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Home Attualità Italia “Niente prigionieri, uccidete gli Italiani!”. No al museo su Patton a Gela 

“Niente prigionieri, uccidete gli Italiani!”. No al museo su Patton a Gela 

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Petizione contro lo sfregio ai 7000 caduti della Divisione “Livorno” del Regio Esercito e agli italiani ammazzati proditoriamente dai soldati americani durante e dopo lo sbarco in Sicilia  

A Gela si torna a discutere di memoria storica e del modo in cui essa viene rappresentata nello spazio pubblico. L’amministrazione comunale starebbe infatti valutando la realizzazione di un museo dedicato al generale statunitense George S. Patton, comandante delle forze americane impegnate nella campagna di Sicilia del 1943.

La proposta, avanzata da un’associazione denominata Mediatica, world company ideas, prevede anche una epigrafe dal tono fortemente simbolico: “Gela 1943. Da qui è iniziata la libertà.”

Questa formulazione ha sollevato più di una perplessità per il carattere fortemente celebrativo, fuorviante e semplificato della narrazione proposta.

Il punto sollevato da diversi osservatori, tra cui il noto ricercatore storico Massimo Lucioli, è semplice: è opportuno dedicare un museo a un comandante militare straniero senza considerare anche il comportamento delle truppe che operavano sotto il suo comando?

La campagna di Sicilia e le ombre sui “liberatori”

La campagna militare iniziata con l’Operazione Husky portò rapidamente le truppe alleate a occupare vaste aree dell’isola. In molte narrazioni queste truppe vengono presentate come “liberatrici”.

 Tuttavia, la documentazione storica mostra come, accanto alle operazioni militari, si verificarono anche episodi estremamente gravi, veri e propri crimini, che coinvolsero civili e prigionieri.

“Il 10 luglio 1943, nel giorno dello sbarco – spiega Massimo Lucioli – a Vittoria venne ucciso il podestà di Acate, Giuseppe Mangano, accusato di indossare la camicia nera e il distintivo del Partito Nazionale Fascista. Con lui fu assassinato anche il figlio quattordicenne, colpito con una baionetta al volto. Oltre ai Mangano, in quell’episodio vennero uccisi altri dieci civili, rimasti tuttora non identificati.

Sempre il 10 luglio, poche ore dopo lo sbarco tra Licata e Gela, si verificò un altro episodio in località Passo di Piazza, circa otto chilometri a est di Gela. Una dozzina di carabinieri della tenenza locale aveva predisposto un posto di blocco sulla strada statale 115.

Secondo alcune ricostruzioni, sul posto arrivarono reparti della 82ª divisione aviotrasportata statunitense — altre fonti indicano la 45ª divisione di fanteria — che attaccarono il presidio. Dopo essere stati catturati, nove carabinieri furono uccisi.

Non risulta che su questo episodio sia mai stata avviata un’indagine ufficiale da parte delle autorità militari statunitensi”.

Il caso dei prigionieri a Comiso

Il 12 luglio 1943 il 157º reggimento della 45ª Divisione “Thunderbird”, comandato dal colonnello Charles M. Ankorn, conquistò l’aeroporto di Comiso.

Il corrispondente di guerra britannico Alexander Clifford raccontò di aver assistito a un episodio particolarmente grave: un soldato statunitense avrebbe aperto il fuoco con una mitragliatrice pesante contro circa sessanta prigionieri italiani appena fatti scendere da camion sulla pista.

Poco dopo arrivarono altri camion con una cinquantina di prigionieri tedeschi, che secondo la testimonianza subirono la stessa sorte.

Clifford avvisò immediatamente un ufficiale superiore che intervenne per fermare il fuoco, ma quando l’ordine arrivò solo tre prigionieri risultavano ancora vivi, seppur feriti.

Il giornalista riferì l’accaduto al generale Patton, che promise provvedimenti. Tuttavia, secondo le ricostruzioni disponibili, non risultano indagini né procedimenti successivi.

Altri episodi

Il 13 luglio 1943 in località Piano Stella nei pressi del Borgo Ventimiglia, nel territorio comunale di Caltagirone, si consumò un atroce episodio di violenza contro civili inermi. 

Secondo alcune fonti, gli autori dell’eccidio sarebbero stati militari della 45ª Divisione di fanteria Thunderbird; tuttavia, altre ricostruzioni attribuiscono la responsabilità della strage a reparti della 82ª Divisione aviotrasportata statunitense, impegnata in operazioni di rastrellamento nella zona.

