Oggi di solito si crede di pensare bene, cioè correttamente. Il dubbio è, soprattutto tra persone istruite, spesso millantato, è falsa modestia, che insieme alla generale ipocrisia, la costante recita in pubblico, va di moda, fa parte del copione egualitario e pseudo social-democratico, l’ideologia dominante.
I filosofi fin dalle origini hanno mostrato invece più di una perplessità riguardo all’intelligenza, almeno dai tempi di Eraclito, che diceva che pensano correttamente solo gli svegli, cioè quelli che non sono schiavi delle loro passioni. E gli altri? Dormono, diceva, come poi Gurdjieff, filosofo e mistico, nel Novecento.
Saltando gli altri greci delle origini, troviamo Socrate e Platone che si preoccupano di insegnare a pensare. Il primo, per tutta la vita, in impegnativi colloqui, in cui confutava le false opinioni altrui ed aiutava quelli capaci ed umili, che non credevano di sapere già, quelli che non esorbitavano dalle loro competenze, a trovare quelle verità sepolte nella loro anima – perché l’uomo è la sua anima, diceva – e tutto ciò li avrebbe portati alla virtù, e questa a sua volta alla felicità, o almeno alla serenità interiore delle persone buone, in questa vita e nell’altra.
Missione simile a quella del suo maestro si attribuirà Platone, che, a scanso di equivoci e condanne a morte, come quella democraticamente toccata a Socrate – gli esseri umani raramente amano la verità e gli ateniesi votarono a maggioranza la condanna – i suoi insegnamenti li ha messi per iscritto, nei Dialoghi, e una parte neanche lì, ma ne parlava solo a persone degne, nella sua scuola, l’Accademia: sono le cosiddette dottrine non scritte , di cui hanno parlato grandi studiosi, tra cui il prof. G. Reale, negli ultimi decenni.
Simili perplessità circa la correttezza dei ragionamenti abitualmente millantati doveva nutrire Aristotele, discepolo e collaboratore per vent’anni di Platone, se, non solo insegnava a moderare le passioni, ma ad ogni scienza – diceva – bisogna premettere la Logica, disciplina a sé stante, a cui ha dedicato diversi scritti fondamentali ancora oggi.
In Oriente, in India, negli stessi secoli, di cui troviamo un’eco nel Siddharta di Hermann Hesse, le cose non andavano molto diversamente, se il protagonista del noto romanzo, ambientato all’epoca di Buddha, e che era stato discepolo di vari maestri spirituali, a un certo punto dice che lui sa fare solo tre cose: digiunare, aspettare e pensare.
Del resto, la stessa parola Buddha significa “illuminato“, e dopo una vita ascetica, non intelligente dalla nascita. Alla Sapienza e all’intelligenza, dunque, già per le religioni e le filosofie precristiane, si arriva con uno stile di vita adeguato, finalizzato al superamento delle passioni umane, superbia, lussuria, materialismo, ecc. Nel Vecchio Testamento troviamo infatti scritto che la Sapienza, che è Dio stesso, “non abita in un corpo schiavo del peccato” (Sap. 1,4) e che il timore, cioè il rispetto della Volontà di Dio, è il principio della Sapienza e della vera intelligenza. Nel Medioevo cristiano, la filosofia europea ha continuato su questa linea, consapevole comunque che certe verità su Dio e sulla realtà si possono raggiungere anche con la semplice ragione umana, se rettamente usata, a prescindere dalla Rivelazione cristiana. San Tommaso distingueva infatti, perciò, come complementari, le verità di fede, rivelate da Cristo, da quelle di ragione, ottenibili da qualsiasi persona onesta e intelligente.
Nel Rinascimento si è di nuovo concepita, in particolare con l’Accademia platonica fiorentina, guidata da Marsilio Ficino e finanziata dai Medici, la vera intelligenza come Illuminazione, propria delle anime pure. L’Accademia medicea ha così ripreso gli antichi greci, in particolare platonici, e i Padri della Chiesa, in particolare Sant’Agostino.
Nell’Età moderna, troviamo in Cartesio, matematico e filosofo razionalista che all’inizio della sua ricerca prova ad azzerare, dubitandone, le scoperte precedenti, la stessa idea, ormai antica, che la ragione umana, pur creata da Dio, cada in errore a causa della volontà, mossa dalle passioni.
Idea simile ritroviamo in scienziati contemporanei, come Freud o Watzlavick: il primo ha detto che “è proprio della natura umana ritenere non vero ciò che non piace”, cioè che le persone, spinte dalle passioni (l’Es), pensano quello che gli fa più comodo; il secondo, fondatore della Scuola psicologica di Palo Alto, in California, era un costruzionista convinto: la realtà è una costruzione psicologica del soggetto, non quindi solo razionale.
Secondo Berger e Luckman, invece, famosi sociologi americani, la realtà è essenzialmente una costruzione sociale, non razionale. I nazisti, ad esempio, e i tedeschi anteguerra lo erano in massa, erano veramente convinti che gli Ebrei fossero cattivi. Percepivano così la realtà, a livello individuale e collettivo. Le passioni e il conformismo che ne deriva possono essere dunque molto pericolosi.
Oggi questo non sembra affatto chiaro nella cultura di massa, tutt’altro: s’insegna, tramite i modelli culturali proposti, a inseguire e vivere senza limiti le passioni del momento, come se fossero fonte di felicità, amore e intelligenza. Gli unici limiti al godimento degli impulsi sembrano posti dalla ragionevolezza borghese, che tiene conto dei costi economici e della salute. Ma chi segue l’istinto ne è travolto e quindi dimentica pure la laica ragionevolezza borghese.
