Nel cortile della Camera dei deputati, da qualche giorno, giace un enorme neonato scolpito nel marmo bianco. È rannicchiato a terra, acciambellato come un feto inerte, in posizione di difesa, quasi di rassegnazione. L’opera, firmata da Jago, è stata presentata con tutti gli onori dal presidente Lorenzo Fontana: un simbolo, ci dicono, della fragilità umana, dei senzatetto, della povertà e dell’abbandono. Ma la scultura, in questa collocazione, finisce per rivelare molto più di quanto forse chi l’ha accolta intendesse mostrare. Non è solo un’opera. È una diagnosi. È un’autopsia.
Il neonato bianco, mostruosamente grande e insieme indifeso, non rappresenta soltanto i poveri delle metropoli. È paradossalmente, tragicamente l’immagine stessa del Parlamento italiano: disteso, inerme, ripiegato su sé stesso, in apparenza vivo, ma già marmoreo, dunque morto. È una statua funebre. E ci ricorda che la democrazia non viene sempre uccisa da golpe o fucili: può morire anche così, svuotata lentamente, infantilizzata, ridotta al silenzio dentro un palazzo che si autocelebra mentre affonda.
Ma quel feto gigantesco e incapace di alzarsi da terra ci costringe anche a una domanda scomoda, che troppo spesso evitiamo: chi ci governa, oggi, è davvero all’altezza? I dirigenti, i parlamentari, i ministri che abitano questo edificio tutti, nessuno escluso, sono davvero in grado di comprendere il tempo che viviamo, le sue emergenze, le sue fratture? O stanno semplicemente occupando uno spazio, tenendo il posto, mantenendo in vita la forma mentre la sostanza si disgrega? Guardando quella scultura, si ha la sensazione che la politica abbia smesso di agire per diventare decorazione. E allora il Parlamento non è più luogo della sovranità popolare, ma un museo del potere, dove si espongono simboli, riti, statue, senza più decisioni reali, senza più responsabilità.
Si è rotto qualcosa di profondo: l’idea che la classe politica sia al servizio del Paese. Al suo posto, una routine autoreferenziale, fatta di slogan vuoti, conferenze stampa, teatrini televisivi. Parlano di futuro, ma non sanno nominare il presente. Promettono riforme, ma vivono di proroghe. Fingono decisione, ma si proteggono dietro muri di burocrazia e decreti omnibus. E quando la storia bussa con violenza, con guerre, pseudo crisi climatiche, crolli economici, stragi di innocenti, la risposta è l’inerzia. O peggio: la retorica.
La scultura di Jago, posta lì con intento celebrativo, finisce per denunciare tutto questo. Non raffigura i poveri, ma i potenti svuotati. Non è un invito alla compassione, ma un grido muto sulla paralisi del potere. E allora sì, il rischio è che il Parlamento diventi un museo: non solo per i turisti, ma per i cittadini stessi. Un luogo dove si va a guardare ciò che è stato, non a decidere ciò che sarà. Un santuario dell’impotenza, con statue al posto di leggi, marmo al posto di idee.
E se è questa l’unica immagine che oggi riesce a rappresentare il nostro sistema democratico, un feto immobile, senza voce né forza, allora la vera domanda da porci è: abbiamo ancora una classe dirigente, o soltanto i suoi fantasmi?
C’è un senso beffardo nel collocare un feto gigante e bianco fragile, puro, ma immobile, proprio nel cuore del potere. Come se le istituzioni, nel tentativo di mostrarsi sensibili, finissero invece per esporre il proprio fallimento. Come se lo stesso apparato che ogni giorno deroga alle sue funzioni, esautora il Parlamento con decreti-legge a raffica, voti blindati e dibattiti azzittiti, non si rendesse conto di mettere in scena, con questa scultura, la propria stessa eutanasia.
Il bianco assoluto del marmo, in questo contesto, non è purezza: è assenza di sangue, di carne, di vita. È gelo. È una democrazia che non riesce più a muoversi, a parlare, a partorire decisioni giuste. La rappresentazione di un potere che si contempla nello specchio, mentre fuori la realtà, quella vera, muore di fame, di bombe, di morti improvvise, di genocidi e nessuno ascolta più.
Jago, forse, voleva denunciare il mondo. Ma la Camera ha scelto, con ironia involontaria, di farsi suo bersaglio. Ecco allora che la scultura si trasforma in un gesto estremo di verità: un Parlamento accartocciato, intorpidito, che non sa più camminare. E intorno, un’epoca che stermina bambini veri, con missili, carestie, guerre dimenticate, mentre a Roma si scolpisce la sofferenza in marmo e si applaude.
Attenzione, dunque. Perché a volte le istituzioni, nel tentativo di autocelebrarsi con l’arte, finiscono per mettersi a nudo. E quello che vediamo, oggi, non è un simbolo di compassione. È un atto mancato. È la metafora spettrale di una democrazia rannicchiata su sé stessa, mentre la storia le passa sopra.
Andrea Caldart
Foto copertina: credits by Camera dei Deputati

