa risposta alla crisi culturale del tempo. Il ritorno a san Tommaso non può essere letto soltanto come una scelta riguardante la filosofia cristiana: dietro vi è la convinzione che la ragione sia realmente capace di conoscere l’essere e che, proprio per questo, possa costituire un interlocutore autentico della fede. La questione dell’esegesi biblica si inserisce nella stessa problematica. Non è il metodo storico in quanto tale a rappresentare il problema; il problema nasce quando il metodo viene assunto a partire da presupposti filosofici che finiscono per negare ciò che la Scrittura è per la fede della Chiesa.
Pio X raccoglie questa eredità e la porta davanti a una situazione nella quale le diverse componenti della crisi sono ormai diventate più riconoscibili. La Pascendi costituisce, sotto questo profilo, il centro del libro e forse anche il punto nel quale la tesi di Trabucco appare con maggiore chiarezza. San Pio X non si limita a elencare una serie di errori, ma cerca di mostrarne la connessione interna. Agnosticismo, immanentismo, esperienza religiosa, concezione del dogma, esegesi, storia, Chiesa e morale non sono fenomeni separati: appartengono a una medesima logica.
È questo che permette di comprendere l’espressione «sintesi di tutte le eresie». Non tanto una somma quantitativa di errori, quanto una struttura nella quale gli errori si richiamano reciprocamente a partire da un presupposto comune.
Particolarmente importante mi sembra la riflessione sul dogma. Qui la questione diventa propriamente teologica. Se il dogma non è più considerato come espressione concettuale di una verità rivelata, ma come simbolizzazione dell’esperienza religiosa di una determinata coscienza storica, allora il suo contenuto non può che essere sottoposto al divenire. E a questo punto la distinzione tra sviluppo della dottrina e mutamento della verità diventa decisiva. La Chiesa cresce nella comprensione di ciò che ha ricevuto, ma crescere nella comprensione non significa che ciò che è stato ricevuto possa diventare altro. È una distinzione semplice soltanto in apparenza, perché tocca uno dei nodi fondamentali della teologia cattolica: come tenere insieme la storicità della fede e l’immutabilità della verità rivelata?
In questo senso trovo particolarmente significativa l’affermazione di Trabucco secondo cui «la verità non si evolve con la storia ma la giudica e la redime». È una frase che sintetizza bene l’impostazione dell’intero lavoro. La verità cristiana entra nella storia, assume una forma storica, viene compresa progressivamente dagli uomini, ma non nasce dalla storia e non può essere ridotta al suo divenire.
Un altro elemento che ho apprezzato è il fatto che l’autore non riduca la risposta di san Pio X alla sola dimensione della condanna. Il giuramento antimodernista, il Sacrorum antistitum e le altre iniziative del pontificato mostrano che Pio X era consapevole che la difesa della fede non poteva esaurirsi nella repressione dell’errore. Occorreva formare le intelligenze, educare il clero, custodire la trasmissione della dottrina. E qui emerge un aspetto che considero particolarmente importante: la custodia della verità non è separabile dalla salusanimarum. La verità non viene custodita per una sorta di astratta esigenza intellettuale, ma perché dalla verità della fede dipende anche la possibilità concreta dell’uomo di incontrare Cristo e di essere salvato.
Più delicata mi è sembrata invece la parte relativa al SodalitiumPianum. Comprendo bene il tentativo di Trabucco di liberare questa esperienza dalle letture caricaturali che l’hanno presentata semplicemente come una sorta di apparato poliziesco antimodernista. Tuttavia, proprio perché la questione è storicamente complessa, credo che qui sarebbe utile una documentazione ancora più puntuale, soprattutto nel distinguere l’atteggiamento personale di Pio X, i suoi rapporti con Umberto Benigni, l’apprezzamento per alcune iniziative e il problema dell’effettivo riconoscimento istituzionale da parte della Santa Sede. Non penso che questo indebolisca la tesi dell’autore; al contrario, una maggiore precisione documentaria la renderebbe ancora più difficile da contestare.
Ho trovato interessante anche la lettura di Benedetto XV. È facile, infatti, cadere nella contrapposizione tra un Pio X rigoroso e un Benedetto XV più aperto e moderato. Trabucco evita questa semplificazione e propone piuttosto una distinzione tra continuità dottrinale e differenza nell’impostazione metodologica e pastorale. È una distinzione che condivido e che apre una questione tutt’altro che secondaria: la difesa della verità può essere pensata senza trasformarsi in una permanente contrapposizione all’interno della Chiesa? E, dall’altra parte, fino a che punto l’atteggiamento pastorale può modificare il modo di proporre la verità senza finire per modificarne il contenuto?
