C’è un rombo inquietante che attraversa il continente, ma non viene dai carri armati. È il suono del vuoto: il vuoto strategico di un’Europa che si arma senza sapere dove andare, e il vuoto politico di un’Italia che chiede ai cittadini di pagare il conto di decisioni prese altrove, in silenzio, quasi di nascosto.
La crisi ucraina sta mostrando due crepe che ormai si toccano.
A Kiev, il palazzo presidenziale sembra aver imboccato la strada della marcescenza. Le dimissioni di Andrij Yermak, per anni il regista occulto del potere zelenskiano, non sono un semplice cambio di guardia: suonano come il cigolio di un edificio che cede dall’interno. L’irruzione del NABU non è soltanto un episodio giudiziario, ma il segnale che la macchina statale ucraina sta entrando in una fase di implosione politica.
La seconda frattura corre invece lungo l’asse euro-atlantico. La visita lampo di Viktor Orbán a Mosca, circondato da mezzo governo come in un pellegrinaggio diplomatico, è uno schiaffo al mito di un’Unione Europea coesa. L’Europa, oggi, è una bussola senza ago. E mentre Bruxelles si perde, Washington e Mosca parlano fra loro, lontano dai microfoni, lontano dai partner europei, lontano da qualsiasi pretesa di trasparenza.
Perfino l’indiscrezione su un possibile riconoscimento americano dei territori sotto controllo russo sembra suggerire che il destino del conflitto si stia decidendo in un’altra stanza, non in quella dove siede l’UE.
Ed è in questo scenario sfilacciato che arriva l’iniziativa promossa da CitizenGo insieme all’associazione ALU per chiedere al ministro Giancarlo Giorgetti di introdurre un’“Opzione Pace” nel sistema fiscale, prima dell’approvazione definitiva della legge di bilancio.
Secondo i promotori, nella bozza attuale si nasconderebbe una voce che equivale di fatto a un contributo obbligatorio per le spese militari: circa 600 euro l’anno per ogni maggiorenne, per contribuire a un bilancio della difesa che sfiora, sempre secondo i critici, i 35 miliardi complessivi.
Quindi se vuoi marciare per la pace, paghi. Se vuoi pregare per il disarmo, paghi. Se rifiuti moralmente la guerra, paghi uguale.
Lo Stato ti infila la mano in tasca, e da lì va a finanziare ciò che tu, magari per profonda convinzione etica, non sosterresti mai.
È qui che si consuma la ferita più profonda: la morte silenziosa dell’obiezione di coscienza fiscale.
Un principio che ha radici nella storia italiana, quando il diritto a non impugnare un fucile era considerato un traguardo civile. Oggi, quello stesso diritto evapora all’Agenzia delle Entrate, come un foglio non protocollato, come un pensiero non ammesso.
La nostra legislazione, per decenni, ha riconosciuto che la coscienza vale più di una divisa. Ha offerto un servizio civile per chi rifiutava la leva armata. Ma il sistema fiscale è rimasto fermo a un’altra epoca: puoi non sparare, ma devi pagare perché altri lo facciano.
L’articolo 19 della Costituzione tutela la libertà di coscienza. Lo scrive nero su bianco: ogni individuo ha diritto a professare liberamente le proprie convinzioni. Eppure, in assenza di strumenti fiscali coerenti, ogni euro prelevato con la forza per l’apparato bellico rischia di trasformarsi, per chi ha una posizione etica contraria, in una ferita costituzionale non dichiarata.
In un’Europa che si riempie di armi e si svuota di visione, l’Italia rischia ora di svuotare anche la coscienza.
E allora il vero allarme non è il riarmo: è l’eco del nostro silenzio.
Perché il vuoto non è solo ciò che manca, ma è tutto ciò che non vogliamo vedere.
Per questo l’avvocato Scifo e l’associazione ALU chiedono di poter avere la libertà di sceglieree di indirizzare parte del proprio contributo verso progetti di vera Pace, quella che si costruisce, non quella che si proclama nei comizi. La loro petizione al ministro Giorgetti è la richiesta di riconoscere che chi rifiuta la guerra non deve essere costretto a finanziarla.
In un Paese che ha già sancito il diritto a non impugnare un’arma, appare logico, persino doveroso, permettere ai cittadini coerenti con questa visione di non sovvenzionare politiche che sentono estranee, o addirittura contrarie, alla propria coscienza. Se la democrazia valesse qualcosa, dovrebbe valere soprattutto quando ti obbliga a contribuire.
L’“Opzione Pace” non sarebbe un gesto tecnico, ma un atto di civiltà: la prova che l’Italia non ha paura di ascoltare le voci che dicono no alla violenza e sì alla responsabilità morale. In un’epoca in cui il riarmo europeo cresce nel vuoto e le coscienze rischiano di essere trascinate in silenzio, questa scelta sarebbe un segno concreto, contro l’inerzia di un sistema che pretende obbedienza senza chiedere consenso.
Forse è qui che ricomincia davvero la politica: dal diritto di dire “questa guerra non parla per me”.
Andrea Caldart
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Foto copertina: immagine creata con l’IA

