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Sardegna, laboratorio del controllo: esperimenti sanitari, globalizzazione forzata e una giunta scollegata dalla realtà

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Dall’Educazione alla Cittadinanza Globale alla sorveglianza urbana, fino alla desertificazione commerciale. Un esperimento sociale in salsa Agenda 2030?

In Sardegna si è smarrito il senso della misura. Non è solo un’impressione, è ormai una certezza crescente, il sospetto legittimo è che chi amministra questa Regione non riesca più a distinguere il valore inestimabile dell’identità Sarda, dall’uniformazione della globalizzazione.

Da anni, anzi, da decenni, pare che le decisioni non siano prese nell’interesse dei cittadini sardi, ma seguano una sceneggiatura scritta altrove. Fin dagli anni ’50 con l’esperimento del DDT (link fondo pagina) e per arrivare a tempi più vicini quelli della peste suina, o l’esperimento Covid (che ha recintato la Sardegna), e la dermatite bovina oggi, sono solo i pretesti non solo per distruggere l’economia, ma per testare l’obbedienza, la capacità di sopportazione, l’efficacia delle “misure” più che la loro logica. E il peggio è che tutto trova coerenza, e copertura, nella famigerata dell’Agenda 2030.

A lanciare l’ultima, inquietante riflessione è l’assessora al Lavoro, Desirè Manca, la più votata dai sardi. Durante la presentazione del provvedimento per l’Educazione alla Cittadinanza Globale, ha dichiarato con fierezza: “L’Educazione alla Cittadinanza Globale, motivata dalla legge 125/2014, è un’azione volta a promuovere l’impegno per il cambiamento sociale, culturale, politico ed economico… per una società più equa e inclusiva”.

Parole che lasciano un retrogusto amaro. Perché qui non si tratta più di educazione, ma di rieducazione, correzione, una vera formattazione mentale di adesione dogmatica a un modello di società che nulla ha a che fare con l’identità e la cultura sarda, con l’autodeterminazione di un Popolo che ha sempre fatto della libertà e della differenza il proprio orgoglio.

Forse l’assessora non si è accorta che a Cagliari, come nella quasi totalità delle città italiane, è da anni in atto una trasformazione radicale della viabilità cittadina, un vero e proprio laboratorio di sorveglianza silenziosa. Restringimenti, dissuasori, eliminazione dei parcheggi, per le future città lager da 15 minuti con varchi d’accesso solo ai possessori di ID digitale e credito sociale integro. Con telecamere a riconoscimento facciale che perfino possono arrivare ad ascoltare le sacre terga appoggiate alle panchine dei giardini, e con “lampioni intelligenti” che oltre a illuminare ascoltano. 

In questa modalità si avrà solo lo svuotamento del tessuto sociale in nome della “resilienza” green. Progressismo a colpi di ruspe con i soldi del PNRR, che, con quell’elemosina dorata del trio Von der Leyen/Draghi/Conte, unitamente all’oppofinzione della Meloni in continuità con loro, ci stanno comprando il silenzio, un passo alla volta.

Ma la misura è colma. Il rispetto per l’identità non è un’opzione negoziabile. L’idea stessa che un assessore regionale, sarda e orgogliosamente votata da migliaia di isolani, possa abbracciare acriticamente un progetto che annulla l’identità del Popolo Sardo imponendo un’ideologia globale, fa rabbrividire. Non è inclusione, è annientamento. Non è progresso, è uniformazione.

La tradizione sarda nel suo significato culturale e identitario è una ricchezza da proteggere. L’unica educazione che va trasmessa è quella al rispetto dei valori delle idee altrui, delle differenze reali. E non certo l’accettazione passiva di un modello preconfezionato imposto da Bruxelles, che puzza di tecnocrazia più che di giustizia sociale.

Se non suona il campanello d’allarme ora, quando dovrebbe suonare? Devono per forza i Sardi davvero uniformarsi all’Europa, osservati, disciplinati, rieducati? Possiamo tutti noi davvero accettare che il continente che ha superato due regimi totalitari ora ceda il passo a una nuova dittatura globalista in abito democratico?

La Sardegna non può essere il banco di prova per una globalizzazione coercitiva. E chi la governa ha il dovere morale, oltre che istituzionale, di difenderla. Togliamoci la bandana dagli occhi, prima che sia troppo tardi.

Andrea Caldart

Link utili:

https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1403737

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