La verità, un tempo pilastro insostituibile della convivenza civile, oggi sembra aver perso il suo fascino. Non è più di moda. Conta l’apparire, il consenso immediato, la foto perfetta, il post che raccoglie like come fossero monete d’oro. E così, anche se sei un nulla come persona, il mondo ti sorride: basta mostrare una maschera convincente, recitare la parte giusta, e il gioco è fatto. È meno faticoso vivere così. La verità richiede coraggio, fatica, integrità. L’apparire, invece, è comodo. E visto che i deboli abbondano, funziona perfettamente.
Il prezzo, però, è altissimo. Perché quando la verità diventa opzionale, quando l’incoerenza diventa norma, il tessuto morale di una società si lacera. Viviamo in un mondo in cui la misura della sofferenza altrui non è universale: ci sono morti di serie A e morti di serie B. Ci indigniamo per la morte di civili in Ucraina, ne siamo sconvolti, alziamo la voce, si scrivono post e articoli pieni di rabbia e dolore. Ma le stesse persone, con lo stesso cuore apparentemente sensibile, trovano giustificazioni per la sofferenza di Gaza, la banalizzano, la relegano a numeri su uno schermo. L’incoerenza diventa una seconda pelle, invisibile all’occhio di chi la indossa, ma letale per chi la subisce.
Pensiamo a una donna di Gaza, madre di due bambini. La sua casa è stata distrutta da un bombardamento. La sua famiglia è intrappolata tra macerie e paura, senza acqua, senza cibo, senza possibilità di fuggire. I media internazionali che raccontano altre tragedie la ignorano. Le stesse persone che piangono per un bambino ucraino ucciso da un missile, ma scrollano le immagini di questi bambini, etichettandoli come “danni collaterali”, come numeri su uno schermo. La sofferenza è identica, ma la nostra empatia ha confini geografici e politici. È qui che la verità crolla: la vita di un essere umano diventa relativa, negoziabile, valutata in base a ciò che è conveniente vedere.
Non siamo noi a scegliere di cosa indignarci: sono i media a decidere cosa merita di entrare nei nostri occhi e cosa deve restare sepolto nel silenzio. La verità non viene più cercata, viene somministrata a dosi controllate, calibrata in base a convenienze geopolitiche ed economiche.
La differenza non sta nella sofferenza, ma nella geografia, nella convenienza dell’indignazione. Questo è il segno più struggente di un’umanità che ha rinunciato alla verità.
La verità, infatti, non è neutra, non è conveniente, non si piega al marketing o al consenso. Essa richiede di guardare oltre le apparenze, di soffrire con chi soffre indipendentemente dalla sua appartenenza, di riconoscere la dignità in ogni essere umano. Ma oggi preferiamo scrollare, discutere di minuzie, scegliere a chi indignarci e a chi no. Ogni volta che lo facciamo, corriamo un passo più vicini al baratro morale.
Il mondo va in rovina perché la verità è scomoda, e noi preferiamo l’illusione della sicurezza offerta dall’apparenza. Non è solo una crisi di politica o di economia: è una crisi di coscienza. Fino a quando non ritroveremo la verità come misura di giustizia e compassione, fino a quando non smetteremo di distinguere tra morti di serie A e morti di serie B, la nostra società continuerà a sgretolarsi.
Ogni scroll sui social, ogni indignazione selettiva, ogni silenzio complice costruisce un mondo in cui le apparenze sostituiscono la realtà. E mentre ci illudiamo di agire, il mondo continua a sgretolarsi sotto i nostri occhi. La verità non è più di moda. Ma senza di essa, non ci sarà nessun’apparenza che possa salvarci.
E, tanto meno non ci saranno like, post o slogan che possano fermare la caduta.
Andrea Caldart

