Oggi ho aperto uno dei miei vecchi vocabolari della lingua italiana. Duemilacentossessantaquattro pagine, stampa degli anni Novanta, un Devoto-Oli perfettamente conservato. Vado alla lettera “F” e cerco femminicidio: la parola non esiste. Il termine, sebbene qualcuno lo faccia risalire proprio a quegli anni, in realtà entra “in voga” nel recente passato e indicherebbe l’omicidio della donna “in quanto donna”. Di pochi giorni fa l’introduzione del reato omonimo.
Ora: per quanto io mi sforzi di capire il significato di questa locuzione, ancora non lo afferro, mentre ne afferro certamente il senso politico andatosi a sviluppare negli anni e che ha fatto sì che venisse introdotto un assassinio basato sul sesso. Prima perché non esisteva? Perché forse non si uccideva la donna? Perché si odiava forse la donna? Perché la donna non era tenuta in considerazione? Assolutamente nulla di tutto questo. Lo dimostra da sempre il suo ruolo di moglie, di madre, e financo di lavoratrice rispettata. Ruolo che fu importante, checché se ne dica, anche nel fascismo quando emerse, in particolare, nell’istruzione popolare e dei giovani, nell’assistenza sanitaria, nel far risorgere le piccole Industrie femminili e dell’artigianato.
Prima perché non esisteva dunque? La risposta è la più ovvia: perché l’omicidio è omicidio, a prescindere dal fatto che venga commesso verso un uomo o verso una donna. Non ha un colore, a meno che non sia un colore politico.
Qual è dunque il senso di anni di lotta con le scarpette rosse, di battaglia femminista per far sì che si arrivasse a questo punto, ovvero all’introduzione di un reato? Lo scopo è ben chiaro: la criminalizzazione ideologica, di cui questa sfumatura è solo il primo passo. Prima ancora ci fu Zan, grazie a Dio stoppato da proteste politiche rivoluzionarie di cosiddetta “estrema destra” e da una mentalità cristiana che non vuole legittimare l’omosessualità. Oggi il tentativo è quello di smantellare il famoso “patriarcato” che in Italia, poveri noi, non esiste quasi più. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: le famiglie disgregate soffrono, così come i figli, così come le donne stesse, vittime vere di questa nuova ondata femminista. Così come ne risente l’economia, la società. Così come ne risente l’uomo: colpevole in quanto uomo.
Un’assurdità, un’iperbole giuridica folle che potrebbe aprire a reati ideologici di qualsiasi tipo; ad accuse a priori senza un reale movente o fattispecie ma solo per il fatto di essere quello che si è, chessò, rossi o neri. Pericolosissimo. Capite?
Continuando. In famiglia, prima, i compiti di ognuno erano ben definiti: c’era certamente il capo famiglia mentre il ruolo della donna, dalla quale molto si pretendeva, forse anche in virtù delle sue capacità, veniva conservato. Nelle quattro mura domestiche la donna stava dietro l’uomo, è vero, ma era generalmente protetta, laddove sorgevano problemi la struttura familiare li affrontava, li sublimava e li risolveva. I panni sporchi si lavavano, comunque, in casa. Oggi, invece, la donna è libera oltre ogni modo, padrona di sè oltre ogni limite. Ma sola.
Spesso troppo lontana dal suo confine naturale, quello della famiglia, oggi la donna è legittimata nelle sue libertà, snaturata nel suo ruolo ma non è più protetta. La donna è oggi oggetto ma guai a trattarla come tale, è madre ma guai a trattarla come tale. Alla donna oggi è permesso tutto e in virtù del suo essere donna, solo in virtù di questo, si legittima per lei qualsiasi cosa. Persino l’aborto, persino l’omicidio, visto che per lei non è prevista una norma ad hoc di “maschicidio”. Forse il maschio non merita? E’ colpevole del peccato originale? Ah no, quella era la donna.
Questa discriminazione “positiva” genera caos ed esasperazione: le categorie così “privilegiate”, passatemi il termine, diventano solitamente antipatiche, dispotiche e accelerano le divisioni all’interno della società. Una donna non sarà più rispettata, ma deve essere tutelata in quanto tale e questo genera una profonda diffidenza sociale, una forzatura che a lungo andare potrebbe provocare l’effetto opposto.
La tutela della donna non è più naturale, ma viene imposta con il rischio di esagerare (e quindi ricorrere alla legge) per qualsiasi comportamento dell’uomo, anche quello vigoroso o “maschile”. Quindi persino fischiare a una donna potrebbe essere considerato maschilista e potrebbe portare a lungo andare ad un’esagerazione nelle reazioni sia dall’una che dall’altra parte. Magari con il favore di legge, appunto. In una società fragile, impaurita, meticcia oggi tutto questo potrebbe avere conseguenze devastanti.
In tutto questo lo Stato, oggi, punisce ma non previene: non previene perché continua a incentivare l’immigrazione di stranieri che se ne fregano delle nostre donne e sfogano i loro istinti repressi in una cultura lontana anni luce, commettendo violenze. Non previene perché si scaglia appunto contro l’idea di famiglia come obiettivo di vita, contro l’educazione stessa alla famiglia come bene prezioso (per le nuove generazioni di entrambi i sessi), contro l’idea di essere madre (e padre) e non solo donna (o uomo). Dando loro libertà in realtà non le aiuta, le lascia sole nella società che le vuole sole, indipendenti ma incapaci di esserlo veramente perché prive della componente maschile che le completerebbe e che donerebbe loro la serenità di una reale realizzazione. Non hanno il loro spazio perché secondo il femminismo oggi il loro spazio è ovunque e le espone così a pericoli, fallimenti, solitudine. Alla necessità di essere sempre iper, sempre perfette, con le sopracciglia rifatte e le foto sempre filtrate. Se sbagliano sarà per colpa loro, se soffrono sarà per loro mancanza.
La povera donna di Rovigo, ad esempio, per cui nessuno sta dipingendo di rosso le panchine, è la vera discriminata oggi: perché drogata, nessuno l’ha aiutata. Perché dormiva sulla panchina, nessuno l’ha voluta vedere. E perché nello squallore della sua vita poteva anche essere stuprata. Da un marocchino. Questo è il politically correct oggi, che, ovviamente, in questi casi tace.
E’ un’emancipazione al contrario, l’ipocrisia disgustosa di una società malata che non guarirà mai se non torna alla naturalezza, alla bellezza, ai valori, all’affermazione di maschio e femmina. E alla tutela della donna e dell’uomo non in quanto tali ma in quanto persone. Insomma finché non si tornerà “normali” queste continue derive continueranno a conservare la follia in cui siamo caduti. Per questo essere conservatori oggi non paga, per questo occorre essere, davvero, rivoluzionari.
Gloria Callarelli
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

