C’è un punto esatto, nella storia di un popolo, in cui l’orrore smette di essere solo un evento esterno e diventa specchio. Non più una tragedia da guardare attraverso lo schermo di un televisore, ma una ferita che lacera anche chi osserva, costringendolo a interrogarsi su cosa significhi davvero essere umano. Gaza è questo punto. Gaza è la linea di confine tra ciò che resta della nostra coscienza e l’abisso dell’indifferenza.
Il genocidio in atto contro il popolo palestinese non è solo un massacro di vite: è una mutilazione collettiva dell’etica, una cancellazione sistematica del valore sacro dell’esistenza umana. Ogni bomba che cade non esplode solo sul terreno, ma dentro la dignità del mondo intero. Eppure, abbiamo atteso. Abbiamo lasciato che le immagini scorressero come un film consumato dall’abitudine, mentre la normalità si accomodava sul divano della complicità.
Molti di noi, non tutti, hanno sentito il bisogno urgente di entrare simbolicamente in quella striscia di terra bruciata dal fuoco e dall’odio. Di scavalcare, almeno con lo spirito, i muri dell’indifferenza costruiti con il cemento della propaganda e della paura. Lo abbiamo desiderato non per eroismo, ma per non diventare spettatori passivi di un genocidio celebrato sotto le forme più raffinate del disprezzo: definito “difesa”, mascherato da “operazione militare”, santificato nel linguaggio tecnico che sterilizza la morte.
Prima che le piazze d’Europa iniziassero a riempirsi di corpi e coscienze, prima che le voci si facessero grido, l’occidente ha preferito tacere. Ha preferito nascondere dietro la retorica della sicurezza l’orrore di una pulizia etnica lenta, metodica, amministrata come si amministrano i beni coloniali. Solo quando la vergogna ha iniziato a traboccare oltre il limite della narrazione ufficiale, i media hanno concesso, timidamente, che sì, forse, ciò che accadeva a Gaza somigliava a un genocidio. Ma era già tardi. Le macerie avevano già coperto la voce di migliaia di bambini, e la storia aveva inciso un nuovo capitolo di infamia.
Israele, in questa guerra, si rivela come l’estensione brutale di un progetto più grande: l’imperialismo occidentale che, mutato nella forma, ma non nella sostanza, continua a esercitare il proprio dominio attraverso la logica della colonizzazione. Non è un caso isolato, non è una deviazione della storia: è la sua prosecuzione lineare. Il progetto sionista, sin dalle prime ondate migratorie in Palestina, ha avuto come fulcro la conquista e l’appropriazione della terra altrui. Il suolo come possesso, il confine come arma, l’identità come strumento di esclusione.
E lo Stato di Israele, nella sua versione contemporanea, agisce come la più fedele riproduzione del modello coloniale europeo: occupazione, esproprio, apartheid, gestione militare del territorio e dell’esistenza. Tutto perfettamente coerente con la fase attuale del capitalismo monopolistico, dove la vita umana viene valutata in termini di utilità geopolitica e la distruzione diventa investimento strategico.
C’è una domanda che rimane, sospesa sopra le rovine di Gaza come una preghiera incompiuta: che ne è stato della coscienza umana? Non quella astratta, ideale, ma quella che dovrebbe tremare davanti all’ingiustizia. Quella che dovrebbe impedirci di chiamare “pace” la resa imposta da potenze esterne, controllate nei fatti da Israele e dal suo apparato militare-economico. Una pace finta, costruita sulle ossa di un popolo spogliato della terra, del diritto e perfino del lutto.
Guardare quello che resta di Gaza oggi, significa scegliere da che parte stare: dalla parte del potere che colonizza oppure dalla parte della vita che resiste. Ogni giorno. Con le mani nude. Con il sangue e con la memoria.
Perché là dove finisce la solidarietà, finisce anche l’umanità. E allora, forse, il genocidio non riguarda solo Gaza. Riguarda noi. Riguarda ciò che siamo disposti a diventare pur di non guardare.
Andrea Caldart

