C’è un fenomeno, sottile e al contempo devastante, che affligge da anni l’eterogenea galassia dell’”area antisistema”, quell’insieme variegato di soggetti, movimenti, gruppi e singoli che, in teoria, si pongono in opposizione radicale agli assetti politici, economici e culturali dominanti. Non parliamo di una questione ideologica, ma di una paralisi esistenziale e strategica che assume i tratti della vera e propria auto-sabotazione.
L’immobilismo che permea quest’area, e che nel tempo si è fatta prassi consolidata, ha assunto i contorni di un’attesa messianica. Una sorta di apocalisse congelata. Da dopo la pandemenza dalla quale in pochi si sono destati dal lungo sonno ipnotico, si attende il salvatore. L’uomo, o la donna, o il collettivo, o l’organizzazione che venga a scuotere l’ordine delle cose, a riaccendere gli animi, a unificare le fazioni, a fare finalmente “quel passo” che tutti invocano e nessuno muove. Una figura taumaturgica che, però, resta sempre e soltanto all’orizzonte. Mai presente. Mai concreta. Mai abbastanza.
Nel frattempo, i militanti, o presunti tali, osservano tutto e tutti con la lente deformante del sospetto. Nessuno è all’altezza, nessuno è puro. “È un gatekeeper pagato dal sistema.” “È troppo giovane, non ha esperienza.” “È troppo diplomatico.” “È troppo radicale.” “Non è della mia corrente.” “Non è il mioleader.” E così via, in una spirale di delegittimazioni incrociate che non produce dissenso fertile, ma solo sterile divisione.
Il risultato? Un esercito di generali senza truppe. Tanti condottieri, tutti con in tasca la mappa per “salvare il mondo”, ma nessuno disposto a zappare il campo. Tutti teorici del risveglio collettivo, ma restii a confrontarsi con la realtà: che senza comunità, senza fiducia reciproca e senza spirito pratico, il cambiamento resta una chimera da tastiera.
Questa ossessione per l’eroe salvifico non è solo infantile, è politicamente suicida. Ha radici antiche, ed è un retaggio culturale e simbolico, cristico se vogliamo, dietro l’idea che solo uno possa redimere i molti. Ma nel contesto odierno, si traduce in una continua deresponsabilizzazione individuale: finché non arriva il giusto, io non mi muovo. Ma chi stabilisce chi sia il “giusto”? Ognuno, ovviamente, per sé. E guai a mettersi d’accordo: sarebbe già un tradimento.
Così, non è mai il momento giusto per fare qualcosa. Ogni occasione è imperfetta. Ogni iniziativa, se non parte da me o dal mio entourage, è da sabotare, ignorare, ridicolizzare. La realtà è che non c’è alcuna organizzazione perfetta, né ci sarà mai. Non esiste l’uomo senza macchia, né l’idea immune da contraddizioni. La politica è fatta di errori, compromessi, cadute e rinascite. Ma chi vive aspettando il Messia, non accetta la fatica, la complessità e il grigiore dell’agire quotidiano.
Il potere, intanto, ringrazia. La grande macchina del sistema, quella vera, continua a funzionare benissimo, proprio grazie a questa frammentazione. Ogni giorno di stallo, ogni discussione fine a sé stessa, ogni faida intestina allunga la sua egemonia. L’area antisistema, invece di essere un’alternativa concreta, si è trasformata in una sorta di parodia tragicomica di sé stessa. Molto rumore, molto moralismo, pochissima incidenza reale.
Forse è tempo di smetterla con questa religione dell’attesa. Forse è ora di accettare che il “Messia” non verrà, e che nessuno verrà a salvarci se non noi stessi, con tutte le nostre imperfezioni, i nostri limiti, ma anche con la nostra volontà di esserci. Non servono eroi. Servono persone comuni disposte a mettersi in gioco. A partire. A costruire. Anche sbagliando, ma insieme.
Perché la verità più scomoda, e al tempo stesso più liberatoria, è questa: o ci si salva collettivamente, o non si salva nessuno.
Andrea Caldart

