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«Consustanziale»: il significato tra teologia e filosofia

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Il termine «consustanziale» applicato a Cristo si inscrive in un orizzonte teologico e filosofico di primaria importanza, che riflette la complessità del mistero trinitario e il tentativo della Chiesa antica di esprimere la natura divina del Figlio in rapporto al Padre. 

Il termine greco ὁμοούσιος (homoousios), da cui deriva «consustanziale», non va semplicemente tradotto come «della stessa sostanza», perché questa resa linguistica, per quanto tradizionale, rischia di svuotare o deformare la profondità ontologica e metafisica implicita nel concetto originario. Il problema non è soltanto lessicale, quanto filosofico: «sostanza» (ousia) nella filosofia greca, e soprattutto nella teologia patristica, non coincide con la nozione di «materia» o di «entità» quale intesa nel linguaggio moderno. Essa indica ciò che è essenziale all’essere, la realtà fondamentale che costituisce l’essenza stessa di ciò che è. 

Nell’ambito del dibattito trinitario, homoousios afferma che il Figlio partecipa integralmente, senza divisione né diminuzione, della natura divina del Padre, ossia condivide quella medesima realtà ontologica, la stessa «essenza» divina in tutta la sua pienezza e perfezione. Non si tratta, quindi, di una mera somiglianza o affinità, bensì di un’identità sostanziale che trascende la semplice analogia. 

La traduzione italiana «della stessa sostanza» può erroneamente evocare una concezione di sostanza come qualcosa di quasi quantificabile o divisibile, mentre il linguaggio patristico intende ben altro: un’unità di natura, un vincolo ontologico indivisibile che costituisce il fondamento stesso della realtà divina. 

Dal punto di vista filosofico, il concetto di ousia ha radici nella metafisica aristotelica e neoplatonica, dove indica ciò che fa sì che una cosa sia ciò che è, la sua essenza permanente e immutabile. 

Applicato alla Trinità, questo termine indica che Padre e Figlio non sono due realtà distinte e separate, né semplicemente due «persone» che condividono una qualche qualità comune, ma sono uno stesso essere divino in due persone distinte, senza confusione né divisione. Questo è il cuore del dogma niceno: la consustanzialità esprime una relazione ontologica profonda, non un mero attributo o una somiglianza di natura. Inoltre, la scelta del termine homoousios da parte del Concilio di Nicea del 325 d.C. risponde a una precisa esigenza polemica contro l’arianesimo, che sosteneva una natura simile (homoiousios) ma non identica tra Padre e Figlio, con implicazioni che subordinavano la divinità del Figlio a quella del Padre. 

La consustanzialità afferma, invece, la coeterna uguaglianza e unità ontologica delle due persone divine, facendo emergere una visione della divinità che non è frazionata, ma indivisibile e unitaria. 

Da un punto di vista teologico, la consustanzialità non è solo una questione ontologica, bensí anche relazionale e soteriologica. Essa fonda la possibilità che il Figlio, vero Dio, si incarna per la salvezza dell’uomo, poiché solo un Dio pienamente consustanziale con il Padre può assumere la natura umana senza perdere la propria divinità. La traduzione «della stessa sostanza» può, quindi, apparire riduttiva se non si accompagna a una comprensione della natura ontologica, relazionale e redentiva implicata nel termine. In conclusione, la traduzione italiana convenzionale, pur radicata nella tradizione, non rende pienamente giustizia alla ricchezza filosofica e teologica del concetto di homoousios. 

È necessario cogliere la distinzione fondamentale tra l’uso moderno del termine «sostanza» e la nozione patristica di ousia, per evitare fraintendimenti e riduzioni indebite. Solo riconoscendo questa differenza possiamo avvicinarci al cuore del mistero trinitario, che non è un enigma ontologico fine a sè stesso, ma il fondamento ultimo della fede cristiana, la rivelazione di un Dio che è unità di essere e comunione di persone.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

Roberta Minchillo

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