In quella tragica circostanza furono brutalmente uccisi sette contadini, uomini, donne e ragazzi, accusati senza alcun fondamento di essere cecchini fascisti. 
Tra le vittime figuravano: Giovanni Curciullo e suo figlio SebastianoGiuseppe AlbaSalvatore Sentina, Giuseppe Ciriacono e suo figlio Giuseppe, oltre a un altro bracciante il cui nome non è giunto fino a noi. 
Tra di loro, il dodicenne Giuseppe Ciriacono sfuggì miracolosamente alla morte, ma rimase testimone dell’orrore: il terrore negli occhi dei familiari, il fragore dei colpi di mitragliatrice, il silenzio agghiacciante che seguì l’eccidio.

Nella notte del 13 luglio 1943, nei pressi di Butera, un piccolo gruppo di soldati italiani dellaDivisione “Livorno”, appartenenti al 34° Reggimento di fanteria, fu sorpreso da una pattuglia americana della formazione d’assalto i noti Darby’s Rangers.
Secondo le ricostruzioni, i militari italiani stavano caricando un pezzo d’artiglieria su un camion quando vennero improvvisamente illuminati da un bengala. 
Dalla luce improvvisa emersero i soldati statunitensi, che -racconta il sopravvissuto Bruno Vagnetti- puntarono loro contro i mitra ordinando di arrendersi. 
Erano le tre di notte del 13 luglio 1943 -ha ricordato Vagnetti- un bengala illuminò tutto a giorno e loro ci puntarono contro i mitra. Uno ci urlò in dialetto siciliano: Alzate le mani. Venite accà! Noi obbedimmo. Ci fecero camminare per settecento metri. Poi cominciarono a spararci addosso con i mitra. Io fui centrato nello stomaco, ma sono sopravvissuto”.

Il 14 luglio, presso l’aeroporto 504 di Santo Pietro, sempre nel territorio di Caltagirone, soldati del 180º reggimento della 45ª divisione “Thunderbird” avrebbero fucilato 69 soldati italiani e 4 soldati tedeschi che si erano arresi.

Sempre il 14 luglio, nei pressi di Canicattì, un ufficiale dell’amministrazione militare alleata (AMGOT), il colonnello George Herbert McCaffrey, uccise otto civili italiani con colpi di pistola durante disordini legati al saccheggio di un deposito di viveri.

Secondo le ricostruzioni storiche, l’ufficiale non subì conseguenze giudiziarie e proseguì la propria carriera militare, partecipando successivamente anche alla guerra di Corea.

Il 15 luglio, infine, alla periferia sud di Caltagirone vennero uccisi otto o nove appartenenti alla Milizia (XXXI gruppo M.A.C.A.) che, secondo alcune testimonianze, si erano arresi.

Una domanda inevitabile

Tutti questi episodi riguardano soldati appartenenti a unità dell’esercito statunitense impegnate nella campagna di Sicilia e quindi militari che operavano sotto il comando generale di Patton, che secondo testimonianze attendibili, avrebbe istigato ufficiali e truppe a non fare prigionieri in un messaggio diffuso sulle navi nelle ore immediatamenti precedenti lo sbarco: “Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».

È proprio questo elemento che rende la questione particolarmente delicata.

Se quei soldati vengono spesso presentati come i “liberatori”, è legittimo chiedersi come tale definizione possa convivere con episodi come quelli documentati in quei giorni.

Intitolare un museo a un comandante militare significa attribuirgli un forte valore simbolico. 
Ed è proprio per questo che, di fronte alla proposta avanzata a Gela, molti ritengono inevitabile porsi una domanda.
Alla luce dei fatti documentati e del comportamento di alcune unità poste sotto il suo comando, è davvero appropriato ed opportuno dedicare a George Patton un museo celebrativo proprio in uno dei territori che vissero e subirono direttamente quelle criminali vicende?

Già si stanno radunando studiosi, appassionati di storia e semplici cittadini per firmare la petizione https://www.change.org/p/opporsi-al-museo-george-patton-a-gela?recruiter=1131879938&recruited_by_id=982cc550-c730-11ea-92a4-cf44b5f7f5e7&utm_source=share_petition&utm_campaign=petition_dashboard&utm_medium=copylink&share_id=GMBWgKyncL    contro questa iniziativa. 
Gela dovrebbe 
piuttosto intitolare quel museo alla divisione “Livorno”, del Regio Esercito,immolatasi integralmente per difendere il suolo della Patria. Caddero in 7000 solo il giorno 11 luglio, durante il primo contrattacco verso Gela. Sembra quasi di vedere i volti dei fantasmi di quei Caduti, che guardano con sdegno e tristezza un’Italia che celebra la propria sconfitta.

Andrea Cionci

Fuori dal Silenzio

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