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La crisi irreversibile della sinistra globalista e l’ombra della strumentalizzazione

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C’è un fenomeno che negli ultimi anni è diventato sempre più evidente: la sinistra globalista, un tempo capace di esercitare un forte ascendente sulle opinioni pubbliche occidentali, sta vivendo un arretramento che appare ormai irreversibile. Non si tratta soltanto di una perdita di consensi in senso elettorale, ma di un rigetto culturale e valoriale che investe l’intero impianto ideologico promosso da centri di potere sovranazionali come la Open Society Foundation e il World Economic Forum.

Il mix di ideologie “Woke + LGBTQIA+” da un lato e “Green + Melting Pot” dall’altro, insieme a un europeismo sempre più percepito come totalitario e bellicista, hanno progressivamente eroso la fiducia dei cittadini comuni. Il risultato è un diffuso senso di estraneità: la maggioranza silenziosa non si riconosce più in parole d’ordine che sembrano imposte dall’alto, scollegate dalla realtà concreta della vita quotidiana.

Caduto il mito del progressismo illuminato, perso il controllo politico negli Stati Uniti e minato il consenso in Europa, questi poteri transnazionali sembrano oggi ricorrere a nuove strategie: fomentare la rivolta degli scontenti, mobilitando individui feriti affettivamente, privi di solide radici spirituali e disillusi socialmente. Si alimenta così una protesta “globale” che si traveste da giusta lotta, ma che in realtà persegue fini ben diversi.

Un esempio lampante è la vicenda palestinese. Le sacrosante denunce della violenza perpetrata dallo “Stato” di Israele sui civili di Gaza vengono piegate e manipolate: la tragedia del popolo gazawi, che merita verità e giustizia, diventa invece strumento per legittimare un progetto politico-ideologico di eversione globalista. Si trasforma il dolore reale in carburante per una rivoluzione artificiale.

Anche in Italia assistiamo a un fenomeno sospetto: improvvisi scioperi promossi da sindacati ormai svuotati di consenso, che sembrano risvegliarsi soltanto oggi, mentre erano silenti durante i mesi più cupi delle restrizioni e dell’obbligo di un profarmaco sperimentale imposto dai governi Conte e Draghi. Dove erano allora i difensori dei diritti? Perché tacquero davanti a milioni di concittadini costretti a subire coercizioni che oggi emergono come devastanti, non solo per la salute, ma anche per la fiducia collettiva nelle istituzioni? E non solo, ma come mai non c’è nessun sciopero per la svendita dell’Italia, per l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, energetici che azzerano gli stipendi?

C’è un filo rosso che unisce queste dinamiche: la strumentalizzazione. Non conta più la verità dei fatti o la difesa autentica dei popoli oppressi, ma la funzionalità di un evento al disegno ideologico del globalismo. È per questo che cresce il sospetto, e con esso la diffidenza, di fronte a movimenti che, più che battersi per giustizia, sembrano obbedire a un’agenda scritta altrove.

La domanda è allora inevitabile: quanto ancora i cittadini accetteranno di essere manipolati in questo modo? E quanto tempo servirà perché il dissenso diventi consapevolezza diffusa e organizzi una vera alternativa, autonoma da logiche di potere esterno?

Forse siamo già oltre la soglia. E la crisi della sinistra globalista non è solo il tramonto di un’ideologia, ma l’inizio di un nuovo ciclo storico, in cui i popoli cercheranno di riprendersi ciò che hanno lasciato in mano a élite autoreferenziali: la libertà, la verità e il diritto di decidere del proprio destino.

Andrea Caldart

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