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Istruzione, nozionismo, erudizione: tre passaggi per arrivare alla cultura del “saper collegare le cose”

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Adoro i curiosi, sanno di puro, ti evocano immediatamente qualcosa di autentico, non contaminato e privo di artifici. 

È una sensazione che colpisce i sensi prima ancora dell’intelletto. 

Ti rimanda al modo in cui i bambini guardano il mondo, senza pregiudizi o secondi fini. È la “purezza” di chi non ha ancora costruito filtri tra sé e la realtà e ti riporta alla mente l’odore dell’aria dopo un temporale in montagna o il sapore dell’acqua di sorgente. Insomma, sono elementi che non hanno bisogno di essere “aggiustati” dall’uomo per essere perfetti; un po’ come la vera cultura che non è solo “sapere” ma un “saper collegare le cose”.

Dott.ssa Francesca Della Valle

Grande lezione di vita, per chi solo si accostasse ad Antonio Gramsci che, nei suoi Quaderni del carcere, scriveva: “La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri”.

Gramsci è un paradosso affascinante, è uno degli autori italiani più tradotti e studiati al mondo, eppure in Italia, sembra scivolato in un angolo buio nel dibattito pubblico quotidiano. Le motivazioni sono tante, ma quella che vorrei sottoporre all’attenzione dei nostri lettori è la frammentazione sociale. 

Per molti, Gramsci è legato alla storia del Partito Comunista Italiano

Con la fine delle grandi ideologie del Novecento, un certo pubblico ha archiviato, in maniera errata, il suo pensiero come “superato”, ignorando che la sua egemonia culturale e il concetto di nazionale – popolare sono più attuali che mai per spiegare il potere moderno. Egli scriveva per un popolo che cercava un’identità collettiva. 

Oggi viviamo in una società neoliberista frammentata dove prevale l’individuo e dove il concetto di “partecipazione attiva” è stata sostituita dalla banalità del web attraverso i “like”, i commenti sgrammaticati e veloci e le prediche di chi, ai margini di slogan vacui, urla con rabbia, incurante che l’odio verbale abbia solo un triste epilogo.

Il web dà l’illusione che basti “scrivere” per esistere, ma senza la disciplina dello studio – quella “fatica” tanto esaltata da Gramsci – la parola diventa solo rumore assordante. Certo, fermarci alla parola sbagliata diventa un freddo nozionismo accademico; è pur vero che, basterebbe una voglia di comprensione reciproca, per ricostruire quella comunità che tanti padri del Novecento desideravano.  

La domanda sorge spontanea: In questo mondo al contrario è davvero possibile? Chiunque, dinanzi a una tale domanda, si sentirebbe perso. Del resto, sarebbe la reazione più lucida. Il senso di vuoto è inevitabile.

Ricostruire una comunità sembrerebbe un’impresa titanica, ma è proprio qui, che il concetto di cultura come “collegamento” diventa l’unica via d’uscita. Sì, perché la cultura non deve essere un piedistallo dal quale sentirsi superiori, ma uno strumento per includere

Se chi sa “collegare le cose”, va oltre le dure difficoltà iniziali e usa questa sua encomiabile capacità per aiutare gli altri, la comunità smette di essere una astrazione e diventa carne e ossa.

Tralasciando il pessimismo della ragione a affidandosi all’ottimismo della volontà siamo portati a non arrenderci. Aggrapparsi a ciò che “sa di puro” con un gesto di comprensione verso chi sbaglia la forma ma cerca il senso è l’unico modo per non farsi trascinare dalla corrente. 

All’inizio la comunità non si ricostruirà con i grandi numeri, ma iniziando a riconoscersi tra i naufraghi, si ridarà forza alla profondità.

In un mondo che sembra aver perso la bussola, la cultura conta tanto, tutto oserei dire. È l’anticorpo contro il vuoto e l’insignificanza. 

La cultura ti dà il potere di dire: “no”, di analizzare e di non farti manipolare. Ti concede il lusso del dubbio. Ti permette di abitare il silenzio e la fatica senza averne paura. 

La cultura è libertà di non credere all’ultima voce che grida più forte, ti consente di smontare la propaganda e gli automatismi del “mondo al contrario”; ti offre le parole giuste per nominare quel dolore e i ponti, per trovare altri, che sentono lo stesso vuoto, colmo, di parole piene.

Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile

Presidente di Labirinto 14 Luglio

Labirinto14luglio@libero.it

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