È soprattutto nella parte finale, quella dedicata al passaggio dal modernismo al neo-modernismo e al rapporto con il Vaticano II, che il libro diventa più impegnativo e, proprio per questo, più interessante. Qui Trabucco non è più soltanto lo storico che ricostruisce una vicenda del passato, ma diventa l’interprete di una continuità problematica che arriva fino al presente. La tesi è forte: alcuni elementi della mentalità modernista, pur trasformandosi, sarebbero riemersi successivamente in forme nuove.
Su questo punto, però, credo sia necessaria una certa prudenza nelle distinzioni. Occorre non mettere semplicemente sullo stesso piano il Vaticano II, i testi conciliari, le diverse interpretazioni teologiche che ne sono state date e alcune correnti del post-concilio. La continuità tra alcune istanze del modernismo e forme successive di neo-modernismo è una tesi che può essere discussa e argomentata; proprio per questo, a mio avviso, sarebbe importante distinguere con attenzione i diversi livelli storici e teologici. Non per attenuare la tesi di Trabucco, ma per renderla ancora più precisa e, proprio per questo, più difficile da contestare.
E forse è proprio questo il punto nel quale il libro mostra maggiormente la sua attualità. La questione di san Pio X non può essere confinata al 1907. Le domande che attraversano la Pascendi continuano a riemergere ogni volta che ci chiediamo quale sia il rapporto tra verità e coscienza, tra Rivelazione e storia, tra Tradizione e sviluppo, tra ciò che la Chiesa ha ricevuto e ciò che essa è chiamata a comprendere nelle diverse epoche.
Per questo non credo che il valore di san Pio X consista semplicemente nel riproporre oggi le formule con cui egli affrontò il modernismo. Il valore della sua testimonianza sta piuttosto nella domanda di fondo che egli pone: la verità cristiana è qualcosa che l’uomo costruisce storicamente oppure qualcosa che riceve? E se la riceve, come può la Chiesa custodirla senza trasformarla e, nello stesso tempo, comprenderla sempre più profondamente?
A completamento di questo percorso, dopo i dieci capitoli del volume, Trabucco propone al lettore nella loro interezza i due documenti magisteriali fondamentali di san Pio X legati alla condanna del modernismo: l’enciclica Pascendi dominici gregis e il decreto Lamentabili sane exitu. Mi sembra una scelta particolarmente felice. Dopo aver seguito l’analisi storica, filosofica e teologica dell’autore, il lettore viene infatti messo direttamente davanti alle fonti, potendo così confrontarsi con il linguaggio, la struttura e la portata della risposta di Pio X. Il libro, in questo modo, non si limita a proporre un’interpretazione della vicenda modernista, ma offre anche gli strumenti per verificarne personalmente i presupposti e la consistenza attraverso i testi magisteriali.
È proprio questa domanda fondamentale che, a mio giudizio, rimane dopo la lettura del libro di Daniele Trabucco: la verità cristiana è qualcosa che l’uomo costruisce storicamente oppure qualcosa che riceve e custodisce? Per questo San Pio X. Il papa che condannò il modernismo non è soltanto un libro su un papa e su una controversia teologica di oltre un secolo fa. È un libro sulla verità, sulla ragione, sulla fede e sulla Chiesa. Un libro che può essere discusso, in alcuni passaggi anche criticamente, ma che ha il merito – non piccolo – di porre questioni vere e di non sottrarsi alle loro conseguenze.
Tornare a san Pio X, allora, non significa necessariamente tornare indietro. Può significare tornare alle domande fondamentali. E forse è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno quando, anche dentro la Chiesa, rischiamo talvolta di confondere lo sviluppo della comprensione della verità con il mutamento della verità stessa. La voce di Pio X, a più di un secolo di distanza, continua a ricordarci che la verità cristiana non è proprietà del soggetto, né semplicemente un prodotto della storia: è una realtà ricevuta, custodita e trasmessa, perché possa ancora incontrare l’uomo nella storia e condurlo alla salvezza.
Don Giuseppe Russo
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it


