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Retorica della crisi, deserto della politica: il vuoto discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini

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Il discorso pronunciato al Meeting di Rimini, da parte dell’ex Presidente del Consiglio dei Ministri ed ex Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, si è offerto come paradigma della sostituzione della politica con la retorica, della decisione con la rappresentazione. 

La parola non si è dispiegata come atto ordinatore, capace di generare forme istituzionali e percorsi normativi, bensì come liturgia del declino, costruita per rafforzare l’immagine di chi parla piuttosto che per edificare il contenuto di ciò che viene detto. La diagnosi di un’Europa che si sarebbe illusa di trasformare la propria forza economica in potere politico non è il risultato di un’analisi strutturale dei rapporti tra economia e istituzioni, tra mercato e decisione, tra produttività e sovranità. È, piuttosto, la riduzione semplificata di un processo complesso, la narrazione moralistica che sostituisce la comprensione della causa con la spettacolarizzazione dell’effetto. 

La crisi diventa parabola, non oggetto di riforma. Nell’evocazione delle tragedie internazionali, il discorso si è arrestato alla dimensione del patetico. 

L’Europa spettatrice dei massacri e delle guerre (Gaza, Ucraina) è un’immagine che commuove, ma che non ordina. Senza un pensiero sulla funzione diplomatica, senza la delineazione di meccanismi di rappresentanza esterna, senza l’indicazione di strumenti giuridici di mediazione, senza un pensiero forte, quella rappresentazione resta sospesa tra teatro e cronaca. 

Non c’è la politica, c’è la sua ombra. Non c’è la decisione, c’è la sua estetizzazione.

Lo stesso vale per la denuncia della dipendenza industriale e tecnologica: si è parlato di terre rare, di dazi, di marginalizzazione, ma senza alcun progetto normativo, senza alcuna proposta di revisione delle competenze, senza alcuna visione di riforma dei trattati. È il paradosso di una parola che descrive il vincolo ma non prefigura la liberazione, che esalta la necessità ma non ne supera la costrizione. La crisi è nominata, non superata. È invocata, non affrontata. L’unità evocata come obiettivo politico appare come una formula astratta, priva di fondamento giuridico e di struttura istituzionale. 

Dire che l’Europa deve agire «come uno Stato» non significa nulla se non si affronta la questione della legittimazione, se non si risolve il deficit democratico che affligge le istituzioni comunitarie, se non si decide di ridefinire i rapporti di competenza tra organi sovranazionali e Stati membri, se non si abbatte definitivamente questo «Leviatano tecnocratico». 

L’unità retorica è fantasma, non istituzione; è parola, non forma; è suggestione, non decisione. In questo modo, il discorso si è collocato interamente sul piano estetico: non ha ordinato il reale, lo ha teatralizzato. 

La crisi è diventata lo scenario, l’oratore l’attore principale, il pubblico la platea passiva. È la negazione della politica come arte della decisione “regale” ed è la celebrazione della politica come arte della rappresentazione. I

n tale sostituzione, Draghi è stato gonfiato oltre misura: non è apparso come servitore delle istituzioni, ma come figura salvifica, come simbolo di un’autorità che si alimenta del vuoto che essa stessa contribuisce a perpetuare. Il risultato è stato un discorso che non ha aggiunto nulla al cammino europeo, se non la conferma di una dipendenza simbolica dalla retorica dei salvatori. 

L’Europa è stata evocata come fragile e impotente, ma non per trovare un fondamento politico nuovo, bensì per rendere più luminoso il carisma del narratore. Non è stata delineata una costituzione, è stato celebrato un mito. Non è stata costruita un’architettura, è stato ripetuto un incantesimo. 

In ultima istanza, l’intervento di Mario Draghi al Meeting ha mostrato la logica profonda di un linguaggio che si nutre della crisi senza superarla, che amplifica l’illusione della necessità senza ordinarla in categorie giuridiche e politiche. È la trasformazione della politica in spettacolo e della parola in rito. 

È la conferma che ciò che viene celebrato non è l’Europa da costruire, quanto la figura che parla, pompata e inviata come simbolo, mentre il continente rimane privo di pensiero istituzionale e di volontà costituente-ordinatrice.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadelemilia.it

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