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La svolta della Cassazione sull’epidemia colposa: quando l’omissione diventa reato

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Un precedente che riscrive la narrazione giuridica della pandemia in Italia

Nel silenzio increspato dell’estate, il 28 luglio 2025 è arrivato un pronunciamento destinato a lasciare un segno profondo nella storia giudiziaria del nostro Paese. La Suprema Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha depositato le motivazioni della sentenza emessa il 10 aprile scorso, con cui ha riconosciuto che il reato di epidemia colposa può configurarsi anche in forma omissiva. Una decisione che, a distanza di cinque anni dall’inizio della pandemia di Covid-19, segna un vero spartiacque. Non solo sul piano giuridico, ma anche su quello collettivo della memoria e della responsabilità.

È un principio che si affaccia con forza: non è più necessario che vi sia una “materiale” diffusione del virus per configurare un reato. La Corte va oltre la stretta lettura del codice penale del 1930 e riconosce che, in un sistema complesso come quello contemporaneo, il danno può nascere anche dall’inerzia, dal non aver fatto ciò che si doveva fare. Un’omissione che, se commessa da chi aveva l’obbligo di agire, può essere tanto grave quanto l’azione stessa.

L’impatto è potenzialmente dirompente. La sentenza non è un atto astratto, ma si inserisce in un contesto ancora aperto: quello dell’indagine sulla gestione della prima ondata pandemica in Val Seriana, avviata dalla Procura di Bergamo e ora trasferita a Roma. Le omissioni che la Corte considera rilevanti, dalla mancata distribuzione dei DPI alla carente formazione del personale sanitario, fino all’assenza di una corretta informazione alla popolazione, coincidono esattamente con i punti chiave di quella maxinchiesta.

«È un passo importantissimo», ha commentato l’avvocato Consuelo Locati, che con il suo team rappresenta da anni i familiari delle vittime. Per loro, questa decisione è molto più di un passaggio giuridico: è la conferma che cercare la verità e chiedere giustizia non era un atto di dolore, ma di civiltà. È la dimostrazione che un sistema legale può, e deve, interrogarsi su sé stesso, e riconoscere che a volte anche il non agire, il voltarsi dall’altra parte, può causare morti evitabili.

La sentenza delle Sezioni Unite, oltre a gettare una nuova luce sui processi in corso in Italia, potrebbe avere conseguenze anche a livello europeo. Come ricorda Locati, solo il 5% dei ricorsi arriva alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Eppure, uno di questi è proprio quello promosso dall’Associazione #Sereniesempreuniti, costituita dai familiari delle vittime. Oggi, a quella battaglia che sembrava ostinata e solitaria, si affianca un riconoscimento autorevole e definitivo da parte della massima istanza giurisdizionale italiana.

Nel frastuono che ha spesso accompagnato il dibattito sulla pandemia, questa pronuncia ci obbliga a fermarci, a riflettere. Cosa significa “responsabilità” in tempo di crisi? Quali sono i doveri delle istituzioni, quando il pericolo non è un’ipotesi, ma una realtà incombente? La Corte ha risposto: non basta non essere colpevoli di aver causato un’epidemia. Occorre poter dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenirla, contenerla, gestirla.

La giustizia, si sa, cammina lenta. Ma cammina. E talvolta, nel suo passo fermo e severo, riesce a restituire voce a chi è stato dimenticato. Ora più che mai, quel passo sembra indicarci una direzione: verso una responsabilità che non si nasconde più dietro l’inerzia.

Andrea Caldart

Fuori dal Silenzio

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