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Progresso o tradizione? La Sardegna sotto assedio in nome della “transizione verde”

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C’è un punto, nell’animo umano, in cui il desiderio di andare avanti si scontra con la paura di perdere sé stesso. È il confine sottile tra progresso e tradizione, tra ciò che promette un domani più efficiente e ciò che custodisce il senso profondo dell’appartenenza. In Sardegna questo confine si vede, si tocca, si respira: corre lungo le coste dove spuntano pale eoliche come croci di metallo, attraversa le campagne svuotate e arriva fino ai paesi che resistono, aggrappati alla loro identità.

Da anni l’isola è diventata terreno di conquista per i grandi investitori globali dell’energia cosiddetta “pulita”. Parole seducenti, transizione, sostenibilità, decarbonizzazione, che spesso nascondono un volto meno limpido: quello della speculazione. Perché dietro il linguaggio dell’innovazione si celano interessi immensi e un’idea di sviluppo calata dall’alto, che poco ha a che fare con la vita reale di chi in Sardegna ci abita, lavora, cresce i figli.

Il problema non è l’energia rinnovabile in sé, né l’idea di progresso. Il problema è quando il progresso diventa un dogma, un’etichetta che giustifica tutto. Quando le comunità locali non vengono ascoltate, quando il paesaggio viene ridotto a superficie da sfruttare, quando il profitto immediato cancella la storia, la cultura e la dignità di un territorio.

Difendere la terra, in questo contesto, non è nostalgia: è un atto politico, umano, necessario. È dire che non tutto può essere misurato in megawatt o in metri cubi di cemento.

La Sardegna conosce bene la retorica dello sviluppo promesso. L’ha vista negli anni del turismo di lusso, quando intere porzioni di costa sono state trasformate in cartoline patinate che poco o nulla hanno restituito ai sardi. Dietro la vetrina della ricchezza si nasconde ancora oggi una realtà fatta di spopolamento, di lavori precari, di giovani che partono perché la propria terra non offre alternative.
Ora la scena si ripete, con un copione aggiornato: non più resort e porticcioli, ma impianti eolici e fotovoltaici giganti. Cambiano le parole, non la logica. Eppure, la Sardegna avrebbe già dentro di sé un modello di progresso diverso: diffuso, sostenibile, radicato.

Un’economia costruita sulla qualità dell’agricoltura, sull’artigianato, sulla valorizzazione del paesaggio e delle culture locali. Un turismo lento e rispettoso, capace di generare valore senza divorare la terra. Un’energia prodotta in modo davvero comunitario, non imposta da multinazionali che vedono nell’isola un deserto da riempire di impianti.

Il vero progresso non può nascere contro un territorio, ma con esso.
Forse la sfida più grande, oggi, è proprio questa: ritrovare il senso del limite, capire che “modernità” non significa uniformità, che difendere la propria terra non è chiusura, ma consapevolezza.

Perché quando un popolo perde il diritto di dire “no”, perde anche il diritto di scegliere come vivere.

in Sardegna, più che altrove, la libertà comincia da qui: da una zolla di terra, da un orizzonte ancora intatto, da una voce che rifiuta di essere silenziata in nome di un progresso che ha dimenticato l’uomo.

E ricordiamoci che, la bellezza, una volta venduta, non si ricompra più.

Andrea Caldart

Fuori dal Silenzio

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