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Assolto nonostante l’impronta digitale fosse “al 100%”: decisivo il supporto del criminologo forense

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Un’impronta papillare attribuita con corrispondenza del 100% e una misura cautelare immediata non sono bastate per arrivare ad una condanna. Con una sentenza destinata a far giurisprudenza, il Tribunale di Palermo ha assolto con formula piena un imputato accusato di un delitto avvenuto a Palermo nel 2014, rimettendolo immediatamente in libertà.

I fatti risalgono a oltre dieci anni fa. Dopo un grave episodio criminoso, culminato nell’incendio di un intero appartamento, la polizia scientifica intervenne per il sopralluogo rinvenendo impronte papillari della mano destra su una bomboletta in alluminio di Baygon, presumibilmente utilizzata sulla scena del delitto. Le tracce vennero inserite nel sistema AIFIS, la banca dati informatizzata in uso alle forze dell’ordine, che restituì un’identificazione nettacorrispondenza del 100% su cinque dita dell’intera impronta della mano destra di un noto soggetto pregiudicato.

Sulla base di tale riscontro, considerata anche la precedente storia giudiziaria dell’indagato, scattò la misura cautelare. Un impianto accusatorio che, in apparenza, poggiava su una delle prove tradizionalmente ritenute più solide nel panorama forensel’impronta digitale.

ribaltare il quadro è stata però la strategia difensiva. L’avvocato Carmelo Ferrara del Foro di Palermo, difensore dell’imputato già in custodia cautelare, ha incaricato il criminologo forense dottor Umberto Mendola di redigere una consulenza tecnica di parte. Ed è stata proprio questa consulenza a smontare punto per punto l’accusa.

Nel corso del dibattimento, il dottor Mendola ha richiamato studi di scienze forensi accreditati, dimostrando che le impronte digitali rilasciate su superfici in alluminio possono permanere da un tempo minimo di zero fino a un massimo di quindici anni, soprattutto in ambienti chiusi. Un dato scientifico decisivo, aggravato da un’ulteriore criticità: la polizia scientifica non aveva datato il rilascio delle impronte rinvenute sulla bomboletta.

Il criminologo ha fatto rilevare che, in assenza di una datazione certa, le impronte avrebbero potuto essere state lasciate in qualsiasi momento nell’arco di quei quindici anniben prima del delitto contestato. Un elemento che ha fatto venire meno il nesso temporale tra la traccia e l’evento criminoso e, di conseguenza, il fondamento stesso della responsabilità penale.

Il 22 maggio è arrivata la decisione: assoluzione con formula piena e immediata scarcerazione dell’imputato. Una sentenza che stabilisce un principio di grande rilievo nel campo della prova scientifica: la mera presenza di impronte digitali o tracce biologiche, se non collocabili con certezza nel temponon è sufficiente per fondare una condanna.

Un precedente rilevante che riaccende il dibattito sull’uso delle evidenze forensi nei processi penali e sul rischio di attribuire valore assoluto a prove scientifiche che, senza un corretto inquadramento metodologico, possono rivelarsi meno decisive di quanto appaiano. In altre parole, come sancito dal giudice: se le impronte o le tracce biologiche non possono essere datate, nessuna condanna è possibile.

Andrea Caldart

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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