La filosofia delle masse, creata dall’élite al Potere, proprietaria dei media e delle case editrici, segue oggi, di solito inconsapevolmente, il pensiero di Nietzsche, che ha teorizzato che libertà, intelligenza, salute e felicità consistono proprio nel seguire l’impulso del momento, in un mondo senza verità morali, dove tutto è interpretazione e quindi relativo. Se così fosse, allora, caro Nietzsche, pure il femminicida non sarebbe condannabile: ha solo seguito il suo impulso attuale e nessuno lo può giudicare.
Questo – comodo – relativismo apre dunque la strada alla legge della giungla, infatti ci stiamo arrivando. La nostra Costituzione non lo condivide, non è relativista.
Ma quali sono le precondizioni del vero pensare, della recta ratio?
Alcune risposte. San Tommaso dice che la lussuria, oggi psicologia di massa, acceca la ragione. Gesù spiega, nel Vangelo e nelle rivelazioni successive ai Santi (ad es. S. Teresa d’Avila), che chi vive stabilmente nel peccato è infestato di demoni, come ad es. eera MariaMaddalena, donna lussuriosa e libertina. L’esercizio delle passioni, dei 7 vizi capitali, oggi coltivati praticamente fin dall’infanzia, e maggiormente dalla pubertà, oscura la mente, crea “la nube dell’inconoscenza” (titolo di un noto testo medievale). Finché l’umanità non torna a vivere correttamente, non può pensare correttamente, dicono le rivelazioni bibliche e successive cristiane, cioè cosa è corretto, ce l’ha spiegato Dio, innanzitutto nella Bibbia, poi nelle rivelazioni ai Santi, che vanno avanti da 2000 anni, accompagnate da miracoli, fatti concreti che rendono credibile il tutto. Ma il vero è già scritto nella nostra anima: in interiore homine habitat Veritas, dice S. Agostino. È l’uomo passionale che è fuori-di-sé, lontano dalla sua anima.
Freud diceva che l’uomo è essenzialmente passione (Es), ma ignorava, da ateo, l’ascesi e la grazia, cioè i mezzi soprannaturali per liberarsene; faceva l’analisi della spazzatura, non considerando gli strumenti più efficaci per liberarsene. Gesù dice infatti che chi lo rifiuta è perché ama i suoi peccati (cfr. Gv 3). Ma aggiunge: “Se osserverete la mia parola, sarete veramente miei discepoli, conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” (cfr. Gv 8).
La libertà, dunque, è innanzitutto libertà dal peccato, dalle passioni ingannatrici e corruttrici, come le chiama San Paolo. Esse oscurano la mente e impediscono di vedere la verità.
Credere che l’intelligenza, di cui in Psicologia oggi non esiste una definizione univoca, cioè universalmente condivisa dagli studiosi, sia una variabile soggetta solo alla predeterminazione genetica e all’influenza sociale formativa, trascura la dimensione spirituale e morale della faccenda.
Ridurre, inoltre, la razionalità a procedure logiche, o presunte tali, e pure strumentali, “illuministiche” (come le ha chiamate la Scuola di Francoforte), solo funzionali a uno scopo, quale che sia, quand’anche se ne sia limitatamente capaci rispetto all’analisi della dimensione materiale della realtà, come accade nella scienza moderna (peraltro inventata da cristiani, come Galilei e Newton), ne pregiudica il vero uso complessivo, quello corretto, capace di Verità relative all’Uomo e alle cause ultime dei fenomeni (che sono, per le religioni, spirituali). Questo vale per il pensiero religioso. Invece, nel pensiero laico e scientifico, che prescinde dalla dimensione spirituale della realtà, non ci si mette né ci si metterà mai d’accordo neanche su cosa siano i dati empirici, oggettivi, come risulta dalle analisi di Popper e Feyerabend (e dei costruzionisti in genere), dati che dovrebbero controllare e falsificare le teorie.
Tali analisi, insieme a molte altre, tipo quelle degli ermeneuti come Gadamer, hanno portato filosofi e scienziati contemporanei – laicizzati – all’abbandono dell’idea di “verità scientifica”, assolutamente e definitivamente dimostrata: coesistono per loro nelle scienze tante interpretazioni diverse, legate pure ai pregiudizi dei ricercatori, fenomeno particolarmente eclatante nelle Scienze Umane.
A questo punto sorgerebbero alcune domande.
Primo: se la verità non si pensa che esista neanche in campo scientifico, cosa che generalmente non viene divulgata alle masse, quanto valgono, sulle varie infinite questioni, le opinioni dell’uomo comune, o anche del politico, privo di competenze specialistiche, proprie solo dei ricercatori (e neanche dei laureati o degli insegnanti di scuola)?
Seconda questione, relativa in generale alla democrazia, su cui il problema ha evidenti implicazioni: la Storia occidentale contemporanea si preoccupa ogni giorno di confermare l’assunto dei liberali classici, quelli dell’Ottocento, che dicevano che la democrazia è la dittatura degli incompetenti, che oggi sono però abilmente informati, manipolati ed esaltati dai media e dalle case editrici capitaliste, pure dopo l’infarinatura culturale scolastica ed universitaria.
La Storia ha comunque risparmiato, a quei peraltro discutibili pensatori liberali, l’epidemia di narcisismo, descritta oggi da diversi scienziati, che incide anche sulla costante e universale pretesa di conoscere tante verità, che ha ormai investito le masse.
Da dove viene e su cosa poggia la supponenza diffusa, fonte d’infiniti conflitti, che avrebbe fatto divertire ma forse di più inorridire il pur paziente Socrate?
Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino
Docente di Filosofia e Storia nei Licei
Professore a contratto all’Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

