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Una partita a calcetto tra scapoli e ammogliati

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Mi diverto a sintetizzare, già nel titolo, il mio pensiero su ciò che andrò a dire anche se può sembrare fuori tema parlando della separazione delle carriere dei Magistrati.

Già in questo giornale mi sono espresso in ordine alla mia contrarietà alla riforma che non porterà a nulla facendoci spendere inutilmente schei, ma oggi voglio parlare della deriva del dibattito tra il fronte del sì e il fronte del no con tutte le conseguenze connesse basate su comunicazione sbagliata e a volte anche un po’ cattiva.

Anche se si sta discutendo malamente di questioni tecniche, risulta innegabile che il confronto abbia preso una connotazione politica laddove, agli occhi del popolo, chi è per il sì è filogovernativo chi per il no di sinistra e questo la dice lunga sulla dabbenaggine di tutti.

Non per nulla si legge che ci sono tavole rotonde e dibattiti per il sì con i partiti della destra – scopertasi garantista – e per il no perfino con la partecipazione della CGIL e dell’ANPI.

Su tutto il referendum confermativo o meno ma senza un quorum di votanti (un orrore) per il 22 e 23 marzo il che vuol dire che in ogni caso una esigua minoranza di votanti deciderà il destino di tutti.

E la chiamano democrazia partecipativa, bravi somari.

Il dibattito, come detto è sfociato in mera politica e non poteva essere diversamente laddove il governo ha teso un malevolo tranello all’ANM che quindi si è sbilanciata oltre il dovuto e facendo passare il maldestro principio di essere organo solo politico con relative correnti, ANM assurto a gloria eterna, per la sinistra di noantri, quando in realtà ha il governo interno spostato a destra, cosa sottaciuta da tutti perché fa comodo.

Tra il comitato del sì e il comitato del no è stata, sino ad ora, una lotta senza quartiere, mancando solo i cecchini sui tetti in una biasimevole gara a chi spalasse più malignità sull’altro per il proprio tornaconto personale referendario con uscite infelici su entrambi i fronti e accuse che nuocciono gravemente alla credibilità dell’intero comparto della Giustizia.

A scapito quindi del cittadino, che forse andrà a votare non per convinzione tecnica ma in base alla indicazione del partito che ha votato nel segreto dell’urna.

Ne consegue da una parte che ANM abbia reclutato personaggi dello spettacolo e studiosi dichiaratamente di sinistra e fautori del sì (Gassmann, Fiorella Mannoia e Barbero per citarne alcuni e con la super visione della Santa Romana Chiesa in persona del Cardinale Zuppi) cercando di fare proseliti, mentre il comitato del no tutte quelle persone che definiscono i Magistrati solo come costola della sinistra e affermando, anche in questo caso, una enorme castroneria.

Di fatto si ha l’orribile impressione che non si vada a fare un referendum sulla bontà o meno della riforma, ma direttamente un sondaggio se ci si possa fidare della Magistratura  o meno, fatta passare come un’accozzaglia di persone  con la foto di Gramsci sullo scranno dell’aula di udienza  quando – in realtà e per esperienza personale – la stragrande maggioranza dei Magistrati difficilmente decidono in base al proprio ideale politico piuttosto che nella verifica della violazione della norma oppure meno sbattendosene della politica.

Di sicuro è accaduto che qualche episodio di politicizzazione dei processi ci sia stato ma non si può approntare una riforma per combattere l’amichettismo tra PM e Giudicanti solo per le scellerate iniziative di qualche isolato Magistrato che ha invece preso una cantonata, poi impugnata e riformata in appello.

E questo comporta che l’attuale destra abbia censurato il collettivo piuttosto che la virtus del singolo e quindi rinnegando sé stessa come in altre occasioni in maniera abbastanza palese.

E quindi è passato un massaggio falso e bugiardo su tutti atteso che con la riforma stessa si pensa che verrà debellato il correntismo politico in ANM mediante il sorteggio – stile sagra della bruschetta in Umbria – dei componenti dell’Alta Corte Disciplinare che giudicherà le eventuali malefatte dei Giudici.

Questo perché, anche se sorteggiato (svilendo quindi il concetto di meritocrazia cara alla destra), non significa che il prescelto non abbia idee politiche consoni o meno e facendo diventare tutto come una riforma completamente inutile se non dannosa perché’ cambia solo il criterio di scelta, non la politica del prescelto e con il serio rischio di indicare una persona non consona al ruolo che andrà a ricoprire.

Sui social è un continuo rintuzzarsi tra ANM e Unione delle Camere Penali che non fa altro che aumentare il divario tra queste due opposte tifoserie a scapito dell’utente finale che deve esprimersi sul referendum, constatando che la Giustizia ha perso quell’aura di regalità che invece la dovrebbe contraddistinguere.

Di sicuro giocano un ruolo importante i social, laddove anche l’ultimo analfabeta si permette di disquisire sulla bontà o meno della riforma e sancendo che Umberto Eco (non un mostro di simpatia -pace all’anima sua) avesse ragione nell’affermare: “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Questo accade perché, anche tra gli addetti ai lavori, spacciantesi per esperti di procedura penale e diritto costituzionale, c’è un po’ di confusione dettata dalla acredine politica tra le opposte fazioni che si va a sovrapporre all’atavico antagonismo tra Avvocatura e Magistratura che nuoce gravemente alla salute.

E sotto quest’ultimo aspetto emergono aspetti interessanti.

Questa acredine ogni tanto emerge quando si assiste durante le udienze penali a scambi di battute sottili ma feroci nella triangolazione tra PM-Giudice -Difesa che, alcune volte, sfocia in sottile maleducazione da parte di tutti, ma la stragrande maggioranza di tutti gli addetti ai lavori, per cui PM, Giudici e Colleghi, hanno ben in mente che il processo è una liturgia sacra e si comportano di conseguenza.

Ho infatti bene in mente i tantissimi volti del garbo di chi da me indicato indistintamente e oso immaginare la reazione emotiva degli stessi quando leggono proclami delle proprie tifoserie e dissociandosi da prese di posizioni che sfiorano i paradossi barocchi di Calderon de la Barca perché mantengono la regalità  da me indicata.

Ma d’altronde Oscar Wilde ebbe a dire “Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.”

In realtà, infatti, il sistema è sano nella Sua moralità e si scambia l’errore di valutazione – e quindi sentenza errata – connotandolo di ideale politico o di amichettismo tra PM e Giudici dimenticando tutti che di perfetto ce ne era uno solo e l’hanno anche inchiodato inutilmente sulla Croce.

Siamo lontani anni luce dalla soavità collaborativa avvocatura – magistratura di Calamandrei nel suo concetto di Giustizia incardinato dal nero cencio che altro non è che la toga che indossano tutti nell’udienza penale.

Ma, allo stato attuale, la toga assurge a totem luttuoso delle Giustizia stessa, morta per una riforma che non migliorerà nulla di quanto auspicato perché in fondo quello che è venuto meno è solo il rispetto vicendevole per causa di alcuni portavoce che ritengono che l’importante non è vincere, ma che perda l’avversario in una eterna gara tutta maschile a chi ce l’ha più grosso in un dopo doccia di una partita a calcetto tra scapoli e ammogliati.

E l’Italia era la culla del diritto, pensate un po’, e con buona pace di Calamandrei.

Filippo Teglia – Avvocato cassazionista penalista, pubblicista, giurista e docente universitario a contratto

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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